L'obiezione di coscienza non è un problema

Eleonora Cirant, Zeroviolenza
27 novembre 2014

Sulla base di calcoli statistici il Ministero della salute afferma che il numero di non obiettori è sufficiente a garantire l'applicazione della legge e scarica la responsabilità del disservizio sulle Regioni. La "Relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978" presentata il 15 ottobre 2014 dal Ministero della salute smentisce dunque le criticità
rilevate dalla Commissione Affari sociali della Camera a marzo scorso e nega quanto affermato dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d'Europa, secondo cui l'Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza a causa dell'elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza.

“Il numero di non obiettori è congruo rispetto alle IVG effettuate, e il numero di obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre alle IVG”. E' scritto nell'ultima Relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978 firmata dalla ministra della salute Beatrice Lorenzin con dati definitivi per il 2012 e preliminari del 2013.

Il tentativo di misurare l'impatto dell'obiezione di coscienza sui servizi ospedalieri e territoriali dedicati all'interruzione volontaria di gravidanza è l'elemento di novità della Relazione 2014 ed è la risposta a segnali di allarme che il Ministero non avrebbe potuto ignorare. Da anni inchieste giornalistiche, blogger e associazioni denunciano che il meccanismo del presidio socio-sanitario di attuazione della legge 194 si è inceppato. Negli ultimi mesi si è messa in moto anche la macchina istituzionale.

La Relazione presentata il 15 ottobre 2014 riporta infatti i risultati dei lavori del “tavolo tecnico” istituito presso il Ministero della salute a luglio 2013 in seguito alle mozioni approvate il mese precedente dalla Camera dei deputati. Le mozioni impegnavano il governo a garantire il rispetto della legge 194 a fronte di un'alta percentuale di ginecologi che non praticano le interruzioni di gravidanza. Refusal of care, rifiuto di curare, è così che si definisce il fenomeno nel resto del mondo.

In Italia l'obiezione di coscienza del personale medico e paramedico è garantita dall'articolo 9 della legge, che però dichiara anche che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure previste” e che “la regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale”. Sul piano istituzionale il conflitto tra diritto all'obiezione di coscienza e diritto alla salute si gioca nell'interpretazione di questo articolo e nella volontà di applicarlo.

Leggiamo nella Relazione che il tavolo tecnico ha svolto il monitoraggio sull'obiezione di coscienza a livello di singola struttura, mentre in passato il rilevamento si effettuava su dati aggregati. I risultati di questa nuova rilevazione confermano, secondo il Ministero, quelli ricavati dalle rilevazioni precedenti: l'obiezione di coscienza non è un problema per l'applicazione della legge 194.

Con questa Relazione il Ministero smentisce dunque quanto dichiarato dalla Commissione Affari Sociali della Camera a marzo 2014, secondo cui il numero dei non obiettori potrebbe essere “sovra-stimato” rispetto alla realtà. Dal momento che non è obbligatorio comunicare all'azienda sanitaria di competenza la scelta di obiezione di coscienza, “potrebbero essere considerati non obiettori tutti i ginecologi che non hanno mai espresso obiezione”.

Smentisce anche il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d'Europa, che nello stesso mese ha dichiarato che l'Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza a causa dell'elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza.

Gli argomenti del Ministero sono di ordine statistico. Il tavolo tecnico non ha attivato strumenti di tipo qualitativo per analizzare la situazione reale e non ha accolto le osservazioni della Laiga, associazione ginecologi per l'applicazione della legge 194. Scomponendo e ricomponendo i dati, il Ministero fa tornare i conti. Quantifica il personale, le ore di lavoro, le strutture, poi divide il tutto per numero di interventi fatti. Le risorse sono sufficienti, questo il risultato di somme e divisioni.

Le obiezioni mosse dalla Laiga a questa operazione possono essere sintetizzate nell’esempio che si applica in casi del genere. Statisticamente, mezzo pollo tocca me e l’altro mezzo tocca a te. Praticamente, io ne mangio uno e tu rimani a bocca asciutta. Nel nostro caso, il calcolo della media delle IVG per medico non tiene conto del fatto che la realtà non è omogenea e che la legge è applicata a macchia di leopardo. Nel caso di un ospedale in cui, ad esempio, solo un medico garantisca l’applicazione della legge, è sufficiente che vada in ferie o che si dichiari obiettore perché il meccanismo si blocchi.

Le risorse sono sufficienti ma  male organizzate, dice il Ministero. L'organizzazione è responsabilità delle Regioni, che sono “invitate a procedere a un dettagliato approfondimento dei dati del monitoraggio per individuare, ciascuna per il proprio ambito, i bisogni del territorio”.

Dopo mesi di interrogazioni, ricorsi, tavoli, eccoci di nuovo al punto di partenza: il territorio, le Regioni, i singoli ospedali. Il palleggio delle responsabilità come sport nazionale.

Ultima modifica il Sabato, 29 Novembre 2014 14:01
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