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Che cosa è il Quantitative easing? Intervista a Andrea Baranes

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Monica Pepe, Zeroviolenza
19 marzo 2015

Andrea Baranes, cosa è il Quantitative easing e perchè è stato inventato dal sistema economico finanziario?


Il Quantitativa Easing – QE –  è un intervento della Banca Centrale che “crea denaro” per comprare principalmente titoli di Stato. Per statuto la BCE non può acquistare questi titoli sul mercato primario (ovvero al momento dell'emissione da parte dei governi), ma unicamente sul secondario (il mercato in cui gli investitori comprano e vendono titoli già emessi).

Semplificando il più possibile, le finalità possono essere monetarie – più soldi in circolazione – o fiscali. In questo secondo caso la BCE usa la liquidità creata per permettere al proprio governo di operare in deficit, e quindi realizzare investimenti o creare direttamente occupazione con interventi pubblici. Dato il divieto per la BCE di acquisto sul mercato primario e soprattutto i vincoli europei sul deficit e l'opposizione tedesca, il QE europeo avrà essenzialmente obiettivi monetari.

Quanto costa alla BCE stampare denaro nuovo e quali sono gli effetti sull'economia?
Gli effetti che si spera di ottenere con il QE sono essenzialmente due, ognuno dei quali dovrebbe avere a sua volta almeno due ricadute positive: il primo è un calo del rendimento e una maggiore affidabilità dei titoli pubblici, il secondo un deprezzamento dell'euro.

Riguardo il primo, l'intervento della BCE aumenterà la domanda di titoli, e farà quindi scendere spread e rendimenti Il secondo effetto positivo dovrebbe aversi per le banche, che sono tra i maggiori detentori di titoli di Stato. Da un lato se i titoli di Stato diventano più “solidi”, migliorano i bilanci delle banche che li detengono. Dall'altro, con l'acquisto anche presso le banche la BCE libera “soldi freschi” che possono essere usati per erogare credito all'economia. Questo a maggior ragione se i tassi sui titoli di Stato calano, spingendo le banche a impiegare i soldi in altro modo.

Il secondo grande obiettivo è il deprezzamento dell'euro, che dovrebbe portare a un aumento dell'inflazione. La BCE tende a un'inflazione del 2%, mentre oggi buona parte dell'UE si trova in deflazione (ovvero prezzi che calano, il che ha impatti pessimi sull'economia, le vendite, su chi ha un debito, ecc...). In secondo luogo con un deprezzamento dell'euro le esportazioni diventano più semplici e le importazioni più costose, il che dovrebbe avere ricadute positive sui conti pubblici.

Fornire liquidità alle banche vuol dire dare i soldi a imprese e famiglie?
In teoria si, nel senso che come visto il QE dovrebbe facilitare il rilancio del credito e quindi dell'economia, dopo anni in cui famiglie e imprese hanno visto le banche chiudere i rubinetti (il cosiddetto credit crunch).

Il problema è che per molti Paesi tra cui l'Italia in particolare, le banche non erogano credito principalmente a causa della situazione economica generale e delle sofferenze sempre più alte (le sofferenze sono la percentuale di prestiti erogati che non vengono restituiti, e in Italia siamo ormai intorno al 10%). Le banche in difficoltà non si fidano dei clienti e chiudono i rubinetti del credito, il che aumenta le difficoltà delle imprese, e quindi le sofferenze, in una spirale che si auto-alimenta. Di fatto chi è affidabile ottiene già soldi a basso costo dalle banche, mentre piccole imprese e famiglie che hanno difficoltà ad accedere ai crediti bancari difficilmente verranno avvantaggiate dal QE.

L'Italia si trova oggi in una “trappola della liquidità”: la questione non è pompare sempre più soldi, ma fare in modo che questa liquidità si trasformi in consumi e investimenti e non rimanga “incastrata” in risparmio, o peggio in attività speculative. A conferma di tale rischio, si può osservare come le manovre messe in campo finora dalla BCE siano state del tutto inefficaci, dall'abbattimento dei tassi di riferimento agli oltre 1.000 miliardi dati alle banche negli anni scorsi con un'operazione chiamata LTRO.

C'è un altro enorme dubbio sull'efficacie del QE. La BCE immette liquidità in Europa, ma quale garanzia c'è che tali capitali rimangano nell'economia del vecchio continente, in assenza di qualsiasi controllo sui movimenti di capitale? Di fatto buona parte della liquidità immessa dalla Banca Centrale giapponese con il suo QE si è riversata sui mercati finanziari internazionali, nelle economie emergenti e in operazioni speculative.

Cosa vuol dire che l'euro è debole ed è quasi pari al dollaro, come ne risente l'economia e la produzione in Italia?
Come accennato, un euro debole significa esportazioni più semplici e importazioni più costose per i Paesi che adottano la moneta unica, con ricadute positive sui conti pubblici. Questo significa però in qualche modo provare a esportare i nostri problemi. Il QE si traduce di fatto in una gara alla svalutazione competitiva, secondo una politica indicata come “beggar thy neighbour” (frega il vicino).

La questione si iscrive in un quadro più ampio, che è quello di una competitività esasperata che è diventata un obiettivo in sé. La logica mercantilista che guida l'UE si può riassumere nel fatto che chi esporta di più vince. E' una vera e propria corsa verso il fondo, sia tra Paesi europei sia tra UE e resto del mondo. Una corsa a smantellare i diritti del lavoro, a ridurre le tutele ambientali e sociali, a inseguire tassazioni sempre più basse sulle imprese. In questo senso il QE potrebbe ridursi di fatto a un'ulteriore arma in questa gara: una corsa verso il fondo anche in materia monetaria.

Dobbiamo capire se il problema sia aggiungere nuove armi in questa guerra giocata sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e sulla pelle delle fasce più deboli che subiscono austerità e tagli al welfare nel nome della competitività. Piuttosto non dovremmo uscire dall'idea di una “guerra” a chi esporta di più, cambiando alla base non solo le politiche ma anche la visione d'insieme dell'Europa?

A cosa serve il debito tra Stati? Per quale motivo gli Stati non aboliscono il debito?
Il debito pubblico è rimasto uno dei pochi strumenti di politica economica a disposizione degli Stati. Il mantra sul troppo debito pubblico e la necessità di diminuirlo è funzionale alla visione dell'austerità e secondo la quale, per definizione, la finanza pubblica è il problema e quella privata la soluzione, “dimenticandosi” di come la crisi sia nata proprio dai disastri della finanza privata a cavallo del 2008. Le questioni da affrontare dovrebbero essere come è nato il debito, per quali finalità è stato contratto, quali sono gli interessi che vi gravano sopra e se tali interessi siano sostenibili.

Uno dei problemi centrali dell'attuale architettura europea è il fatto che a fronte di una moneta unica, della libera circolazione dei capitali e di un'unica banca centrale, poi ogni Paese è lasciato a sé stesso nella gestione e finanziamento del debito pubblico. Se ci fosse la volontà politica, si potrebbero ipotizzare diversi strumenti per risolvere i problemi dei Paesi oggi schiacciati sotto il peso di un servizio del debito insostenibile.

Uno prevede ad esempio che la Banca Centrale da dei titoli a interesse basso o nullo ai Paesi in difficoltà, in cambio di loro titoli di Stato. Il debito nominale rimane lo stesso, ma il monte interessi scende drasticamente, permettendo un margine di manovra e, nel lungo periodo, lo stesso ripagamento del debito che oggi non è realizzabile. Andando ancora oltre, tutte le maggiori potenze economiche nella loro storia hanno fatto ricorso a ristrutturazioni o default sui loro debiti se questi diventavano insostenibili, come condizione necessaria per uscire da pesanti difficoltà.

Nel braccio di ferro tra Grecia e Germania cosa sta accadendo che non ci dicono?
Quello che non viene detto è che buona parte dell'attuale debito greco è stato utilizzato per salvare le banche dei Paesi più forti. Negli anni prima della crisi, le banche tedesche e francesi prestavano a quelle greche, il che in qualche modo mascherava gli squilibri tra questi Paesi, e nel contempo dava alla Grecia i soldi per comprare prodotti delle imprese tedesche e francesi (prima di tutto armi). Con lo scoppio della crisi le banche hanno chiesto indietro i propri soldi, innescando i problemi della Grecia.

Oggi la colpa ricade unicamente sui debitori, come se non ci fossero responsabilità almeno altrettanto rilevanti per i creditori, ovvero chi per anni ha prestato con “allegria” alla ricerca di profitti elevati e con il benestare dei rispettivi governi che vedevano l'export aumentare.

Ancora nel 2009 l'esposizione degli Stati tedesco, francese o italiano in Grecia era zero. Erano le banche tedesche e francesi ad avere crediti per decine di miliardi. Nel 2012 la Grecia è andata in crisi e si è dovuti intervenire con i cosiddetti piani di salvataggio che in realtà sono stati una partita di giro. I soldi sono stati girati dall'Europa alla Grecia, da questa alle sue banche e dalle banche elleniche a quelle francesi e tedesche. Il 77% di tutti gli aiuti forniti alla Grecia tra maggio 2010 e giugno 2013 sono finiti al settore finanziario.

Se si supera la favoletta del debitore cattivo e del creditore buono, il motivo reale dell'intransigenza nei confronti della Grecia è un altro: una qualche eccezione concessa oggi potrebbe aprire la strada a una rimessa in discussione dell'intera visione che guida le politiche economiche europee. Non a caso, non solo la Germania ma anche la Spagna è in prima fila nel dire che la Grecia non deve scostarsi di un passo dagli impegni sottoscritti dal precedente governo. Una Spagna in cui la crescita di Podemos preoccupa non poco l'attuale governo. Un fallimento di Syriza darebbe un argomento per contrastarne l'ascesa in vista delle elezioni che si terranno nell'autunno del 2015.

Ultima modifica il Venerdì, 20 Marzo 2015 08:27
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