Stefano Cucchi, il processo ricomincia? Le motivazioni dell'assoluzione e le reazioni

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L’Espresso
13 01 2015

Il trentenne sarebbe stato picchiato. Ma le cause di morte non sono ugualmente certe. Per questo i medici e gli agenti di penitenziaria sono stati assolti. E ora i giudici della Corte d'Assise d'Appello chiedono al Pm di indagare ancora. Cercando le responsabilità più indietro. Fra i carabinieri. Le parole dei togati e le speranze della famiglia.

DI FRANCESCA SIRONI

Forse, solo forse, perché l'esito non è ancora scontato, la giustizia «non si è voltata dall'altra parte». Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 31 ottobre scorso la Corte d'assise d'Appello di Roma aveva assolto tutti gli imputati del processo per la morte di Stefano Cucchi: infermieri, agenti, medici, nelle cui mani il trentenne era morto nell'ottobre del 2009.

Ora i giudici spiegano il perché di quella sentenza che aveva causato reazioni d' indignazione da parte di molti e gli insulti di alcuni sindacati di polizia nei confronti della famiglia della vittima. Partendo da un piccolo pezzo di verità finalmente affermato: Stefano Cucchi fu picchiato. «Non possono prospettarsi ulteriori ipotesi: le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse», scrivono i giudici: «e comunque ad un'azione volontaria, che può essere consistita anche in una semplice spinta, che abbia provocato la caduta a terra, con impatto sia del coccige che della testa contro una parete o contro il pavimento».
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Sono passati cinque anni dall'ottobre in cui il trentunenne, arrestato, morì con il volto e la schiena coperti di lividi all'ospedale Pertini di Roma. La corte in primo grado aveva assolto i poliziotti e condannato per omicidio colposo i medici. Ora sono stati tutti assolti per insufficienza di prove. In lacrime la madre

Quei lividi che in tante foto abbiamo imparato a soffrire, sono veri, stabiliscono finalmente le motivazioni. Ma chi glieli avrebbe inflitti? Chi avrebbe ridotto Cucchi in quelle condizioni? «Non può essere definita un'astratta congettura l'ipotesi prospettata dalla Corte di primo grado», aggiungono i magistrati, in un passaggio chiave delle 67 pagine delle motivazioni: «secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri, che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare».

La responsabilità è cacciata indietro, insomma, alle fasi dell'arresto. «Già prima di arrivare in tribunale Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare a un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte», spiegano. Per questo, gli atti sono ora inviati di nuovo al pubblico ministero, «perché valuti la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti della polizia penitenziaria giudicati».

Dopo più di cinque anni, per spiegare le cause di morte di un giovane che ha finito la sua vita mentre era in custodia dello Stato, serviranno nuove indagini. Nella speranza che non soffrano delle omertà denunciate anche da altri togati con durezza . «Registro con soddisfazione che la Corte ha accolto l'invito del mio difensore di non voltarsi dall'altra parte», ha scritto la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, in una nota: «e quindi di restituire gli atti alla procura nel caso in cui ritenesse che gli autori del pestaggio potessero essere individuati nei carabinieri».

Questo capovolgimento non fuga ogni dubbio, però. «Ho come la sensazione che si faranno indagini per dimostrare che i due pm del primo processo hanno fatto tutto benissimo», scrive su Facebook: «Ciò a dispetto dell'evidenza dei fatti sotto gli occhi di tutti». Più fiducioso il padre di Stefano: «Il rinvio degli atti alla procura è una grossa vittoria per noi perché vengono riconosciute le nostre istanze», ha detto: «Per quello che riesco a capire la Corte vuole fare chiarezza a 360 sulla vicenda di Stefano indagando anche su altre persone uscite dal processo. Questo è positivo ed è quello che ci aspettavamo».

Se ora tutto potrebbe ricominciare, con almeno un pezzo di verità giudiziaria - le percosse ci sono state – non sono molte le altre basi solide. Infatti «non c'è certezza sulla causa del decesso», scrivono i giudici, perché i periti di accusa, parti civili e difesa non sono riusciti a fornire, nelle diverse prove e interpretazioni, «una spiegazione esaustiva e convincente». La conclusione dei giudici è quindi che «l'attività svolta da medici e infermieri non è stata di apparente cura del paziente, ma di concreta attenzione nei suoi riguardi», per cui non può essere a loro attribuita la morte di Stefano Cucchi. Le cui responsabilità vanno cercate un po' più in la.

«Un giovane uomo inerme, trattenuto per una settimana in dodici strutture pubbliche (dalle caserme dei carabinieri fino al reparto detentivo dell'ospedale Sandro Pertini) è stato vittima di abusi e di violenze», ha dichiarato il senatore Luigi Manconi, che dall'inizio segue il processo da vicino: «Ora, nelle motivazioni della sentenza della corte d'Assise d'appello si legge che 'le lesioni debbono essere necessariamente collegate a un'azione di percosse”. Tra le righe, poi, si può leggere qualcosa di ancora più significativo: ovvero che la procura di Roma ha svolto le indagini in maniera maldestra e inadeguata».

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