Il ritorno della belva

Franco Bifo Berardi, Zeroviolenza*
22 giugno 2012

Durante l’infanzia mio padre mi aveva parlato un milione di volte della sua esperienza di partigiano.
Così che negli anni della mia adolescenza ero giunto a considerare il fascismo, e di conseguenza anche l’antifascismo, come qualcosa di antico, qualcosa che non poteva avere più alcuna attualità nell’epoca del tardo-capitalismo, perché la Resistenza e la democrazia del dopoguerra aveva definitivamente consegnato il fascismo alla storia.

Negli anni ’60 e ’70 i fascisti non erano certo scomparsi, ma erano divenuti oscuri personaggi il cui ruolo subalterno era quello di organizzare azioni criminali di provocazione per conto del grande capitale. Carogne che nottetempo uscivano dalle fogne per poi ritornarvi con la luce del giorno. Così ce li immaginavamo: residui di un passato che non poteva ritornare. Il fascismo ci pareva essenzialmente un
problema di polizia, e di pulizia, privo di consistenza culturale e di un futuro politico.

Sbagliavamo.

In un passo del loro libro Mille Plateaux Deleuze e Guattari si chiedono cosa sia il fascismo, e rispondono che c’è fascismo ogni qual volta si nasconde una macchina da guerra in ogni nicchia.

So bene che la parola “fascismo” implica il riferimento ad un’esperienza storica definitivamente tramontata perché legata ad un momento specifico della società e delle forme dello stato, ma se intendiamo quella parola al di fuori della sua accezione storica, se la usiamo secondo il significato che le attribuiscono Deleuze e Guattari, allora scopriamo che il fascismo è ben lungi dall’essersi estinto, ben lungi dall’essere divenuto un residuo: esso è connaturato alla relazione tra potere e società, è l’aggressività che riemerge ogni qual volta l’identità è messa in discussione.

La belva dell’aggressività generalizzata, della paura che si insinua nei comportamenti, della violenza che pretende al posto privilegiato nello spazio delle relazioni tra gli esseri umani, la belva che nel ventesimo secolo ha prodotto l’orrore del nazismo, l’Olocausto, la Guerra mondiale può risvegliarsi, può riprendere il posto centrale nella società, che la vogliamo chiamare fascismo o in un altro modo.

Io l’ho capito nei giorni di Genova, nel luglio dell’anno 2001. In quei giorni compresi che il ventunesimo secolo era inaugurato dal ritorno della belva. A settembre lo avremmo capito tutti, quando la belva avrebbe preso le fattezze del terrorismo iper-tecnologico e poi della guerra infinita.

Non andai a Genova impreparato, perché avevo seguito con attenzione la fase preparatoria di quell’appuntamento, e perché avevo particolarmente analizzato le azioni comunicative del potere, nei mesi e nei giorni che prepararono il G8. Alcuni segnali mi erano parsi inquietanti. Qualche settimana prima dell’appuntamento, ad esempio, la stampa riportava notizie che venivano fatte filtrare da ambienti vicini al Ministero degli Interni. Una di queste voci diceva che a Genova sarebbero state fatte affluire trecento bare, in preparazione degli eventi che si attendevano nei giorni del G8. Una seconda voce parlava della possibilità che i contestatori aggredissero la città di Genova con sangue infetto.

Bare e sangue infetto, proprio così. Cosa significasse l’espressione sangue infetto non veniva spiegato da nessuno. Né si capiva dove i contestatori avrebbero potuto procurarsi codesto sangue, né si spiegava come avrebbero potuto utilizzarlo. Ma la forza simbolica delle parole, l’evocazione della peste, della malattia che si diffonde oscuramente mi pareva annunciare qualcosa che nei decenni precedenti non avevamo conosciuto.

Avevo da poco compiuto cinquant’anni, quando andai a Genova per partecipare alla preparazione delle contestazioni del G8. Ero arrivato qualche giorno prima dell’inizio del G8 per seguire dall’interno la preparazione delle manifestazioni. Avevo trovato gente generosa e gentile, determinata a fare quello che si poteva per evitare la violenza, e per dire al mondo che il potere sterminato del potere economico distrugge la democrazia e a lungo andare la vita stessa della società.

Il primo giorno, nella manifestazione dei migranti, parve possibile che il movimento occupasse la città in maniera pacifica e creativa. Poi, quando i potenti della terra sbarcarono, quando il capo mafia che allora era Presidente del Consiglio italiano incontrò il petroliere che qualche mese dopo doveva lanciare l’azione mortifera denominata guerra infinita che come tutti sanno è ancora in corso più di dieci anni dopo, la violenza del potere esplose come sappiamo. Preparata voluta guidata dagli uffici della Questura in cui personaggi importanti della politica italiana impartivano ordini, la violenza venne esercitata dal potere in modo determinato, arrogante, sistematico.

Il potere usò la violenza e la tortura, in questi giorni, non solo per contenere le voci della protesta, ma per avvertire la società del fatto che una nuova epoca si stava aprendo. Un’epoca totalitaria, in cui la tecnica, la finanza, il petrolio non ammettono più alcuna discussione.

Da allora la guerra è diventata il linguaggio dominante, lo schiavismo si è diffuso in forme iper-tecnologiche, e la democrazia è stata cancellata. Siamo ora sulla soglia di un tempo oscuro che promette barbarie e sempre nuova violenza. Non so se sia possibile dissipare questa oscurità, e riprendere il cammino della civiltà sociale che le lotte dei lavoratori e l’intelligenza collettiva hanno saputo costruire negli ultimi due secoli della storia, o se dobbiamo rassegnarci al regno della paura, in cui si nascondono macchine da guerra in ogni nicchia.

Non lo so, ma so che qualcosa dipende anche dal modo in cui sapremo chiudere la ferita di Genova.

* Riproponiamo questo articolo pubblicato in occasione del processo in Cassazione

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