L'inganno della libertà

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Manfredi Scanagatta, Zeroviolenza
20 gennaio 2015

"Morto per la libertà"

Queste le parole che il comico francese Christophe Alévêque ha cantato con voce rotta indicando una bara ricoperta di vignette durante i funerali di Tignous, uno dei vignettisti di Charlie Hebdo ucciso da qualcosa e qualcuno che ancora si fa fatica a comprendere.
Alévêque ha deciso di ricordare e celebrare la memoria dell'amico cantando "Bella Caio" sempre di più inno internazionale e condiviso della resistenza alle tirannidi,
suggestivo ed emozionante sentire quelle parole, ma oltre alle morti unica certezza di questa storia, troppe sono le cose che non riesco a capire.
Vorrei fare un passo indietro, tornare a fatti accaduti ormai più di due anni fa, ma che hanno come attori gli stessi che oggi sono sulla bocca, sulle penne e sulle tastiere di molti.

Lo faccio per due motivi, uno perché credo che non abbia senso continuare a scrivere sulla strage di Charlie Hebdo, credo che molto sia stato detto, si sono create discussioni, fazioni, alzate di barricate, si son scritte lettere al mondo musulmano, si è detto “not in my name” e improvvisamente tutti avevamo lo stesso nome. Si è diventati tutti paladini della libertà, ma probabilmente in pochi ci siamo chiesti quale sia il significato di questo termine.

L'altro motivo è che davanti alla morte e alla violenza credo non ci sia molto da dire se non provare a indagare i motivi che morte e violenza hanno creato ed ecco perché ho deciso di guardare al passato se pur molto recente.

Libertà, questo è un termine che esprime in sé una delle maggiori ambiguità che la filosofia abbia mai affrontato; il tentativo di oggettivare una necessità soggettiva.
Rousseau sosteneva che è veramente libero “colui che desidera solo ciò che può fare e fa ciò che desidera.

Frase meravigliosa, ma come si può pensare di applicare questo pensiero all’interno di una società globalizzata e diversificata sia culturalmente che religiosamente, dove i desideri mutano anche in base alla propria provenienza geografica?

Nel settembre del 2012, in seguito alla pubblicazione di vignette satiriche su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo e della diffusione online del film dello sceneggiatore e produttore egiziano Nakoula Basseley “Innocent of Muslim” - un lungometraggio in cui si fa della satira sul profeta, sponsorizzato dal predicatore fondamentalista copto Terry Jones, conosciuto anche per aver in più occasioni bruciato copie del Corano -, larga parte del mondo islamico espresse un profondo dissenso, che purtroppo scaturì anche in violenze e morti, creando una situazione tale da far decidere al governo francese di chiudere scuole e luoghi istituzionali e negando la possibilità della comunità islamica di Parigi di manifestare la propria disapprovazione.

Se guardiamo a questi fatti ci troviamo davanti ad un bivio, da una parte l'uso della violenza per affermare la propria libertà che si vede lesa nella satira al profeta, dall'altra l'applicazione di una violenza di stato che vieta la libertà di manifestare. Ciò che mi interessa capire è come uscire da un paradosso che non è solo retorico.

Se si decide di prendere una parte, che sia quella della libertà di stampa e di espressione, o quella di coloro che esigono una censura, è in qualche modo per partito preso.
Accettare di mettere la ragione da una delle due parti sventolando la bandiera della libertà non è altro che un trucco retorico e ipocrita attraverso il quale attestare l'esistenza di una libertà sulle altre.

John Stuart  Mill nel suo saggio On liberty del 1859 sosteneva che

Se tutti gli uomini, meno uno, avessero la stessa opinione, non avrebbero diritto di far tacere quell'unico individuo più di quanto ne avrebbe lui di far tacere, avendone il potere, l'intera umanità.

Seguendo questo ragionamento si può pensare che sia lecito per la comunità islamica tentare di imporre il divieto internazionale di pubblicare atti offensivi nei confronti delle religioni; poiché altrimenti obbligati - dunque meno liberi-  a dover subire un’ offesa.

Come abbiamo visto dalle dichiarazioni del Papa, non è solo la comunità islamica a volersi opporre a delle vignette che dileggiano le religioni, ma molta parte delle comunità religiose non trova giustificazioni all'esistenza di un giornale che ci guadagna nel mortificarle.

È ovvio però che così ragionando si arriva a sostenere che il giornale francese non avrebbe dovuto pubblicare le vignette, e prima ancora Morris Sadek non avrebbe dovuto diffondere su YouTube il trailer di “Innocent of Muslim”, accettando così la censura e negando dunque la libertà di stampa e di espressione.

Per raggiungere una soluzione probabilmente è necessario spostare il centro della discussione su una questione morale, che in questo caso va analizzata anche e soprattutto come culturale.
In un mondo in costante comunicazione come quello in cui viviamo, culture composte da morali diverse si trovano a convivere e il concetto di libertà assume sì diverse forme da non poter pensare che non porti ad uno scontro tra chi vede nella libertà di uno, la limitazione della propria.

Lock sosteneva che la libertà di ognuno finisca dove comincia quella del vicino, ma come si fa quando la libertà che vai a limitare non è quella del tuo vicino ma di una cultura che geograficamente si forma a migliaia di chilometri da te? L’unica soluzione è analizzare il sistema mondo come una macro realtà che democraticamente dovrebbe sottostare alla stesse regole: quelle della giurisprudenza; ma così non è, e il fatto che le diversità culturali oggi convivano non implica che non esistano.

Il Ministro francese dell’istruzione, nel 2012, intervenendo in merito alle vignette disse che la libertà d'espressione "è stata molto importante per la nostra civiltà" e come per la democrazia, "va preservata (…) è intangibile non si può transigere su questo".
Utilizzare insieme i termini democrazia e libertà è di per sé molto interessante, poiché paradossalmente insieme non possono esistere.
La libertà di espressione e di stampa non può forse essere vista come abbattimento di democrazia in una esaltazione individualista? Non è la maggioranza che decide, ma un singolo, un giornalista o una testata.

Il concetto di libertà è così complesso e facile da manipolare in base alle proprie esigenze, che il 26 aprile del 1999, i dirigenti di Charlie Hebdo avevano portato al ministero dell’Interno una serie di casse contenenti 173.700 firme di persone che richiedevano la messa fuorilegge del Front National, il partito ultra nazionalista oggi guidato da Marine Le Pen. Capite bene che la questione non è inerente alla condivisione o meno delle idee di un partito, ma alla possibilità che questo esista.
E' davvero impensabile credere di trovare 173.700 persone in tutta la Francia disposte a firmare per la chiusura di Charlie Hebdo?

Perché con la libertà succede lo stesso che con gli alimenti solidi e nutrienti e con i vini generosi, che sono adatti a nutrire e a rinvigorire i temperamenti forti che vi son abituati, ma che debilitano, rovinano e ubriacano i temperamenti deboli e delicati che non ci son tagliati.

Rousseau con queste parole ci fa capire come non esistano delle definizioni universali, la libertà che  di per sé sembra un diritto assoluto, nella pratica e nella realtà non lo è, ma è piuttosto un termine che viene piegato ad uso e consumo da temperamenti, quelli dell'essere umano, assolutamente deboli, insicuri a tal punto da decidere di eliminare chi riteniamo neghi la nostra libertà.

Rosa Luxemburg, una donna che per la libertà delle sue idee è morta, disse che “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”, si è meritevoli nel difenderla solo quando si è pronti a farne beneficiare anche coloro che si esecrano.
Nessuna morte è giustificabile per nessuno scopo, ma stiamo attenti a non pensarci così superiori da poterci arrogare il possesso e l’utilizzo di un valore ampio come quello della libertà, renderemmo essa stessa prigioniera.
Ultima modifica il Mercoledì, 28 Gennaio 2015 17:21
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