Chi ha paura della 194? Aborto, sesso, contraccezione

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Chagall, les amoreux de venceAnna Pompili, Zeroviolenza
27 aprile 2015

Il 22 maggio la legge 194 compirà 37 anni. A questi 37 anni appartiene la storia di Martina, una ragazzina di 15 anni, incinta alla settima settimana, che dal momento della certificazione ha aspettato un mese per l'intervento. Qualcuno, leggendo questa storia, dirà che l'attesa ha permesso a Martina di ponderare la sua scelta;
io, da medico, dico che quella incredibile attesa di un mese ha aumentato, di settimana in settimana, i rischi per la sua salute, ed ha costretto me, che ho eseguito l'intervento, ad una cattiva pratica clinica.

Un compleanno amaro, questo, perché la storia di Martina ci ricorda che in questi 37 anni gli ostacoli all’applicazione della legge si sono moltiplicati, tanto che in intere province è praticamente impossibile abortire. Uno degli ostacoli più grandi è l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza: secondo i dati ufficiali, nel 2012 è stata sollevata dal 69,6% dei ginecologi, il maggior numero dei quali si trova al Sud, con la punta più alta in Molise, dove si raggiunge il 90,3% di obiettori.

Sono dati impressionanti, ma la realtà è ben più grave: nel 2012, quando ero in LAIGA, sulla spinta della sensazione che esistesse uno “scollamento” tra dati ufficiali e dati reali, abbiamo condotto una ricerca indipendente, verificando che, nonostante la legge vieti l’obiezione di struttura, sono moltissimi gli ospedali dove, semplicemente, non si effettuano ivg.

A seguito delle numerosissime interrogazioni parlamentari suscitate dalla pubblicazione dei nostri dati, per la prima volta da quel maggio 1978, la Ministra Lorenzin ha convocato un tavolo tecnico, i cui dati preliminari sono stati presentati nell’ultima relazione al Parlamento. Dalla relazione viene fuori un dato impressionante: le ivg vengono effettuate solo nel 64% delle strutture con reparto di ostetricia; in due regioni il numero di punti IVG è addirittura inferiore al 30%.

Tuttavia, considerando la tendenza costante alla diminuzione del tasso di abortività, la Ministra ritiene il numero di non obiettori “congruo”, calcolando un carico di lavoro per ciascuno di 1,4 ivg a settimana. La Ministra, insomma, ammette la vergognosa esistenza dell’obiezione di struttura, ma, anziché prendere provvedimenti nei confronti delle strutture inadempienti e di chi le dirige, ci dice che questo non costituisce un problema. Il problema, invece, c’è: è evidente che se in una struttura non si praticano IVG, non è necessario che i medici che vi lavorano sollevino obiezione, e che, dunque, esiste una quota di non obiettori che di fatto non esegue aborti, facendo saltare qualsiasi considerazione di “congruità”.

Inoltre, la costante diminuzione degli aborti che si osserva nel nostro Paese, in contrasto con quanto avviene nel resto d’Europa, potrebbe essere in parte dovuta ad un altro problema, riportato drammaticamente dai mass media negli ultimi tempi: l’esistenza e il probabile progressivo allargarsi di sacche di aborto clandestino. A questo proposito la Ministra  ci dice che il fenomeno è stabile, contando circa 15.000 aborti clandestini/anno. Peccato che queste cifre rassicuranti ci vengano da un’estrapolazione dai dati dell’ultima rilevazione, che risale addirittura al 2005;  da allora le modalità dell’aborto clandestino sono drammaticamente cambiate, con l’introduzione dell’uso di prostaglandine, facilmente reperibili anche in rete.

Sarebbe bene dunque che la Ministra non liquidasse arrogantemente un problema che, in alcune regioni -laddove l’accesso all’aborto sicuro è più problematico- rischia di diventare un’emergenza di salute pubblica, come ci ricorda la storia di un’altra ragazza, che qualche giorno fa, a Genova, ha rischiato di morire di aborto clandestino.

Dunque, al di là delle dichiarazioni trionfalistiche del governo, la situazione è grave, e diventa drammatica quando andiamo a considerare l’aborto terapeutico: a fronte del proliferare di strutture di diagnostica prenatale, i centri dove si può interrompere una gravidanza per patologia fetale sono pochissimi. Nel 2012 gli aborti terapeutici in Italia sono stati il 4,9% del totale delle IVG, una percentuale bassissima rispetto al resto d’Europa (in Olanda il 19%, in Inghilterra e in Spagna circa il 9%) e degli USA (11%). Se però analizziamo i dati regione per regione, ci accorgiamo che questa percentuale è molto più alta nel centro-nord (Bolzano 8,9%, Nord 6%, Centro 5,1%), mentre al Sud è bassa (2,8%), con punte di incidenza bassissima (Campania 1,3%).

Sarà un caso che le percentuali più basse sono proprio relative alle regioni nelle quali il numero di obiettori è più alto? E’ possibile dunque che questi dati ci raccontino in realtà un’Italia delle disuguaglianze, le cui cittadine, dopo una diagnosi di patologia fetale, sono abbandonate a se stesse e al loro dolore, costrette ad una triste migrazione verso altre regioni o all’estero, come ci raccontano le attiviste di women on web.

E questo ci riporta all’oggi, alla storia di Martina. Perché la gran parte dei ginecologi, davanti ad una ragazza come Martina, gira la testa dall’altra parte, magari dopo averle rifiutato la prescrizione del contraccettivo di emergenza. Si parla spesso, nei convegni, di “bilanciamento di diritti”; di fronte a situazioni come queste, mi è davvero difficile pensare che il diritto del medico obiettore, quello che quotidianamente mi telefona per prenotare le sue pazienti private, pesi quanto il diritto alla salute di ragazze come Martina, quanto il diritto alla salute delle donne.

Nel 2009 in Italia è stata autorizzata la commercializzazione della Ru486, per l’induzione dell’aborto farmacologico; a differenza degli altri Paesi europei, nei quali può essere praticato fino al 63° giorno di amenorrea, l’Italia ne limita l’utilizzo al 49° giorno, e, nella quasi totalità delle regioni italiane, in regime di ricovero ordinario (che significa, per intenderci, un’ospedalizzazione di almeno tre giorni). Nel 2012 solo l’8,5% delle ivg è stato effettuato con questa metodica. Tutti noi sappiamo bene – e lo sanno per primi i detrattori della legge che un più ampio ricorso al metodo farmacologico minimizzerebbe il peso dell’obiezione di coscienza; è tempo dunque che le donne pretendano di poter esercitare il diritto di scegliere le metodiche migliori e più sicure per la propria salute.

Perché le donne italiane, oggi, non sono libere di scegliere. Non sono libere di scegliere se e quando avere un figlio, perché la scelta contraccettiva non è libera: gli ultimi dati ci dicono che nel nostro Paese solo poco più del 16% delle donne in età fertile utilizza la pillola contraccettiva, perché c’è chi racconta loro che la pillola contraccettiva fa male, fa venire i tumori, fa diventare sterili e toglie spontaneità all’amore, perché c’è chi racconta loro che la pillola del giorno dopo è abortiva, come la spirale, che comunque non può essere utilizzata da chi non ha avuto figli.

La legge 194 compe 37 anni. Io credo che il miglior modo per ricordare quel 22 maggio di 37 anni fa sia allargare il fronte, perchè è ora di battersi non più solo per la sua piena applicazione, ma anche per la gratuità della contraccezione, per i corsi di informazione sessuale in tutte le scuole, per il potenziamento dei consultori pubblici. Perché essere libere, ma anche liberi, significa prima di tutto non avere paura, e per non avere paura prima di tutto bisogna conoscere, avere gli strumenti per scegliere e gli spazi per esercitare questa libertà.

Ultima modifica il Venerdì, 07 Agosto 2015 10:19
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