Moda, denuncia sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche in Cambogia

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L’Espresso
16 03 2015

«La quota da raggiungere per noi sarte era di 80 capi all’ora. Quando il salario minimo è stato alzato, hanno elevato l'asticella a 90. E se non ce la facevamo, ci urlavano, tanto. Ci dicevano che eravamo lente. Che dovevamo lavorare oltre l’orario. Non possiamo dire di no. Siamo come schiave, non lavoratrici. Anche se andiamo al bagno, ci fischiano per richiamarci al posto».

N.V. è una delle 270 lavoratrici intervistate nel 2014 da Human Rights Watch in Cambogia. I loro racconti snodano una trama di abusi costanti e quotidiani: dagli straordinari forzati ai contratti illegali, dai trasferimenti punitivi all'impossibilità di partecipare ad associazioni sindacali. Tutto dentro a fabbriche che riforniscono grandi marchi della moda globale come Adidas, Armani, Gap, H&M, Joe Fresh e Marks and Spencer.

I ricercatori dell'organizzazione per i diritti umani sono entrati in 73 aziende della capitale, Phnom Penh, e hanno incontrato operai, dirigenti, rappresentanti del governo. «Sebbene il diritto cambogiano imponga che il lavoro in orario straordinario sia volontario» denunciano nel rapporto finale della missione «i lavoratori di 48 fabbriche che forniscono prodotti a marchi internazionali hanno detto a Human Rights Watch che questo era stato loro imposto. In un quarto degli impianti la ritorsione da parte dei capi comprendeva licenziamenti, tagli sugli stipendi e trasferimenti a scopo punitivo». E poi ci sono i contratti brevissimi, le ritorsioni in caso di gravidanza, il blocco delle iscrizioni ai sindacati, le testimonianze di abusi.

Le multe e i controlli però sono ancora pochi. Fra il 2009 e il 2013 solo dieci impianti sono stati multati, su 1.200 registrati. E benché il numero di sanzioni sia balzato a 25 nel 2014 è ancora un numero irrisorio perché si possa davvero parlare di contrasto alle pressioni e alle violenze persistenti contro gli oltre 700mila operai dell'abbigliamento del Paese, che sono al 90 per cento donne.

Le cose potrebbero cambiare, dicono i ricercatori, solo se intervenissero sul serio le grandi griffe che qui vengono a produrre i loro vestiti. «I marchi d’abbigliamento dovrebbero incoraggiare migliori controlli e protezioni per gli operai, rivelando pubblicamente i propri fornitori», spiega Aruna Kashyap di Human Rights Watch: «E dovrebbero tener conto dei costi di lavoro, sanità e conformità alla sicurezza nei propri contratti, per assicurare che tali diritti siano rispettati nelle fabbriche».

Qualcosa si sta muovendo: «Tra le sei marche con cui Human Rights Watch è stata in contatto, Adidas, Gap e H&M hanno discusso con serietà i loro sforzi per affrontare i problemi riscontrati», scrive l'associazione: «Adidas e H&M hanno rivelato pubblicamente i nomi dei loro fornitori e aggiornano periodicamente le loro liste. La Marks and Spencer si è impegnata a farlo nel 2016. Mentre solamente Adidas ha creato un sistema per lavoratori in cerca di protezione in seguito a denunce».

Resta del tutto fuori Armani. Che non solo non ha mai pubblicato la lista dei suoi fornitori globali. Ma non ha mai nemmeno dato seguito alle domande dell'associazione sui diritti dei lavoratori che producono e cuciono i suoi vestiti. «Il gruppo Armani non ha mai risposto ad alcuna delle moltissime lettere e richieste che abbiamo inviato», spiegano gli autori: «E sì che una delle fabbriche che abbiamo visitato, in base alle nostra informazioni, produce regolarmente per loro». Perché questo silenzio?

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