Armi e terrorismo, le colpe dell'Occidente

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Marco OmizzoloRoberto Lessio, Zeroviolenza
17 febbraio 2015

Il traffico di armi nel mondo non conosce crisi. Secondo il nuovo rapporto Trends in international arms transfers dell'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), il traffico internazionale di armi è cresciuto del 14% nel quinquennio 2009-2013. Armi che servono per uccidere, massacrare civili, a volte profughi in fuga da dittature come quella eritrea, povertà, mutamenti climatici. Ogni giorno nel mondo più di mille persone vengono uccise con armi convenzionali, mentre 300 mila bambini vengono coinvolti in vari conflitti, trasformati in soldati e violentati.

Solo in Rwanda circa 15.700 donne e ragazze sono state violentate con l’utilizzo di armi. In Croazia e Bosnia abbiamo toccato le 25.000 donne. L’Algeria da sola spende oltre 10 miliardi di dollari in armamenti, mentre Marocco, Angola, Nigeria e Sudafrica superano il miliardo. A questo mercato si sommano i traffici clandestini di armi, la cui pericolosità è immensa.

L'Italia è pienamente inserita in questo business. A dicembre del 2014 l’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli è stato arrestato a Podgorica, in Montenegro, insieme a due cittadini romeni, e accusato di traffico d’armi a favore delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane. L’arresto dell’ex parlamentare è avvenuto su mandato di cattura delle autorità statunitensi. Una vergogna di cui si è parlato troppo poco in Italia. Romagnoli vive dal 1989 in Grecia, paese per cui era stato nominato rappresentante della Confederazione degli Imprenditori Italiani nel Mondo nel 2005.
Seduto tra i banchi di Forza Italia dal 2006 al 2008, eletto nella circoscrizione estero e durante questa esperienza nominato responsabile estero del gruppo euro-parlamentari del partito di Berlusconi e responsabile europeo Azzurri nel Mondo. Nessuno si scandalizzi. I traffici internazionali di armi, rifiuti, beni primari, sono tra i più redditizi e in nome del denaro e del potere si può fare qualunque cosa.

Una regione africana particolare esposta alle conseguenze del traffico internazionale di armi è il Sahel, i cui sconvolgimenti politici, ecologici e drammi umanitari stanno decimando la popolazione con grave indifferenza della comunità internazionale. Proprio la fortissima conflittualità del territorio rende il Sahel un mercato ambito per i trafficanti di armi.

Secondo l’istituto svedese SIPRI nel 2013 l'intero continente africano ha destinato quasi 45 miliardi di dollari alla difesa, con un aumento dell’8,8% rispetto all’anno precedente. Il traffico di armi nel Sahel è aumentato soprattutto a causa del crollo del regime di Gheddafi. L'accesso alle armerie del Rais libico ha consentito di inondare i circuiti clandestini di nuove armi, usate in molti paesi per combattere guerre, a volte anche di religione, come sta accadendo nella Repubblica Centroafricana, perseguitare oppositori e sostenere regimi dittatoriali, come in Eritrea.

Già dal 2011 le armi trafugate dagli arsenali del rais varcavano i confini libici con destinazione Niger, Algeria, Nigeria, Mali, Ciad. Erano fucili d’assalto, munizioni, mortai ed esplosivi. Vari servizi di intelligence di vari Paesi occidentali scrivono di un vastissimo assortimento di lanciamissili portatili pronti per essere impiegati contro aerei e carri armati. Tra questi, vi sono migliaia di missili terra-aria di fabbricazione sovietica in grado di abbattere un aereo a bassa quota.

Gli attacchi terroristici in Algeria hanno dimostrato che i gruppi terroristici sono entrati in possesso di ingenti quantitativi di esplosivo al plastico Semtex, sempre di fabbricazione sovietica. Nè l'Europa né gli Stati Uniti hanno agito con determinazione per impedire l'uso di quelle armi, che intanto hanno seminato morte e devastazione. Anzi, alcuni paesi hanno fatto ottimi affari.

La Francia, ad esempio, in prima fila insieme a Netanyhau, Erdogan, Lavron e Poroshenko, per difendere i diritti umani e le libertà fondamentali, compresa quella di stampa, è stata accusata di aver fornito armi ai ribelli e ai combattenti durante la crisi libica. Nonostante le smentite di Parigi, il quotidiano le Figarò sostiene che le armi lanciate dagli aerei francesi fossero leggere, dunque destinate alla difesa della popolazione, ma anche lanciamissili anticarro. Seguire questo traffico consente di scoprire relazioni interessanti, insieme ad un terribile tanfo di morte e di soldi.

L'assalto alle armerie libiche ha concorso a destabilizzare il Sahel. Armi e combattenti libici si sono uniti ai gruppi separatisti tuareg in Mali per rovesciare il governo del presidente Amadou Toumani. I Tuareg del Movement for the Liberation of the Azawad (MNLA) si sono invece alleati con alcuni gruppi terroristici facenti capo ad Al-Qaeda, tra cui l’AQIM (Al-Qaeda in the Islamic Maghreb, il MUJAO (Movent of Jihad and Oness in West Africa) e Ansar al-Dine. Questa coalizione ha lanciato l’offensiva nella primavera del 2012 con cui le tre regioni settentrionali del paese, Gao, Timbuctu e Kidal sono state rapidamente sottratte al controllo governativo.

Anche la Repubblica Centrafricana è stata sconvolta da ribellioni interne. La coalizione islamica dei Seleka con a capo Michel Djotodia, ad aprile del 2013 ha spodestato il presidente Froncois Bozizè costringendolo alla fuga in Camerun. Anche in questo caso l’avvicendamento al potere è stato seguito da una grave instabilità e sanguinosi scontri tra la popolazione cristiana e quella musulmana con centinaia di vittime.

Altri paesi sono stati interessati da attacchi terroristici. In Niger, il MUJAO, come ritorsione contro l’invio di truppe di Niamey in Mali, ha sferrato a maggio del 2013 due attacchi dinamitardi contro una caserma e un impianto di estrazione dell’uranio gestito dal colosso francese Areva. In Algeria, già bersagliata da innumerevoli attacchi, i militanti dell’AQIM hanno sequestrato il sito gasiero di In Amenas a gennaio del 2013.

E in questi scenari che i trafficanti di armi si insediano e trovano terreno fertile per i loro affari.

In Italia, nel corso del terremoto in Emilia e a L'Aquila, intercettazioni telefoniche hanno rivelato i brindisi e le risate di mafiosi, imprenditori e politici corrotti, felici per gli appalti che sarebbero derivati da quelle tragedie e dai relativi decessi. Lo stesso si può immaginare per i trafficanti (e produttori) di armi, intenti a festeggiare la nuova guerra, il nuovo terrorismo, la conquista di una nuova città, un nuovo scontro a fuoco. Ogni proiettile sparato e ogni reazione militare conseguente si tramuta in denaro contante. Loro brindano e interi popoli muoiono.

Viene in mente quella bellissima poesia di Bertold Brecht dal titolo “La guerra che verrà” e che recita così:
La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima
 c’erano vincitori e vinti.
 Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente 
egualmente.

Ultima modifica il Martedì, 24 Febbraio 2015 10:51
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