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"Io, prima nata in provetta ora aiuto gli altri ad avere figli"

La Stampa
03 04 2015

«La vita vince su tutto. Nessuno più di me può capire la gioia della maternità e la scienza è lo strumento per realizzare i nostri sogni». Laureata in biologia con specializzazione in embriologia, Alessandra Abbisogno, 32 anni, è la prima italiana nata con la fecondazione assistita. Il Censis attesta che le famiglie nel nostro paese pensano troppo tardi a un figlio, con il rischio di trovarsi di fronte a problemi di fertilità che le portano sempre più spesso nei centri per la fecondazione assistita, con i bimbi nati in provetta quasi triplicati in pochi anni. «Non c’è nulla di più appagante che far nascere quei bimbi che senza un aiuto medico non sarebbero mai nati», assicura. Vive a Bologna e due anni fa è diventata mamma di Andrea.«Per vie naturali». 32 anni dopo, il boom della procreazione assistita rende universale la sua storia personalissima.

Da bambina le è mai capitato di sentirsi una «marziana»?
«No. E’ come aver sempre saputo come sono nata. I miei genitori avevano 40 e 38 anni. Mi hanno detto tutto fin da quando avevo ho potuto capire. Avevo quattro, anni. Grazie alla mamma non ho mai subito traumi: ha sempre parlato della mia nascita come di un evento del tutto normale. Adesso che sono io stessa madre capisco compiutamente la radicalità dell’esperienza. Per essere genitori si percorre qualunque strada. Il cuore ci guida, la scienza ci aiuta».

Per questo è embriologa?
«Sì. E’ stata un po’ una vocazione scritta già nella mia origine. E’ maturata presto in me l’esigenza di approfondire, di tornare alla radice, di capire come funziona la procreazione medicalmente assistita. Quando sono venuta al mondo io fu un evento mai visto in Italia, oggi è prassi diffusa. In questo momento sono al parco con mio figlio e ho una certezza: molti bambini che giocano qui sono nati attraverso la fecondazione in vitro. Non è stato così per me ma molte ragazze non sanno da giovani cosa vogliono davvero. Gli anni passano. Quando si inizia a dare il giusto valore agli affetti, alla famiglia l’età biologica è avanzata».

Sulla sterilità incide lo spostamento del momento in cui si decide di fare il primo figlio?
«Si fanno figli troppo tardi. La maggior parte delle coppie va dallo specialista dopo un anno di tentativi. Purtroppo in Italia restano resistenze culturali alle nascite in provetta. Il dibattito sulla legge 40 lo dimostra. Io sono assolutamente contraria all’aborto e mi addolora vedere donne che negano il valore assoluto della vita. Molte di loro interrompono volontariamente la gravidanza da giovani e poi dopo parecchi anni decidono di fare la fecondazione. Se Dio dona una gravidanza, occorre accettarla. Un figlio è una benedizione. Mio figlio è una benedizione per me come io lo sono stata per mia madre».

Sua madre si è sottoposta a tecniche all’epoca avveniristiche. Lo avrebbe fatto anche lei?
«Non ne ho avuto bisogno. Ma è giusto e comprensibile chiedere alla scienza di fare tutto ciò che può. L’essere tanto desiderata dai miei genitori si è concretizzato in un amore immenso, persino eccessivo. Lentamente il desiderio di maternità di mia madre è diventato il mio. Non mi è servita la procreazione assistita però non ho preclusioni. Anzi ho dedicato la mia vita d aiutare le persone a realizzare il loro sogno. Nei limiti del possibile, certo. Non ti puoi accorgere a 50 anni di volere un figlio. Ma la medicina deve essere al servizio della vita».

Giacomo Galeazzi

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