Asilo, i nodi da sciogliere

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Corriere delle Migrazioni
11 01 2015

Perché non funziona l’asilo in Italia? Certamente pesano carenze, ritardi e paradossi del nostro Paese: non c’è una legge quadro, consolati e ambasciate sono ancora organizzati come quando eravamo un Paese (solo) di emigrazione, il mancato coinvolgimento della Farnesina, che pure avrebbe gli strumenti e le competenze per monitorare i luoghi di crisi… . Ma a incidere ci sono anche elementi strutturali condivisi dall’intera Fortezza Europa.

Un testo-base da aggiornare. La Convenzione di Ginevra sui Rifugiati risale al 1951 ed è a livello mondiale il testo di riferimento in tema di asilo politio. Pensata per i profughi europei del secondo conflitto mondiale, durante la guerrra fredda ha permesso a molti dissidenti provenienti dal blocco sovietico o dalle dittature dell’America Latina di trovare protezione fuori dai propri confini. Durante gli anni è stata ratificata da 149 Stati sui 205 riconosciuti. Stabilisce diritti e doveri dei richiedenti asilo e dei paesi ospitanti ma nel quadro attuale, profondamente diverso da quello del dopoguerra, rivela numerosi punti di inadeguatezza. Non considera le varietà dei motivi di tensione politica, religiosa, culturale che possono costringere oggi le persone alla fuga o a forme di emigrazione interna forzata, trascurando in particolare il fenomeno in crescita dei rifugiati “ambientali”. Non tiene conto, inoltre, delle molteplici nuove modalità di arrivo (non si tratta più di oltrepassare la Cortina di Ferro). Contesti complessi e in trasformazione richiederebbero uno strumento più agile e facilmente applicabile.

Un regolamento da cambiare Il Regolamento di Dublino (2003/343 CE) sostituisce la Convenzione firmata nella capitale irlandese nel 1990. Negli anni ha subito modifiche, (quello in vigore è chiamato universalmente Dublino 3) e stabilisce l’obbligo di presentare la richiesta di asilo nel primo paese Ue di arrivo (questo per evitare che una stessa persona presenti più domande in paesi divers.). Solo in presenza di parenti di primo grado in un altro Stato il paletto può essere aggirato. Questa clausola però crea più problemi di quanti vorrebbe risolverne: da un lato induce molti richiedenti asilo a percorsi rocamboleschi per raggiungere le nazioni dove hanno contatti, amici e parenti (non di primo grado ovviamente!) che potrebbero agevolarli nell’inserimento, saltando o attraversando illegalmente quelle, per molte rotte, di più facile approdo come Grecia, Italia e Spagna. Dall’altro genera il fenomeno dei DUBLINERS, di cui ci siamo anche noi già occupati. Persone che vorrebbero e potrebbero andare altrove, ma sono costrette a fermarsi e a vivere dove non hanno alcuna chance.

Corridoi da aprire Per un richiedente asilo, oggi, non esiste quasi alcun modo di entrare in Europa senza rischiare la vita e affidarsi ai trafficanti. In teoria, attraverso le ambasciate, i soggetti più vulnerabili dovrebbero potere accedere a forme di protezione. Nella pratica, ciò avviene solo in casi sporadici (talvolta mediati da conoscenze personali) anche perché l’accesso alle ambasciate è – in particolare in alcuni Paesi – estremamente ostico. Tuttavia, la creazione di corridoi umanitari e/o l’individuazione di un sistema stabile e praticabile per richiedere asilo continua a non essere presa in considerazione. Perché? Per i costi ingenti e per la complessità politica, si dice. Eppure, in un passato non tanto lontano (durante il conflitto nell’ex Jugoslavia) è stata proprio l’apertura di un corridoio umanitario rivolto ai profughi del Kosovo a consentire la buona gestione di una situazione drammatica e complicata. E per quanto riguarda i costi, quelli di operazioni come Mare Nostrum, appena conclusa e a carico totalmente italiano, o la new entry Triton, non sono certamente irrisori. Quindi, una volta che si decide di spendere lo si potrebbe fare evitando a chi scappa di passare, per forza, dalle mani dei trafficanti.

Una distinzione da ripensare Ci riferiamo a quella fra migranti economici e profughi. Non è più così rigida come ci viene fatto credere. Per capirlo, basta considerare il fenomeno sempre più massiccio, dei cosiddetti enviromental refugee, i profughi ambientali. Persone in fuga dalla propria terra a causa dei disastri provocati dal cambiamento climatico e dagli effetti di dissennate politiche ambientali. Nel 2012, secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, erano circa 32,5 milioni. Nel 2050, secondo una stima del professor Norman Myers, del Green College (Università di Oxford), potrebbero diventare 250 milioni (tra le zone più esposte, il Sahel e l’Asia Meridionale). Queste persone non ricevono mai lo status di rifugiato o altra forma di protezione umanitaria ai sensi della Convenzione di Ginevra. Se si tratta di disastri clamorosi, in grado di riscuotere attenzione mediatica, possono ricevere altre forme di aiuto, ma se si mettono in cammino, per cercare di rifarsi una vita altrove, vengono derubricate, in genere, come emigranti economici. Eppure i problemi ambientali che le hanno messe in fuga sono indirettamente o direttamente determinati dall’azione dell’uomo, dallo sfruttamento dissennato delle risorse e dall’indifferenza o dalla connivenza dei governi.La necessità di ripensare la figura del migrante, anche alla luce di queste considerazioni e partendo dal caso del Bangladesh, è il tema di un saggio accademico pubblicato Stefania Ragusa qualche anno fa che vi invitiamo a leggere.

Stefano Galieni

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