"Spingi e tira", la rivincita dei contadini africani. Altro che EXPO

Expo Africa agricolturaAlessandro Giannì, Zeroviolenza
12 maggio 2015

Ci sono, e ci saranno, molti modi per etichettare l'Expo di Milano. Corruzione, luna park, abbuffata planetaria, occasione per il Paese. Di sicuro era un'occasione, sprecata fino ad ora, per parlare di sicurezza alimentare. Che non è la sicurezza degli alimenti (anche quello è un capitolo interessante…) ma la ragionevole certezza di aver da mangiare per sé e la propria famiglia.

La cosiddetta rivoluzione verde ci aveva illuso che la “fame nel mondo” fosse solo un problema di volumi di produzione. Pochi s’erano fatti i cosiddetti conti della serva: se passo a un meccanismo di produzione “industriale” e costoso, a base di chimica e petrolio, come fanno i troppi indigenti del pianeta ad approfittarne? Dovremmo essere “noi” a regalare “a loro” tecnologie, know how, soldi per questi investimenti? Resta, come dire, il retrogusto di una ipocrisia che mira a coprire la patente malafede del primo mondo (noi) che ha continuato ad alimentarsi a spese del resto dell’umanità. A conti fatti, i ricorrenti “World Food Summit” della FAO e adesso l’Expo servono solo a certificare il fallimento di quest’approccio. Si può fare di meglio? Sì, e ce lo dimostrano un paio di esperienze dal continente forse più disperato: l’Africa.

Il grande business agro-chimico ha cominciato ad allungare le mani sull’Africa una decina di anni fa, con i soliti risultati. Comunità rurali di piccoli agricoltori cacciati dalle terre per consentire l’avviamento delle solite monocolture e produzione massiccia delle solite “food commodities” (cereali e oleaginose, anche per biocarburanti) destinate all’esportazione. Iniziative “filantropiche” come l’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA), l’Alliance for Food Security & Nutrition (del G8) e il World Economic Forum’s Grow Africa, si sono fatte largo aumentando le esportazioni e impoverendo i piccoli contadini, intrappolati nella spirale del debito causato dalla “necessità” di comprare fertilizzanti e pesticidi che spesso sono inutili: aumentano i costi ma i risultati, in termini di resa, scarseggiano.

Nell’Africa sub Sahariana, i maggiori problemi per la produzione di cereali (mais e sorgo, ad esempio) derivano da alcune specie di insetti parassiti (farfalle come il tarlo dello stelo del mais, Busseola fusca, o il tarlo dello stelo maculato, Chilo partellus), dall’erba infestante detta striga (genere Striga) e dalla scarsa fertilità del suolo. La piralide causa danni che nelle aree colpite sono in media tra il 15 e il 40% del raccolto, con punte dell’80%. La striga fa danni che sono nell’ordine del 30-100%. L’accoppiata dei due flagelli causa spesso l’intera perdita del raccolto e i danni stimati sono nell’ordine di 7 miliardi di dollari/anno.

Il controllo della piralide con i pesticidi non solo è costoso e pericoloso per l’ambiente, ma spesso inutile: le larve si celano negli steli, dove le sostanze chimiche non arrivano. Anche la striga è poco attaccabile dagli erbicidi: questa pianta si diffonde a tradimento, sotto terra, dove parassita le radici delle piante coltivate. Quando la pianta emerge, con graziosi fiori violetti, è troppo tardi (è per questo che la chiamano erba della strega) e in ogni caso il problema dei costi resta.

Per prevenire disastrose carestie (si stima che il controllo di questi patogeni e una maggiore fertilità del suolo potrebbero nutrire 27 milioni di persone nella sola Africa orientale) è stato sviluppato un ingegnoso sistema, il “push and pull” che dei pesticidi fa a meno. Il protocollo è stato sviluppato dall’International Centre of Insect Physiology and Ecology (ICIPE) in Kenya in collaborazione con istituti e partners stranieri e  nazionali. Come funziona?

L’idea è all’opposto dello schema delle monocolture. Attorno alle coltivazioni di mais e sorgo si seminano erbe che attirano (pull) le farfalle parassite con particolari sostanze chimiche che le fanno sembrare più appetitose rispetto ai cereali. Ad esempio l’erba elefante (Pennisetum purpureum) che però quando è attaccata dai parassiti si difende con secrezioni appiccicose che intrappolano gli infestanti. Tra le piante in coltura, si seminano invece leguminose del genere Desmodium che, oltre a fertilizzare il suolo (le radici delle leguminose ospitano batteri simbionti che fissano l’azoto) producono sostanze chimiche che allontanano (push) gli infestanti. Il Desmodium ha uno sviluppo lento, non interferisce con l’accrescimento delle colture e oltre a fertilizzare il suolo è un ottimo mangime per gli animali ed elimina in modo efficace la striga!

Funziona questo meccanismo? Greenpeace è andato a chiederlo agli agricoltori in Kenia. I risultati sono clamorosi: tra costi ridotti e incremento dei raccolti, gli agricoltori che usano il push and pull guadagnano il triplo rispetto ai vicini che usano pesticidi.

Questo è solo uno dei risultati mostrati nel rapporto “Fostering Economic Resilience”, recentemente pubblicato da Greenpeace Africa, che riferisce anche di come in Malawi gli agricoltori che usano pratiche di agro forestazione guadagnano il 150% in più rispetto ai colleghi che usano fertilizzanti chimici. Semplicemente piantando tra le colture la Faidherbia albida (albero simile all’acacia) che fertilizza il suolo… con le foglie che cadono dai rami. Il trucco è che le foglie cadono all’inizio della stagione di crescita delle colture che hanno quindi il massimo del beneficio dalle foglie/fertilizzanti e nessuna competizione per la luce.

Il rapporto di Greenpeace Africa dimostra come puntare sull’Agricoltura Ecologica conviene. Non si tratta di conservare a ogni costo tecniche colturali “antiche”, ma di innovare tutelando l’ambiente, la cultura e il benessere delle comunità rurali e, non dimentichiamolo, producendo senza contaminare ambiente e cibi con sostanze pericolose. Non servono gli OGM (ci sono altre biotecnologie ben più utili e meno controverse come la MAS). Serve definire le priorità che vogliamo dare all’agricoltura del futuro nell’interesse di tutti e non dei soliti baroni dell’agrobusiness. Altro che EXPO.

Ultima modifica il Mercoledì, 13 Maggio 2015 08:19
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