Legge sulla diffamazione. Intervista a Silvia Garambois

DiffamazioneMonica Pepe, Zeroviolenza
24 febbraio 2015

Silvia Garambois, a che punto è l'iter parlamentare della legge sulla diffamazione a mezzo stampa?

Il Senato ha approvato quella che è una brutta legge, un nuovo bavaglio alla stampa, lo scorso 29 ottobre. Ad oggi la normativa è alla commissione giustizia della Camera, dove sono stati presentati nuovi emendamenti: alcuni per limare i punti più controversi, altri – purtroppo – che pongono nuovi paletti all'informazione.
Il che non è un problema per i giornalisti, ma per tutti le cittadine e i cittadini, se è vero come è vero che l'informazione libera garantisce la democrazia.

Quali sono ad oggi gli aspetti più negativi della legge?

La normativa licenziata al Senato risponde a un ripetuto richiamo dell'Unione Europea, che riteneva indegno che in un Paese Ue fosse prevista la galera per i giornalisti. E in questa legge di prigione non si parla più.
In cambio però il legislatore non ce l'ha proprio fatta a non immaginare un regime sanzionatorio che è una tagliola non per chi fa “cattiva informazione”, ma per chi... disturba il manovratore, il potente.

I nodi sono almeno tre:
- le sanzioni altissime (si arriva a 50mila euro, quando un giovane redattore regolarmente assunto non ne guadagna più di 24 mila lorde l'anno e un free lance, di media, 14mila);
- l'obbligo di rettifica senza replica (per cui il giornalista non può ribadire quel che ha scritto, in rispetto delle sue fonti);
- per il web si prevede un “diritto all'oblio” che non ha pari in Europa – la quale era intervenuta sui motori di ricerca, non sui siti – che ha il sapore della censura.

E come aggravante non si dice nulla sulle “querele temerarie”, ovvero le querele fatte dai politici e comunque dai potenti solo per zittire la libera stampa e le sue inchieste, anche in modo preventivo.
In questo modo non si tutelano le cittadine e i cittadini ai quali davvero è stata recata offesa, ma al contrario si difendono i diritti del potere contro una informazione di indagine e di inchiesta.   

Lo scontro sembra essere tra il diritto alla salvaguardia della reputazione e il diritto dovere dell'informazione. Qual è in realtà la posta in gioco?

Purtroppo, la scommessa democratica è forte. Non è un caso che nel '48, poche settimane dopo la promulgazione della Costituzione, sia nata una legge sulla stampa che continua ad essere un punto di riferimento molto alto: lì si parla del diritto dei cittadini a non essere diffamati, dell'obbligo di rettifica.
Evidentemente alla politica non basta: è dai tempi di Tangentopoli che le proposte di legge per limitare i diritti della stampa si accumulano in Parlamento. E ad ogni nuovo scandalo ne compaiono di nuove: siano governi di centrodestra (con Berlusconi), che di centrosinistra (con Prodi). E ora si replica con Renzi...

Come accennavo, infatti, tra gli emendamenti presentati alla Commissione di Montecitorio sono rispuntate persino sanzioni per le intercettazioni e addirittura galera per chi effettua registrazioni.
I giornalisti si sono dati da tempo codici molto severi – proprio all'epoca di Tangentopoli, per rispondere alla pressione della politica che voleva leggi bavaglio: la Carta dei doveri tutela, in questo senso, soprattutto la parte più debole della società, quella che “per ragioni sociali, economiche o culturali” ha minori strumenti di autotutela.

L'Italia ha ricevuto parecchi richiami sulle misure necessarie a garantire la libertà d'informazione, il più recente qualche giorno fa dal Consiglio d’Europa. Se non ascolteremo questi richiami ci saranno sanzioni per l'Italia?

Così dovrebbe essere. Ma onestamente non è l'allarme maggiore. Dovremmo interrogarci tutti sui dati diffusi da Reporters sans frontières, in cui si registra un grave arretramento della libertà di stampa in Italia (dal 49esimo al 73esimo posto): per le intimidazioni di mafia e per le querele ingiustificate!

Mattarella nel giorno del giuramento da Presidente della Repubblica ha citato la pluralità dell'informazione come forma della democrazia. Crede che questo richiamo influirà sulle sorti della legge?

E' stato un richiamo importantissimo. Che il Presidente Mattarella abbia sentito la necessità di citare il diritto costituzionale alla libera informazione presentando il suo settennato è un' àncora per tutti coloro che credono nella libera informazione: senza sbarre, né carcerarie né economiche. Senza censure.

Ultima modifica il Giovedì, 26 Febbraio 2015 12:14
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