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Inquietudine e turbolenze: la democrazia passa dall’arte della rivoluzione

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Corriere della Sera
23 12 2014

Voci di donne, che raccontano che la Tunisia - miracolosa eccezione, che ha resistito alla minaccia dell’Islam radicale - non è disposta a rinunciare all’emancipazione femminile

di Antonella De Gregorio

Turbulences, turbolenze. Tempi inquieti, in Tunisia. Dove la miccia delle “primavere arabe” si è tradotta in una transizione, difficile ma possibile, dall’autoritarismo alla democrazia.

Turbolenze, per l’economia in difficoltà, l’instabilità politica. E insieme dinamismo, effervescenza, ottimismo. Perché il piccolo paese del Maghreb serve oggi anche da modello a una regione devastata da versioni stravolte dell’islam. “Paese dell’anno”, secondo l’Economist: laboratorio di democrazia e di una stagione di riforme che hanno consolidato l’eredità di una rivoluzione, drammatica a tratti, ma senza gli orrori prevalsi nell’Oriente arabo.

Turbulences è anche il titolo della Collezione tunisina delle opere di oltre 200 artisti che hanno accolto l’invito di Imago Mundi – progetto globale promosso da Luciano Benetton sotto l’egida della Fondazione Benetton Studi Ricerche, che punta a mappare la creatività dell’intero pianeta – e ne hanno fatto un palcoscenico dal quale far sentire la loro voce: un urlo che chiede al mondo di vigilare, perché gli artisti possano continuare a esprimersi liberamente. Un insieme di opere “minuscole” (realizzate in modo volontario e senza fini di lucro da artisti affermati ed emergenti, senza vincoli stilistici ma solo di formato: dieci centimetri per dodici) che colpiscono nel segno: con grande varietà di tecniche e di materiali e con qualche inquietudine per il futuro del Paese, gli autori tunisini riescono a coniugare il loro patrimonio ancestrale con la modernità, riflettendo il periodo che sta vivendo lo Stato-cuscino africano, stretto tra Libia e Algeria. «Un sistema sociale, politico, culturale ed economico rimesso in discussione – spiega Leila Souissi, la curatrice -. Turbolenze di un momento artistico che coincide con una trasformazione storica della società tunisina e con il rinnovamento creativo».

«Il formato ridotto obbliga gli artisti, conosciuti o meno, ad adattarsi ai medesimi vincoli, a concentrarsi sullo stesso spazio per esprimere le loro speranze e le loro disperazioni, le loro angosce e il loro coraggio, le loro gioie e le loro lacrime, i loro incubi e i loro sogni, in sostanza tutte queste “turbolenze intime» – scrive Soussi nella presentazione del catalogo -. Dieci per dodici è un formato insolito e incerto come la Tunisia di oggi: Paese né del tutto in rivolta né del tutto pacifico, né del tutto laico né del tutto islamico, né del tutto femminista né del tutto maschilista».

E l’inquietudine emerge soprattutto dalle opere femminili, come quella di Amira Karaoud, che ha girato il mondo armata di macchina fotografica per denunciare le ingiustizie, in particolare quelle contro le donne e contro il diritto di esprimere in pubblico le proprie opinioni, che ha intitolato il suo contributo: «Tra donne i fardelli diventano Apriti Sesamo».

«Dopo la rivoluzione, la società civile dimostra giorno dopo giorno che sono le donne le guardiane dell’eccezione tunisina, anche nel mondo dell’arte, che è caratterizzato da una forte presenza femminile: l’80% degli studenti delle scuole di Belle Arti sono ragazze», afferma Aicha Filali, artista e insegnante presso l’Istituto di Belle Arti di Tunisi.

«Le donne si sentono in pericolo, avvertono il rischio di una deriva, hanno paura di venire schiacciate e fanno della resistenza la loro ragion d’essere», rincara Faten Rouissi, (premiata alla Biennale d’arte di Dakar, in maggio, per l’opera Fantasmi della libertà, un’installazione-omaggio a Buñuel, con un tavolo da conferenza circondato da 17 wc in ceramica, al posto delle sedie), presente nel catalogo Imago Mundi con un’opera eloquente: Sex Jihad. Un’aperta polemica nei confronti delle donne che partecipano alla guerra santa offrendo i propri corpi agli uomini che combattono.

Voci che raccontano che – miracolosa eccezione, che ha resistito alla minaccia dell’Islam radicale – la Tunisia non è disposta a rinunciare all’emancipazione femminile. Voluta da Habib Bourghiba, l’autoritario fondatore della Tunisia indipendente, che diede al Paese un’impronta modernista, laica, filo-occidentale e fece varare un Codice di famiglia molto avanzato. La favorì con la presenza delle donne negli uffici pubblici, nell’istruzione, scoraggiando l’uso del velo. La ribadisce la nuova Costituzione, approvata in gennaio che – pur affermando l’identità islamica della nazione – ha sancito la parità tra uomo e donna anche in politica. Una conquista delle donne, che hanno evitato per un soffio che la stessa Carta le confinasse alla coranica “complementarietà” all’uomo. Non più uguali: necessarie, sì, ma “inferiori”. Sarebbe stato un traumatico stop al processo di modernizzazione. In migliaia, ormai un anno fa, sono scese in piazza per urlare la loro contrarietà alle manovre del Partito Islamico.

Si sentono in pericolo: ecco perché le donne si espongono più degli uomini, le artiste parlano più dei colleghi maschi: la loro voce risuona nell’arte. «Certo – dice Soussi – anche questa voce ha conosciuto la censura, all’inizio della rivoluzione, ma davanti alle proteste i divieti arretrano».

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