La Roma meticcia, fuori dall'orbita di Mafia Capitale

Etichettato sotto
Stefano Galieni, Zeroviolenza
18 dicembre 2014

Quanto sta accadendo in questi giorni, in una città come Roma, travolta da una inchiesta tesa a dimostrare i caratteri endogeni di una organizzazione mafiosa e che ha portato a lucrare anche sulle difficoltà e il diritto all'accoglienza di rom, migranti e richiedenti asilo, impone un livello di riflessione che si discosta dalla cronaca giudiziaria.
La sintesi, come spesso accade nell'era dei social network, è stata proposta da alcuni internauti, in maniera molto efficace.

«E ti credo che a Tor Sapienza e nelle altre borgate protestavano per i 35 euro al giorno agli immigrati... Chi protestava voleva si spendesse di più». Una battuta amara che coglie un punto portante di collegamento fra disinformazione e affarismo. Per i richiedenti asilo lo Stato (grazie anche ai fondi provenienti dalla Comunità Europea), spende – ma anche su questo dato ci sono elementi di opacità – circa 35 euro a persona per ogni giorno.

Non si tratta di risorse che vanno ai soggetti coinvolti, come la comunicazione xenofoba tende a veicolare, ma di somme date in mano agli enti gestori dei centri di accoglienza, ai privati proprietari degli stabili utilizzati, il tutto in un regime privo di controllo da parte delle pubbliche amministrazioni. Si ignora, a Roma ma non solo, anche l’ubicazione di ogni centro di accoglienza, la sua capienza massima, i servizi offerti. Le popolazioni si ritrovano all’improvviso, gruppi più o meno numerosi di persone, sovente maschi adulti, “parcheggiati” in attesa dell’esame delle loro domande di asilo, impossibilitati a fare qualsiasi cosa, ridotti a vivere di espedienti, sorpresi anche, in alcuni casi, a cercare nei cassonetti dell’immondizia cibo e vestiario non forniti dagli enti gestori dei centri. Una condizione di disagio che si va generalizzando da una parte e di affari d’oro dall’altra.

Sentir tranquillamente dire nelle intercettazioni degli indagati per Mafia Capitale che “gli immigrati rendono più della droga” danno la misura del livello di degrado anche etico a cui si è giunti in ambienti nati con intenti di promozione sociale e di sostegno alle fasce più vulnerabili. Un mondo ancora da definire, composto da operatori sociali sottoposti a contratti precari e che garantiscono solo bassi salari in cambio di orari lavoro indefiniti, ospiti ridotti alla stregua di merce da stipare per garantire profitto a pochi, circuiti in cui il confine fra ciò che è lecito e ciò che è illegale, sembrano essere perennemente fluidi e opachi, in un mare di fango che rischia di travolgere anche le a dir vero poche esperienze positive di inclusione sociale.

La presenza dei Centri e degli ospiti, in periferie disagiate, dove, in nome del rispetto dei patti di stabilità, si riducono in continuazione servizi fondamentali, dai trasporti, alla sanità, alla manutenzione degli alloggi e delle strade, ha contribuito a creare una miscela esplosiva su cui si sono gettati gruppi di stampo razzista e xenofobo. “Il problema sono gli immigrati, la soluzione è cacciarli” e giù raccolta di firme, manifestazioni sfociate anche in atti di violenza, in nome di un quartiere da preservare. La disperazione sociale che prolifera in questi quartieri, dove la crisi è ben più visibile e concreta, che nelle statistiche nazionali, ha trovato in alcune di queste situazioni una propria valvola di sfogo.

Non hanno fornito un supporto valido a fare da argine a tali derive, tanto le amministrazioni locali e centrali quanto i mezzi di informazione, che hanno anzi amplificato e reso tali tensioni come un pessimo spettacolo di intrattenimento e di sterile chiacchiericcio, ma neanche le nostre realtà di movimento che si sono ritrovate sovente inadeguate di fronte a tale esplosione di conflitto. E, va detto con franchezza, non hanno neanche recato beneficio alcuni avvenimenti che hanno visto singole persone, non la categoria onnicomprensiva dei profughi, rendersi responsabili di atti di rabbia e di conflitto verso altrettante persone, autisti autobus, o beni pubblici, riaffermando così l’inevitabilità del degrado e dello scontro fra “diversi”.

C’è insomma da trarre una lezione importante da quanto sta accadendo, tale da renderci (ed è un imperativo che riguarda tutte e tutti), capaci di riaffermare un nostro lessico in queste periferie, una nostra capacità di fornire spiegazioni, offrire orientamento, aiutare a indirizzare nel senso più giusto ed efficace le tante frustrazioni che in una parte consistente della città invisibile si annidano. Dire con parole semplici e chiare, cosa accade e dove sono le reali responsabilità, reimparare a divenire costruttori di dialogo senza fornire alcuna giustificazione a chi si contenta delle uniche, spesso fomentate, risposte date dalla pancia.

Nella Giornata mondiale dei diritti dei migranti, che ricorre in questi giorni, va mantenuto il senso della ragione riuscendo a comprendere in un unico discorso due aspetti apparentemente incompatibili. Da una parte l’arretramento non solo politico ma anche culturale e sociale che in Italia e non solo, si respira nei confronti di chi giunge da altri Paesi per diverse ragioni. Un arretramento che produce rabbia e imbarbarimento soprattutto verso chi oltre a scontare il “male di essere migrante” paga quello di essere “povero”. Ma dall’altra la lenta e costante trasformazione che nella società italiana e anche in città profondamente in crisi etica, morale ed economica come Roma si va sedimentando.

C’è una città meticcia che malgrado tanti avversari, limiti, contraddizioni, si va costruendo, soprattutto nei contesti giovanili. Una città che anche nel disagio, ad esempio abitativo, costruisce socialità, esprime conflitto e voglia di partecipare. Una città che però ad oggi è priva di reale rappresentanza.

Ultima modifica il Domenica, 28 Dicembre 2014 09:35
Altro in questa categoria: Fuga dall'Eritrea »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook