Lampedusa, le drammatiche testimonianze sull’ultima tragedia del Mediterraneo

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Le persone e la dignità
17 02 2015

La sera del 7 febbraio, dopo aver pagato agli scafisti 650 euro a testa 400 migranti vengono portati a Garabouli, 40 chilometri a ovest di Tripoli e fatti salire con la minaccia delle armi su quattro gommoni. Il giorno dopo inizia l’incubo.

Nel primo pomeriggio dell’8 febbraio la Guardia costiera italiana riceve un Sos da un punto localizzato a 120 miglia nautiche a sud di Lampedusa e a 74 miglia nautiche a nord della Libia. Nella telefonata, pressoché incomprensibile, si capiscono solo le parole “pericolo, pericolo” in lingua inglese. Ma bastano quelle.

In quel momento, la principale imbarcazione usata nell’ambito dell’operazione europea Triton è ormeggiata a Malta, a centinaia di chilometri di distanza, per manutenzione. Ecco la tanto proclamata risposta dell’Unione europea alla chiusura di Mare nostrum!

Le condizioni meteo in quella zona sono pessime da una settimana. I migranti, molti dei quali indossano vestiti leggeri, le temperature sono prossime allo zero, cade persino la grandine e le onde sono alte fino a otto metri. I quattro gommoni hanno piccoli motori fuoribordo che i trafficanti non hanno neanche riempito col carburante necessario alla traversata.

In modo ammirevole e con eccezionale coraggio dei suoi uomini, le imbarcazioni della Guardia costiera partono al soccorso. Ci mettono tempo, perché affrontare il mare in tempesta con mezzi di 18 metri è arduo. Riescono a trarre in salvo 105 persone da uno dei gommoni alle 21 di domenica 8, ma dopo il salvataggio 29 muoiono di ipotermia e per altre cause. Due navi mercantili che si trovano nella zona salvano nove sopravvissuti rimasti su due gommoni.

Una missione di ricerca di Amnesty International ha incontrato a Lampedusa alcuni sopravvissuti.

Ibrahim, un uomo di 24 anni proveniente dal Mali, è uno dei due soli sopravvissuti del suo gommone, soccorso da un mezzo mercantile:

“[Alle 7 di sera di] domenica il gommone ha iniziato a sgonfiarsi e a riempirsi d’acqua e chi era a bordo ha cominciato a cadere in acqua. A ogni ondata, cadevano due o tre persone. La prua si alzava e chi era a poppa finiva in mare. A un certo punto eravamo rimasti solo in 30. Ci siamo attaccati alla corda del lato che stava ancora a galla, l’acqua saliva fino alla pancia. Poi siamo rimasti in quattro. Abbiamo resistito tutta la notte. Pioveva. All’alba, due sono scivolati via. La mattina abbiamo visto un elicottero. Ho raccolto una maglietta rossa che galleggiava nell’acqua e l’ho agitata perché potessero vederci. Hanno lanciato un piccolo canotto gonfiabile ma non avevo più le forze per raggiungerlo. Abbiamo aspettato ancora. Un’ora dopo, è arrivata una nave, ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Erano le tre del pomeriggio [del 9 febbraio]”.
Lamin, a sua volta proveniente dal Mali, era sull’altro gommone soccorso da una nave mercantile:

“Eravamo in 107. In alto mare, le onde hanno iniziato a sballottarci. Avevamo tutti paura. Ho visto tre di noi cadere in acqua e nessuno ha potuto aiutarli. Hanno cercato di rimanere attaccati al gommone ma non ce l’hanno fatta. Quando è arrivata la grande nave commerciale a soccorrerci, eravamo rimasti solo in sette. Ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Durante i soccorsi, la nostra barca si è spezzata in due parti che sono affondate, portando giù tutti i corpi”.
I sopravvissuti hanno confermato che i gommoni erano quattro; il quarto risulta ancora disperso. I morti sono oltre 300.

È impossibile sapere quante vite sarebbero state salvate con maggiori risorse, ma il numero dei morti sarebbe stato probabilmente minore. La Guardia costiera ha fatto del suo meglio.

Le partenze di migranti e rifugiati sono aumentate nel corso del fine settimana e continueranno a farlo mentre la Libia sprofonda nella violenza. La Guardia costiera italiana ha confermato che i suoi mezzi, insieme alle navi mercantili, hanno soccorso tra il 13 e il 15 febbraio oltre 2800 persone a bordo di almeno 18 imbarcazioni; solo il 15 febbraio sono state soccorse 2225 persone a bordo di oltre 10 imbarcazioni.

Il direttore delle operazioni di ricerca della Guardia costiera ha parlato in modo franco ai ricercatori di Amnesty International a proposito delle limitate risorse a disposizione:

“Quando alla fine dell’inverno le partenze aumenteranno, non saremo in grado di prenderli tutti a bordo, se rimarremo gli unici a uscire in mare”.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si aspetta che i flussi di migranti che attraversano il Mediterraneo proseguano nel 2015. Nel 2014 hanno attraversato il mare 218.000 persone e i dati del gennaio 2015 mostrano un incremento del 60 per cento degli arrivi rispetto allo stesso mese del 2014. L’anno scorso quasi 3500 persone sono morte in quello che è il più mortale percorso marittimo del mondo.

Amnesty International sollecita gli stati dell’Unione europea a prevedere operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte usate dai migranti, che siano quanto meno dello stesso livello di Mare nostrum. Nel frattempo, fino a quando ciò non accadrà, l’organizzazione per i diritti umani chiede all’Italia di fornire risorse aggiuntive di emergenza.

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