Condannato il medico che uccise Suhair. L’Egitto e la lotta alle mutilazioni genitali

27ora
27 01 2015

Suhair, detta Su-su, aveva 13 anni. Quella mattina d’estate del 2013 in cui, per volere della famiglia, è stata portata nella clinica di un medico per la “circoncisione femminile” (detta anche “infibulazione” o come la chiamano gli esperti “mutilazione genitale femminile”), lei aveva un bruttissimo presentimento.

Era già successo a una delle sue sorelle, Amina, di venire sottoposta alla pratica due anni prima – come peraltro è accaduto al 90% delle egiziane sotto i 50 anni (secondo le stime del governo). Chissà cosa le aveva raccontato Amina. Ma quel che è certo è che Suhair Al-Bataa sentiva che qualcosa sarebbe andato storto, come hanno raccontato le amiche ad una giornalista della Bbc. Anche la nonna (sottoposta lei stessa alla pratica all’età di 9 anni) ha confermato che Suhair non ci voleva andare. “Aveva pianto, aveva rifiutato”. Ma il padre la costrinse. Allora, prima di obbedire, Suhair raccomandò alla sorella maggiore di prendersi cura della più piccola e, al calzolaio cui aveva chiesto ripararle le scarpe, disse che forse quella sarebbe stata l’ultima volta.

Suhair aveva ragione. E’ morta nel villaggio agricolo di Mansoura, lo stesso in cui era nata, nel Delta del Nilo, un posto povero e isolato dal mondo. Non diventerà mai una giornalista: era il suo sogno, secondo la migliore amica Amira Arafat. L’autopsia dice che a ucciderla è stato “un calo repentino della pressione sanguigna in seguito ad un trauma”. A differenza delle altre tre ragazze sottoposte contemporaneamente alla circoncisione, lei non si è svegliata: dopo un’ora è stata portata in ospedale.

Non è stata la famiglia a sporgere denuncia, ma alcuni attivisti. E ieri, alla fine, il medico Raslan Fadl, che praticava una dozzina di infibulazioni al giorno e che è anche l’imam della moschea di Mansoura, è stato condannato a due anni di carcere più una multa. E’ la prima volta che succede in Egitto. “Una vittoria monumentale” la definisce l’associazione “Equality Now”.


Anche il padre di Suhair è stato condannato: a tre mesi di carcere con la condizionale. E’ stata la famiglia a volere l’infibulazione per Suhair, il padre nel suo caso, ma anche le donne hanno un ruolo. La sua morte è interpretata dallo zio come “il volere di Dio”. La nonna, con la voce che le si spezzava, ha detto che la nipotina “era una ragazzina dolce come il miele”. Poi ha raccontato al quotidiano inglese Independent di un’altra nipote, di dieci anni. Verrà circoncisa? “Dipende da quello che deciderà sua madre. E’ una cosa buona. Io e le mie cinque sorelle siamo state circoncise. E’ la tradizione. Siamo venute al mondo e le nostre famiglie hanno questa tradizione”. Dopo la morte di Suhair la mutilazione genitale femminile continua nel suo villaggio. Secondo il giornale egiziano Masry El Youm, il dottore aveva offerto l’equivalente di quasi tremila dollari ai familiari per farli tacere.

La mutilazione genitale femminile è una delle più devastanti pratiche cui vengono sottoposte le ragazze e le bambine dell’Africa orientale. Spesso si tratta di ragazze tra i nove e i tredici anni, ma a volte hanno appena sei anni. In Egitto avrebbe avuto origine già prima dell’avvento dell’Islam (è chiamata “circoncisione faraonica”) mentre non è praticata in Paesi ben più conservatori nel Golfo.

Si muore per emorragia, per reazioni allergiche e, per tutte coloro che sopravvivono le conseguenze possono andare da infezioni all’infertilità e a rischi gravi durante il parto. La consapevolezza è aumentata in Egitto: diversi anni fa, prima che la pratica venisse dichiara illegale nel 2008, un gruppo di infermiere fece pubblicamente – per la prima volta – un minuto di silenzio dopo la morte di una tredicenne di nome Karima in una clinica del Cairo.

Emma Bonino è stata una delle promotrici della battaglia contro la mutilazione genitale femminile. Oggi molti attivisti sottolineano l’importanza di far penetrare il dibattito al di là delle élite progressiste e all’interno delle masse povere nelle zone rurali. Decine di villaggi, grazie a campagne di educazione sulla questione, si sono in effetti liberati dalla pratica. Ma c’è ancora molto da fare, come dimostra la storia di Suhair. L’Unicef chiede una più efficace applicazione della legge. Ma il problema è spesso la mentalità: molti nelle zone rurali credono che l’infibulazione sia l’unico modo per evitare che le donne della famiglia siano promiscue; diversi genitori la considerano una pratica religiosa, anche se le massime autorità islamiche e cristiane del Paese l’hanno esplicitamente condannata.

In passato erano i “circoncisori tradizionali” a praticare l’infibulazione, applicando polvere e sale sulle ferite. Poi a volte erano i barbieri. Ora lo fanno quasi sempre i medici in Egitto, il che porta alcuni a ritenere che sia una “cosa moderna”. Ma nessuno di loro impara queste cose studiando medicina. Le ragazze continuano a morire, proprio come Su-su. Chissà quante storie ci sono come la sua, ma senza nomi né soprannomi.

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