Il modello Grandi Opere (parte II)

Grandi opereFrancesco Valente*, Zeroviolenza
21 maggio 2015

Sulla scorta di quanto detto, non rimane difficile spiegarsi come mai, tra le Grandi Opere messe in cantiere nel corso degli anni, continuino a non figurare quelle universalmente ritenute prioritarie, come il recupero e la risistemazione idrogeologica del territorio. Una decisione in tal senso implicherebbe infatti normative vincolanti volte ad impedire le devastazioni ambientali indiscriminate (quindi molte Grandi Opere!), interventi distribuiti sul territorio nazionale e quindi non concentrabili, frazionamento dei finanziamenti e dunque dei soggetti economici coinvolti, impiego di alti tassi di manodopera locale, ecc.

Una serie di fattori nettamente contrastanti con le posizioni privilegiate e gli interessi oligopolistici dei general contractors (i concessionari per la progettazione e la costruzione) come Impregilo, FIAT, ENI, le “cooperative rosse” con in testa CMC, i Gruppi Gavio e Astaldi. A nulla vale che un’iniziativa di quel tipo, benché da un lato sia sempre connessa a un notevole finanziamento pubblico, dall’altro garantisca però enormi risparmi collegati all’abbattimento dei danni provocati dalle calamità cosiddette naturali e induca altre positive conseguenze economiche generali, innanzitutto sul piano occupazionale.

Il fatto è che il connubio di interessi instauratosi tra ceto politico e potentati economici ha concertato una strategia del tutto coerente con la fase finanziaria del ciclo capitalistico e che assume i contorni di un vero e proprio keynesismo lobbystico la cui unica finalità è l’incremento del patrimonio di alcuni gruppi sociali.
Tutto ciò sarebbe già abbastanza grave, ma c’è dell’altro: occorre aggiungere che i costi di tale strategia sono quasi esclusivamente a carico della collettività. Da vari punti di vista.

Da quello ambientale: a causa della cementificazione e dei danni spesso molto consistenti causati al territorio e alle sue risorse, come è ad esempio avvenuto nel Mugello cui i cantieri TAV hanno lasciato in eredità 37 sorgenti prosciugate e 5 acquedotti fuori uso.
Da quello della legalità: perché la gestione in deroga alla legislazione ordinaria consentita al general contractor favorisce la penetrazione delle mafie.
Da quello sanitario: in quanto gli sventramenti e gli scavi liberano depositi naturali di sostanze talvolta gravemente nocive come l’amianto in Val di Susa.
Da quello finanziario: perché le vere e proprie truffe contabili messe a punto nel 1991 per le concessioni TAV e autorizzate da ogni governo, trasferiscono al pubblico gli oneri finanziari e il conseguente rischio di impresa che dovrebbero invece essere assunti dai privati come imporrebbe il project financing, ovvero la modalità di finanziamento in genere adottata per le Grandi Opere.

Troppo lungo sarebbe entrare nel merito dei dispositivi utilizzati per aggirare le normative o neutralizzarne gli aspetti più sgraditi, ma gli studi che li hanno svelati sono ormai numerosi e convalidati dall’Unione Europea che ha imposto all’Italia di considerare a tutti gli effetti finanziamento pubblico (come in effetti è) il millantato finanziamento privato delle Grandi Opere. Si può insomma dire che la citata versione truffaldina della finanza di progetto, non è altro che il sistema italiano per scaricare sul pubblico i costi - tra l’altro fatti scientemente lievitare in corso d’opera – e assicurare al privato i profitti, che divengono così una sorta di rendita esente da rischi.

Tutta la faccenda ha inoltre determinato una conseguenza poco conosciuta ma assai preoccupante: l’insieme dei finanziamenti e dei relativi interessi che i decreti europei ci obbligano a contabilizzare nel bilancio statale provocherà nei prossimi anni un innalzamento del debito pubblico che, benché mantenuto sommerso e quindi ancora non precisamente quantificabile, nel 2011 gli analisti che si erano cimentati nel calcolo valutavano a un’enormità oscillante tra il 15 e il 20% del PIL.

Tutto questo per dire che le conseguenze “tossiche” di Expo 2015 o di qualsiasi altra Grande Opera realizzata secondo la logica illustrata, non sono limitate alle comunità o ai settori direttamente interessati, ma riguardano l’intera società italiana. Riassumendo, va evidenziato come il modello Grandi Opere costituisca una modalità di trasferimento di ingenti risorse finanziarie pubbliche a un gruppo di agenti economici in evidente intesa con l’Amministrazione centrale o con quelle locali. Gli obiettivi di tale modello non sono più legati alla modernizzazione infrastrutturale del paese, come nella prima fase, e neppure alle esigenze del controllo politico-elettorale, come nella seconda.

Questa terza fase è caratterizzata dalla pura e semplice requisizione di ricchezza a vantaggio di gruppi affaristici politico-economici e rappresenta la traduzione nel settore della cantieristica pubblica di uno schema più generale, ma sempre basato sulla complicità tra ceto politico e gruppi economici selezionati, applicato in ogni ambito dell’economia che preveda l’intervento delle istituzioni politiche centrali o periferiche. Da questo punto di vista, non c’è alcuna differenza tra le malversazioni e gli imbrogli di Roma Capitale, dell’Expo 2015, del TAV o della Tramvia fiorentina.

*Mondeggi Bene Comune

Ultima modifica il Venerdì, 22 Maggio 2015 10:58
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