Cosa è il TTIP e perché cambierà le nostre vite

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Stop TTIPAndrea Baranes, Zeroviolenza
12 febbraio 2015

Firma la petizione per fermare il TTIP

Cos'è il TTIP? - Il Transatlantic Trade and Investment Pact (a volte indicato come TransAtlantic Free Trade Agreement o TAFTA) è un accordo per la liberalizzazione degli investimenti negoziato tra Unione Europea e USA. Un documento che doveva rimanere segreto ma che è poi trapelato riporta che l'obiettivo del TTIP è quello di rendere permanente "il più alto livello di liberalizzazione attualmente presente negli accordi di libero scambio".
L'accordo riprende i contenuti di precedenti tentativi, che sono falliti anche in seguito alla mobilitazione di moltissime organizzazioni della società civile, quali il MAI (Multilateral Agreement on Investments) discusso in sede OCSE o la liberalizzazione degli investimenti nell'accordo GATS del WTO.

Barriere tariffarie e non tariffarie - Secondo i promotori tale accordo dovrebbe portare occupazione e crescita economica sulle due sponde dell'Atlantico, in particolare grazie all'abbattimento di dazi e tariffe sull'import-export di beni e servizi e alla conseguente crescita degli scambi commerciali e degli investimenti. Più che sui dazi, solitamente già molto bassi tra USA e UE, la vera posta in gioco con il TTIP riguarda le barriere non tariffarie.

Con tale espressione si indicano tutte le legislazioni e normative che pongono dei limiti all'ingresso in un Paese di taluni prodotti o servizi. Barriere non tariffarie sono ad esempio i limiti posti dall'UE alla coltivazione e commercializzazione di OGM; il divieto di vendita di carni trattate con ormoni; legislazioni sui diritti e le tutele per lavoratrici e lavoratori. Con la firma del TTIP, ogni legge o vincolo ambientale, sulla sicurezza e tutela dei consumatori, sui diritti del lavoro o in qualsivoglia altro ambito potrebbe essere considerato una barriera ingiustificata al libero commercio.

Lo Stato che ha promosso una normativa “eccessiva” dovrebbe rimuoverla o pagare pesanti sanzioni. Verrebbe di fatto distrutto il principio precauzionale che vige oggi in Europa e secondo il quale non è possibile mettere in commercio un prodotto finché non si dimostri la sua non-pericolosità o tossicità.

Alcuni esempi storici - Dopo il disastro di Fukushima, la Germania decide di uscire dal nucleare. Pochi mesi dopo, basandosi su un accordo internazionale sugli investimenti in ambito energetico, il colosso dell'energia Vattenfall chiede allo stato tedesco una compensazione di 3,5 miliardi di euro. L'anno prima la Philip Morris cita l'Australia, sostenendo che la nuova legge pensata per limitare il consumo di sigarette deprime il valore dei suoi investimenti nel Paese e ne “compromette irragionevolmente il pieno uso e godimento”. La statunitense Metalclad si è vista riconoscere un rimborso di oltre 15 milioni di dollari quando un Comune messicano ha revocato l'autorizzazione a costruire una discarica di rifiuti pericolosi sul proprio territorio.

Più recentemente la Lone Pine Resources ha chiesto 250 milioni di dollari al Canada a causa della moratoria approvata dal Quebec sulle attività di fracking – una pratica di estrazione di petrolio dalle rocce con enormi rischi ambientali. Sono purtroppo moltissimi gli esempi che si potrebbero fare in cui analoghi accordi bilaterali sugli investimenti hanno portato a sanzioni da miliardi di dollari per Stati che avevano delle Leggi “eccessive” in materia ambientale o sociale che potevano minacciare i profitti delle multinazionali.

L'organo di risoluzione delle dispute - Uno degli aspetti più controversi, ma non certo l'unico, del TTIP è la creazione di un organo di risoluzione delle dispute o in inglese Investor-State Dispute Settlement – ISDS. Tale organo dovrebbe dirimere le controversie tra un investitore che pensi che i propri “diritti” siano minacciati da una legislazione esistente in uno Stato. Tra le altre cose, non si capisce perché un'impresa multinazionale che pensasse di avere subito un danno non dovrebbe rivolgersi alla giustizia ordinaria.

Questo a maggior ragione nel momento in cui per le imprese nazionali è precluso il ricorso agli ISDS, ponendo più di qualche dubbio sul principio “la legge è uguale per tutti”. Tali organi si riuniscono a porte chiuse nel nome della “confidenzialità commerciale”, anche quando ci sono in gioco normative che interessano l'insieme dei cittadini, come quelle sull'ambiente o sul lavoro, con totale mancanza di trasparenza. Se uno Stato pensa di avere subito un torto, non può ricorrere agli ISDS. Una “giustizia” a senso unico: un'impresa che danneggia, inquina o viola i diritti del lavoro non è attaccabile tramite organismi che permettono al privato di chiedere una compensazione a volte miliardaria per una Legge democraticamente approvata in uno Stato sovrano.

Un attacco alla democrazia - L'accordo mina le fondamenta della democrazia. Riguardo il potere giudiziario, tre esperti di commercio decidono in luogo dei tribunali, a porte chiuse e con sentenze vincolanti per Stati ed Enti Locali; c'è poi un attacco al potere legislativo, con la possibilità che una singola impresa privata arrivi a fare abrogare Leggi e normative di uno Stato sovrano. L'attacco è persino al potere esecutivo, visto che in molti casi non è nemmeno necessario arrivare a giudizio: la semplice minaccia di una disputa basta a modificare le decisioni dei governi.

In parte per il costo di tali procedimenti, in parte per il rischio di dovere poi pagare multe che possono arrivare a miliardi di euro, ma anche per un altro aspetto: un governo che dovesse incorrere in diverse dispute dimostrerebbe di essere poco incline agli investimenti internazionali. In un mondo che ha fatto della competitività il proprio faro e che si è lanciato in una corsa verso il fondo in materia ambientale, sociale, fiscale, sui diritti del lavoro pur di attrarre i capitali esteri, l'introduzione di leggi “eccessive” e l'essere citato in giudizio in un ISDS diventano macchie inaccettabili.

Finanza e TTIP - L'Europa, malgrado il parere contrario degli stessi USA, continua a spingere per includere nel TTIP anche i servizi finanziari. Una posizione al limite dell'incredibile mentre ci troviamo in un vortice di crisi provocata in origine dal collasso di un gigantesco casinò finanziario. Tutto l'impegno dell'UE dovrebbe andare verso l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie; la separazione tra banche commerciali e banche di investimento; chiudere il sistema bancario ombra; introdurre limiti e trasparenza sui derivati; fermare lo scandalo dei paradisi fiscali; introdurre un principio precauzionale; e via discorrendo. Con il TTIP si va nella direzione diametralmente opposta, puntando al “più alto grado possibile di liberalizzazione”.

L'Europa pretende di uscire dalla crisi esasperando le condizioni che ci hanno trascinato nella crisi stessa. La retorica della Commissione Europea sulla necessità di “armonizzare” le regole appare una foglia di fico davvero inaccettabile. Primo perché tali regole vanno discusse in pubblico e tramite un dibattito parlamentare, non certo a porte chiuse tra pochi funzionari della Commissione europea e del Dipartimento al Commercio USA. Secondo perché servono regole stringenti e vincolanti, non una corsa verso il fondo. Ancora prima, il luogo dove discuterle non può essere un accordo bilaterale. E' sul piano internazionale, e non bilaterale, e nelle istituzioni esistenti, e non in un accordo di libero scambio, che occorre riportare la discussione su una regolamentazione finanziaria tanto urgente quanto necessaria.

Link e siti
Campagna italiana contro il TTIP: http://stop-ttip-italia.net
Speciali di Sbilanciamoci! sul TTIP
Il trattato intrattabile: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Il-trattato-intrattabile-21923
Bis-trattati: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/38.-Bis-trattati-26653
Granello di Sabbia di Attac sul TTIP: http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3970

Ultima modifica il Domenica, 15 Febbraio 2015 15:04
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