Partite Iva, le correzioni non bastano "Condannati ad avere una pensione da fame"

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L’Espresso
25 02 2015

E' vero, se a quest'ultima tornata i sindacati si sono espressi contro il Jobs Act, almeno loro, le partite Iva e i freelance, hanno avuto risposte: sul blocco dell'aliquota contributiva e sul regime dei minimi, grazie al milleproproroghe. Ma questo intervento non lo considerano risolutivo: "E' solo un provvedimento di urgenza che rimedia agli errori degli ultimi mesi", spiega Anna Soru, presidente di Acta . Tanti sono ancora i nodi aperti e proprio questo venerdì, il 27, le associazioni si sono date appuntamento a Roma per manifestare: non solo gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps, ma anche i tanti professionisti inquadrati negli ordini.

Quindi grafici, ricercatori, operatori del web, ma pure ingegneri, architetti, geometri, farmacisti, fino agli archeologi e agli archivisti. Ci saranno anche i giovani avvocati che a Natale scorso hanno lanciato la protesta dei selfie #ionomicancello, contro Cassa forense .

Un esercito di 1,4 milioni di lavoratori che finora hanno agito separatamente sta cercando di raccordare le proprie rappresentanze e stringere su una piattaforma comune. Ma le preoccupazioni non sono legate solo al proprio presente, cioè che reddito riesco a portare a casa e quanto mi resta in tasca al netto di tasse, contributi e spese varie. In tanti si chiedono quale sarà il futuro di questi professionisti che oggi hanno in gran parte tra i 30 e i 40 anni. Anche perché, se da un lato è vero che per il momento è stato bloccato l'aumento dei contributi dal 27,72 per cento fino al 33,72 per cento (ma il meccanismo ripartirà già dall'anno prossimo), dall'altro con il sistema contributivo si sa bene che meno versi, più basso sarà il tuo assegno pensionistico.

Il rischio, per chi ha carriere discontinue e un reddito che nei primi anni di attività non supera i 12-15 mila euro annui, è che la futura pensione sia molto bassa, si calcola in tanti casi perfino al di sotto dell'assegno sociale: tra i 300 e i 400 euro al mese. Gli autonomi però contestano il principio secondo cui l'unico modo per rimpinguare i propri conti previdenziali sia quello di aumentare i contributi: "Anche perché così finiamo strozzati, non possiamo né vivere né investire sul nostro lavoro – spiega Andrea Dili, di Associazione 20 maggio – Ipotizziamo che i contributi siano stati già portati al 30 per cento: per chi non rientra nel regime dei minimi, se applichi l'aliquota fiscale del 23 per cento, sei già al 53 per cento di incidenza sul tuo reddito. E' vero che poi con le detrazioni riscendi un po' sotto il 50 per cento, ma insomma così non andiamo da nessuna parte".

Non c'è una soluzione unica, perché l'esercito delle partite Iva è molto variegato: ci sono gli iscritti alla gestione separata Inps (circa 290 mila autonomi), ma poi a questi si aggiungono oltre un milione di professionisti che versano a ben 21 casse degli ordini. Esistono però tre richieste che accomunano tutti: riorganizzare il fisco, in modo che non sia penalizzante ma sostenga l'attività e la crescita; garantire adeguate prestazioni di welfare; istituire un meccanismo di solidarietà intergenerazionale, per cui chi oggi ha ricche pensioni garantite dal sistema retributivo aiuti chi domani potrebbe trovarsi con assegni molto bassi a causa del contributivo.

Quanto al fisco, si chiede una riorganizzazione dei regimi dei minimi, che ad esempio non scoraggi chi vuole crescere: in tanti cercano in ogni modo di stare dentro la soglia del regime dei minimi, per evitare il balzo sproporzionato delle tasse quando li si supera, addirittura arrivando a rifiutare commesse aggiuntive. E ancora: poter detrarre integralmente le spese per i viaggi e la formazione, chiarire (oggi il meccanismo risulta confuso) chi deve pagare l'Irap e chi no. Acta propone un vero e proprio "patto fiscale": "Siamo disponibili alla piena tracciabilità e alla massima collaborazione con l'Agenzia delle entrate, ma ci si abbassi la pressione fiscale".

Il welfare è ancora uno dei grandi incompiuti per questa categoria: la malattia grave viene coperta solo per 60 giorni (vedi la battaglia che da mesi compie la lavoratrice autonoma Daniela Fregosi). La maternità è coperta, ma per il momento sei obbligata a lasciare completamente il lavoro, e questo può determinare la perdita del parco clienti: si chiede di eliminare questo vincolo. Il governo la settimana scorsa ha spiegato di voler accogliere la richiesta di estendere il congedo parentale anche ai padri, seppure le bozze dei decreti che circolano al momento non siano ancora chiare su questo punto. Manca infine tutto il capitolo degli ammortizzatori sociali: le partite Iva, a fronte dei contributi che versano, chiedono di poter accedere almeno a una copertura figurativa previdenziale dei periodi di non lavoro. Alcune associazioni si spingono a ipotizzare la possibilità di istituire un assegno di disoccupazione, ma questo certamente porrebbe poi il problema di dove reperire le risorse necessarie.

Infine la previdenza, la grande preoccupazione per il futuro. Per quanto riguarda la gestione separata Inps, che negli ultimi mesi in tanti hanno minacciato di abbandonare, le associazioni concordano nella richiesta di bloccare definitivamente il già programmato aumento dei contributi, e possibilmente scendere dall'attuale 27,72 per cento al 24,72 per cento, parificando l'aliquota a quella di commercianti e artigiani. Sul come rimpinguare gli assegni di domani a fronte di questo "sconto" oggi, le ipotesi sono diverse. Secondo Anna Soru, di Acta, bisogna riprendere una proposta di legge presentata nel 2009 dal fronte "bipartisan" di Giuliano Cazzola e Tiziano Treu, pensata perché si applicasse a tutti coloro che sono nel sistema contributivo, e non solo alla gestione separata Inps: "Prevede che al raggiungimento di 10 anni di contributi si maturi un assegno pari alla pensione sociale, da integrare poi con il rendimento derivante dal contributivo puro. Assicurerebbe un assegno futuro di almeno 700-800 euro".

Secondo Andrea Dili, di Associazione 20 maggio, invece si deve riprendere la proposta di Chiara Gribaudo (Pd), approvata come ordine del giorno in Parlamento sotto il governo Letta: "Si chiede di istituire un equo compenso per gli autonomi: perché se pure aumenti i contributi fino al 150 per cento, se hai un reddito basso la pensione sarà comunque bassa. L'equo compenso, di cui si è discusso di recente ad esempio per i giornalisti, dovrà essere quello indicato dal contratto nazionale per i dipendenti che svolgono lo stesso lavoro. Poi se sei bravo, quando offri la tua prestazione sul mercato potrai anche chiedere il doppio o il triplo, ma deve essere una base al di sotto della quale non si può scendere". Un'alternativa, in pratica, sia alle tariffe stabilite dagli ordini, che al salario minimo definito per legge dal governo, tanto che la stessa Consulta delle professioni Cgil si è espressa a favore di questa ipotesi.

Entrambe le associazioni concordano sul fatto che le risorse necessarie dovranno venire non solo da un investimento della fiscalità generale su un settore che, vista la crisi del lavoro dipendente, può creare occupazione e sviluppo, ma anche dal contributo solidale delle generazioni che sono uscite con il sistema retributivo, come ha proposto tra l'altro Tito Boeri, oggi presidente dell'Inps: "Chi prende da tre volte in su rispetto alla pensione minima, potrebbe in parte restituirci quello che oggi diamo noi per pagare il suo assegno - dice Dili – Anche perché, come si sa, chi è uscito con il retributivo ottiene in prestazioni molto più rispetto a quanto ha versato".

Un esercito di autonomi e freelance, che conta circa 1,3 milioni di lavoratori in Italia, pronto a emigrare verso altre casse contributive: "Siamo stati tartassati sia sul piano previdenziale che fiscale da tutti i governi. E adesso abbiamo deciso di muoverci”

Una soluzione, quella della "solidarietà intergenerazionale", che Alessandro Trudda, docente di Matematica attuariale all'Università di Sassari, indica anche per tutte le casse professionali: "C'è un generale problema di sostenibilità delle Casse, alcune delle quali negli ultimi anni hanno introdotto importanti riforme strutturali, visto che non potevano reggere i costi del sistema retributivo, e giustamente hanno dovuto transitare verso il contributivo. Se prima un professionista ci metteva 3-4 anni a recuperare con il suo assegno quanto versato nell'intera sua carriera, e poi andava tutto a carico del sistema, oggi ci mette qualche anno in più ma in molti casi siamo ancora potenzialmente in squilibrio. Per i giovani che sono nel contributivo, al contrario la sostenibilità è assicurata, ma c'è il rischio di un assegno povero: e allora si deve incrementare attraverso altre leve. Una è sicuramente quella del contributo da parte dei più anziani, e questa mi sembra una delle rivendicazioni di chi scende in piazza. In altri casi si può utilizzare parte del costo aggiuntivo addebitato al cliente, in fattura, come 'contributo integrativo'".

Ma un suo ruolo può svolgerlo anche il governo, eliminando una anomalia tutta italiana, ovvero la doppia tassazione sul pilastro previdenziale obbligatorio: "Oggi tassato – conclude Trudda – prima a monte, sui rendimenti: al 26 per cento, quasi come se fosse un fondo speculativo. E poi successivamente, quando viene erogato l'assegno. Nel resto d'Europa l'imposizione fiscale interviene solo nel secondo caso".

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