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Malak, 14enne, messa in galera da Israele per una pietra

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Il Garantista
19 02 2015

Una ragazzina di 14 anni, dopo 45 giorni di prigionia nel carcere israeliano, ha potuto finalmente riabbracciare i suoi familiari. Parliamo di Malak al-Khatib, una ragazzina palestinese di appena 14 anni arrestata lo scorso 31 dicembre dagli israeliani per aver lanciato una pietra.

In un’intervista rilasciata a Asharq al-Awsat, la giovane palestinese ha dichiarato: «Sono felice dopo 45 giorni di prigionia di esser tornata qui e di aver potuto rivedere i miei amici e la mia famiglia ».

Malak ha anche raccontato le dinamiche del suo arresto, avvenuto il 31 dicembre scorso: un gruppo di soldati l’ha circondata e buttata a terra e dopo averla caricata con la forza su un veicolo militare, l’hanno trasportata in una centrale della polizia dove la ragazza e i suoi amici sono stati sottoposti a duri interrogatori. «Ho conosciuto la sofferenza, il dolore, ho sperimentato il freddo e l’umiliazione, ma non ho mai avuto paura per questo», ha dichiarato Malak. «Ciò che mi addolorava era il pensiero della mia famiglia e dei miei amici, avevo paura di non rivederli mai più», ha sottolineato la 14enne.

La palestinese ha riacceso ancora una volta i riflettori sul problema dello stato di diritto che grava su Israele: la detenzione dei minorenni palestinesi. Sono 151 quelli detenuti al momento nelle carceri di Israele secondo un rapporto dell’organizzazione Military Court Watch. Di solito finiscono dietro le sbarre per avere lanciato qualche pietra contro i blindati o i militari israeliani: un reato da Corte marziale e Isreaele è uno dei pochi Paesi al mondo dove i minorenni (persino dodicenni) sono processati nei tribunali militari.

È andata così anche per Malak, condannata a due mesi di reclusione e 1.500 dollari di multa. Ha confessato di avere raccolto da terra un sasso e di averlo lanciato contro alcune automobili mentre rientrava a casa da scuola a Beitin, in Cisgiordania. Inoltre, secondo la testimonianza di cinque militari, aveva con sé un coltello che voleva usare per pugnalare gli uomini della sicurezza israeliana in caso di arresto. Una confessione che il padre della ragazza è sicuro le sia stata estorta con intimidazioni e minacce, e non sarebbe una novità. «Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un’arma nucleare», ha detto all’agenzia palestinese Moon. È stato già denunciato altre volte l’impiego di minacce per estorcere confessioni a ragazzini privati dell’assistenza legale e persino della presenza dei genitori.

La condanna arriva perfino dall’ Unicef che critica gli israeliani per il trattamento che riservano ai minorenni palestinesi: ha parlato e portato prove di interrogatori che sono «un misto di intimidazioni, minacce e violenza psicologica, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare». Vengono spaventati a morte, con minacce che riguardano i famigliari, o sono messi in isolamento.

Secondo Defense for Children international, nel 20 per cento dei casi, i bambini e adolescenti sono stati tenuti in isolamento in media per dieci giorni. E questo trattamento è riservato a ragazzi che sono poco più che bambini, spesso arrestati nel cuore della notte, anche se Tel Aviv dall’anno scorso ha un programma sperimentale che esclude gli arresti nottetempo. I mandati, però, secondo l’organizzazione Military Court Watch, vengono consegnati sempre dopo la mezzanotte.

Malak ha fatto notizia scatenando indignazione e proteste in Cisgiordania soprattutto perché è una ragazza. Il suo volto ha campeggiato nelle piazze delle città palestinesi e la leadership palestinese si è rivolta alle Nazioni Unite per denunciare gli arresti indiscriminati di minorenni nei Territori occupati.

Nel 47 per cento dei casi, vengono trasferiti in prigioni in Israele, dove è più complicate per i legali e i famigliari incontrarli. Una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Inoltre, il sistema che prevede l’arresto e la detenzione di adolescenti e bambini, viola diverse norme internazionali sui diritti dell’infanzia.

Statisticamente, ogni anno, le autorità israeliane arrestano un migliaio di minorenni e tra i 500 e i 700 sono processati in tribunali militari. In Israele, la totalità dei detenuti palestinesi minorenni e la maggior pare degli adulti incarcerati, sono arrestati tramite la famigerata detenzione amministrativa. È una misura – utilizzata anche dalla Cina, Egitto e Sri Lanka – che consente ai militari israeliani di tenere reclusi prigionieri basandosi su prove segrete, senza incriminarli o processarli e i palestinesi sono soggetti a detenzione amministrativa fin dal mandato britannico.

Israele usa regolarmente la detenzione amministrativa in violazione della legge internazionale e dichiara di essere in un permanente stato di emergenza tale da giustificare l’uso quotidiano di questa pratica. La detenzione amministrativa israeliana viola molti standard internazionali; ad esempio, detenuti provenienti dalla Cisgiordania vengono deportati in Israele, violando direttamente la proibizione della Quarta Convenzione di Ginevra (Artt. 49 e 76) e ai prigionieri vengono spesso negate le visite dei familiari previste dagli standard internazionali e non vengono tenuti separati dagli altri detenuti, come prevedono le leggi internazionali.

Nella Cisgiordania palestinese occupata, l’esercito israeliano è autorizzato a emanare ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’art. 285 del codice militare 1651. Questo articolo permette ai comandanti militari di detenere una persona fino a sei mesi, rinnovabili se vi sono ragioni sufficienti per presumere che la sicurezza della zona lo richiedano.

Alla data di scadenza o appena prima, l’ordine viene spesso rinnovato, e non vi è alcun riferimento esplicito alla durata massima possibile, legalizzando così una detenzione senza scadenza. Gli ordini di detenzione vengono emanati al momento dell’arresto o, in seguito, spesso basandosi su “informazioni segrete” raccolte dai servizi israeliani.

Quasi mai né il detenuto né il suo avvocato vengono informati delle ragioni dell’internamento o messi al corrente delle “informazioni segrete” quindi i palestinesi possono essere incarcerati per mesi, se non anni, in via amministrativa, senza mai essere informati sulle ragioni o sulla durata del loro internamento e vengono di solito informati dell’estensione della loro prigionia nel giorno in cui il precedente ordine scade così non hanno alcun modo di appellarsi contro la loro detenzione.

Amnesty International è in prima fila per chiedere la sospensione della detenzione amministrativa. In un recente rapporto ha chiesto alle autorità israeliane di cessare di ricorrere alla detenzione amministrativa per reprimere legittime e pacifiche azioni degli attivisti dei Territori palestinesi occupati e di rilasciare tutti i prigionieri di coscienza, detenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e di associazione. Da anni l’organizzazione per i diritti umani lo chiede, tanto che in una nota scrisse: «Il sistema della detenzione amministrativa era inteso in origine come una misura straordinaria da applicare contro persone che rappresentavano una minaccia immediata e concreta. Israele lo ha usato per decenni per calpestare i diritti umani dei detenuti. È un relitto che deve essere demolito».

Damiano Aliprandi

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