Expo 2015, ladri di culture

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Brevetti cibo expoMarco Omizzolo Roberto Lessio, Zeroviolenza
1 maggio 2015

Secondo i dati Unesco ci sono circa 771 milioni di analfabeti sul pianeta. Un numero esorbitante che non esclude affatto i paesi economicamente più sviluppati. Peraltro due terzi degli analfabeti mondiali sono donne. Si tratta in verità di persone che dispongono comunque di una propria cultura, soprattutto in campo alimentare e sanitario, generalmente millenaria, frutto di esperienze consolidate che hanno permesso all'uomo di crescere e sopravvivere.

Non è una considerazione di poco conto. Il problema per queste persone è di non poter apporre la propria firma su un qualsiasi documento ufficiale, come ad esempio un “brevetto intellettuale”, per dimostrare che una certa erba o pianta, da sempre usata nelle proprie tradizioni popolari, è realmente capace di curare o prevenire alcune malattie.

Al posto loro invece numerose multinazionali farmaceutiche, “espropriando e privatizzando” quel sapere antico, riescono a trasformarlo in un business miliardario. Questo gigantesco furto di risorse genetiche, conoscenze tradizionali e tecnologie ha nella cosiddetta bio-pirateria la sua massima espressione. I fautori di questa pratica la chiamano “bio-prospetting” (esplorazione della biodiversità). Uomini e imprese che tacciono sul fatto che queste “esplorazioni” producono brevetti internazionali per ricavarne prodotti farmaceutici nella lotta ai tumori e agli effetti dell’obesità, insieme a fatturati miliardari.
Si tratta di un furto che negli ultimi tempi ha assunto connotati immorali attraverso un falso concetto di proprietà intellettuale.

È noto il caso della Coca, la pianta di origine sudamericana le cui foglie da sempre vengono utilizzate dalle popolazioni andine per usi curativi e per attenuare i sintomi della carenza alimentare. Sconosciuto è invece il caso della Pervinca del Madagascar (nome botanico Chataranthus roseus), che nella locale cultura popolare è considerata efficace contro la puntura degli insetti, per disinfettare le ferite, per combattere la malaria e per la diuresi. Gli esempi sono molti e per ognuno di essi si è tentata una privatizzazione che avrebbe espropriato contadini e popoli di una parte della loro cultura.

In questo sistema di ladrocinio, come una sorta di biglietto da visita per l’Expo di Milano, si è inserita nelle settimane scorse la decisione della Commissione di Ricorso a Sessioni Congiunte dell’European Patent Office (EPO) – ente che decide sui brevetti a livello europeo - che, chiamata a decidere su una varietà di broccoli e di pomodori (rispettivamente: “broccoli case” G0002/12 e “tomato case”G0002/13), ha stabilito che in base alla Convenzione europea sui brevetti, queste varietà non possono essere escluse dalla brevettazione per produzioni industriali.

La questione era nata nel 2002 quando alla società britannica Plant Bioscience Ltd fu concesso il brevetto sul metodo di produzione di un broccolo che aveva particolari proprietà anticancerogene; queste erano dovute ad un livello molto alto di glucorafanina (presente anche nei ravanelli e nel rafano - altre due brassicacee). La nuova pianta era stata sviluppata a partire da un broccolo selvatico siciliano ed è attualmente commercializzato dalla Monsanto (guarda caso tra gli sponsor di Expo con il progetto “100 km blu”) nel Regno Unito con il nome Broccolo Beneforté.

Due produttori di sementi inizialmente si erano opposti, anche se poi uno di essi, la Syngenta (l’altra era la Limagrain) ha inoltrato allo stesso Ufficio nel 2013 analoga richiesta di brevetto per una varietà di peperoni resistente agli insetti. In seguito il ricorso è stato presentato anche da numerose organizzazioni europee: le norme dell’UE non consentono la brevettabilità di sementi ottenute per via biologica. Tutt’al più poteva essere concessa la classica privativa per una nuova varietà vegetale.

La risposta fu la modifica della richiesta di brevetto che riguardava il prodotto stesso e non più il relativo metodo di produzione: in tal senso si è espressa favorevolmente l’apposita Commissione dell’Ufficio europeo dei brevetti. Così adesso gli agricoltori e contadini sono “sistemati” per l’Expo: insieme al divieto per legge di scambiarsi sementi autoprodotte e all’obbligo di pagare le royalities ai costitutori di ibridi (ormai in vendita ci sono solo questo tipo di semi), ora per “nutrire il pianeta” dovranno di nuovo rivolgersi alle solite note multinazionali chimico-sementiere che oltre alle colture adesso gli hanno rubato anche la cultura.

Non c’è più di mezzo l’ingegneria genetica, ma è stato ristabilito il principio capitalistico che la vita si può brevettare: cominci l'Expo dunque, e cominci la festa.

Ultima modifica il Sabato, 02 Maggio 2015 08:01
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