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Jacqueline Isaac, l’avvocato che si batte per i diritti delle donne in Medio Oriente

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La 27 Ora
29 05 2015

“La forza e il coraggio che queste ragazze hanno dimostrato scappando dallo Stato Islamico è un simbolo per tutte le altre donne che sono in una situazione simile”. Jacqueline Isaac pronuncia queste parole con calma, senza fretta, mentre sorseggia un caffè freddo in un bar a Brooklyn. Vuole che il messaggio sia chiaro, esattamente come quando ha parlato al Congresso americano mercoledì scorso. “Non possiamo lasciarle sole, questo è un problema che riguarda tutta l’umanità”, spiega.

Nel suo intervento, durato sette minuti, ha cercato di dare un messaggio di speranza perché “agli americani piacciono le storie a lieto fine” ma allo stesso tempo non ha risparmiato i dettagli sulla violenza e i traumi che questa ha lasciato, cercando di sensibilizzare i politici a fare di più contro lo Stato Islamico. “Armiamo i Peshmerga (l’esercito curdo ndr), aiutiamoli con armi e logistica in una guerra che riguarda anche noi”, è stato il suo appello.

Ma Isaac ha come obiettivo di aiutare le centinaia di ragazze Yazide che sono riuscite a scappare dalla prigionia in Iraq e in Siria. Secondo le stime delle Nazioni Unite circa 7mila donne sono state rapite e quindi vendute nei mercati di Mosul e Raqqa. Poi sono state usate come schiave, stuprate e seviziate. “Molte di loro vivono nei campi profughi, ma non esiste un vero supporto psicologico, così abbiamo deciso di aiutarle noi, con la nostra Ong Road of Success (Letteralmente le strade del successo ndr), portando un team di psicologi volontari”.

Quella per le donne yazide è l’ultima di una lunga serie di battaglie che Isaac ha condotto negli ultimi anni. Lei si è sempre focalizzate sulle donne in Medio Oriente. “Mi dicono che ho un dono, posso parlare sia agli americani che agli arabi ed entrambi mi ascoltano”, spiega.

La donna, 29 anni, è nata a San Diego California da genitori di origine egiziana ma di fede cattolica. Ha lunghi capelli scuri legati in una coda, indossa un vestitino bianco e blu con delle scarpe basse. Ha un filo di trucco e parla con un tono profondo, a volte greve. Soprattutto quando racconta del ritorno in Egitto imposto dai genitori a 13 anni e che descrive come “uno choc culturale”.
“Ho capito di aver cambiato vita quando all’aeroporto del Cairo ho abbracciato mio cugino. Mio padre mi ha preso da parte e mi ha chiesto: ‘Cosa pensi di fare? Non siamo più in America e non puoi abbracciare un uomo, nemmeno tuo cugino’”.

Sempre quell’anno ha scoperto che cos’era l’infibulazione, “sono andata a un incontro con mia madre e alcune donne ne parlavano”, poi la violenza in una società estremamente maschilista.

Per tre anni è rimasta al Cairo, poi studentessa modello è andata all’università due anni in anticipo. “Il mio unico obiettivo era quello di tornare in California così sono riuscita a prendere la maturità due anni in anticipo e andare all’università”.
Ma i racconti di quelle donne le sono rimasti addosso e se prima pensava di fare la biologa, poi ha deciso di passare a legge (che pratica con un suo studio specializzato in immigrazione) e scienze politiche all’università. Dopo la laurea è cominciato il suo impegno umanitario con l’associazione, creata con la madre che nel frattempo ha un programma alla televisione egiziana sulle donne.

“Il mio primo impegno è stato quello contro l’infibulazione. Sono andata a parlare con i capi tribù in alcune zone appena fuori dal Cairo. Dopo il mio discorso il capo mi ha promesso che non avrebbero piuù toccato una bambina”. Poi ha passato mesi in Giordania nei campi profughi siriani, poi l’Iraq e le donne Yazide. “Il nostro obiettivo è quello di portare speranza a chi non ne ha piuù perché ha perso tutto”.

Benedetta Argentieri

Ultima modifica il Venerdì, 29 Maggio 2015 14:00
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