L'abuso dell'obiezione di coscienza nell'IVG

Magritte Dangerous LiasonsMaurizio Di Masi, Zeroviolenza
16 giugno 2015

Sempre più l'obiezione di coscienza viene utilizzata come strumento giuridico offensivo e antipluralista, vale a dire per limitare l'esercizio di diritti civili e libertà personali di minoranze o di soggetti in particolari situazioni di fragilità.

Per il giurista l’obiezione di coscienza costituisce un problema di limiti, di ricerca di equilibri fra interessi contrapposti, fra doveri professionali e diritti fondamentali.

Occorre allora un duplice bilanciamento. Da una parte, la sfera delle libertà personali di pensiero e di religione va bilanciata con i principi di obbedienza alle leggi e di uguaglianza, di solidarietà e di ordine pubblico, ma con il limite rigoroso che nel nostro ordinamento giuridico l’obiezione di coscienza trova riconoscimento solo in ipotesi legislative eccezionali e, come tali, non suscettibili di interpretazione analogica.

Queste ipotesi costituiscono un ‘numero chiuso’: il servizio militare (dapprima con legge n. 772/1972, poi con la legge n. 230/1998, sino al venir meno del modello di coscrizione obbligatoria e l’istituzione del servizio civile nazionale con legge n. 64/2001), l’interruzione volontaria di gravidanza (legge n. 194/1978, art. 9, comma 3), la procreazione medicalmente assistita (legge n. 40/2004, art. 16) e la sperimentazione sugli animali (legge n. 413/1993, art. 1).

Dall’altra, il diritto dell’obiettore va bilanciato con i diritti fondamenti dei soggetti che vengono lesi dall’esercizio dell’obiezione stessa. E qui purtroppo assistiamo ad un vero e proprio uso abusivo del ricorso all’obiezione di coscienza, come la storia dell’applicazione della legge 194/1978 tristemente dimostra. Il caso - IPPF EN v. Italy (n. 87/2012) - deciso nel marzo 2014 dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali, organismo del Consiglio d’Europa, permette di comprendere tutti i limiti dell’obiezione di coscienza prevista dall’art. 9 della legge 194/1978, e dimostra come la effettività abbia finito per vanificare il bilanciamento di interessi predisposto dal legislatore, così sacrificando il diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne.

Il reclamo al Comitato era stato presentato dall’Organizzazione non governativa IPPF EN, la quale lamentava la violazione da parte dello Stato italiano della legge 194 a causa del crescente numero di medici e personale sanitario obiettori di coscienza, che impediscono la tutela dei diritti delle donne che vogliano accedere all’aborto, finendo per produrre un vero e proprio “sabotaggio” della stessa legge italiana.

Nell’accertare l’infrazione della Carta Sociale Europea, il Comitato ha riscontrato la violazione dell’art. 11 (che tutela la salute) della Carta dei Diritti Sociali, poiché il servizio sanitario italiano non è organizzato in modo tale da garantire sempre la disponibilità di personale medico e ausiliario che non obietti: come tutti gli altri servizi sanitari, difatti, anche l’IVG deve essere garantita a priori dalle strutture sanitarie autorizzate. Dai dati forniti dai reclamanti e dal Governo italiano, invece, emergeva una vera e propria “geografia variabile” dell’applicazione dell’obiezione di coscienza nelle Regioni italiane.

Si assiste, quindi, ad un doppio grado di discriminazione cui sono sottoposte le donne che vogliono abortire. In primo luogo, vi è una discriminazione di natura economico-territoriale, dovuta alla circostanza che la mancanza di una garanzia della presenza di personale sanitario non obiettore in tutti gli ospedali italiani, costringe la donna – che abbia le risorse economiche per farlo – a doversi spostare da un ospedale all’altro finché non trova una struttura in grado di offrirle il servizio abortivo (è l’argomento del “turismo abortivo” più volte rimarcato da Stefano Rodotà).

In secondo luogo, è lo stato di salute psicofisico delle donne che vogliano accedere ad un intervento abortivo che viene ad essere limitato rispetto a qualunque altra persona che voglia accedere ad un qualsiasi altro intervento offerto dal Servizio Sanitario Nazionale, per cui non sia prevista l’obiezione di coscienza.

E’ noto che a livello operativo, sin dall’emanazione della legge 194, vi sono stati forti tentativi di delegittimazione del diritto ad accedere all’IVG, tentativi che sono passati per un ampliamento oltre la portata normativa dell’obiezione di coscienza, che l’art. 9 limita sia in senso oggettivo (si pensi al tentativo di estensione alla “pillola del giorno dopo”) che soggettivo (si pensi alla pretesa di estendere l’obiezione al personale non sanitario). Questo “abuso” del diritto di obiettare finisce per trasformare, di fatto, la regola giuridica di compatibilità tra interessi differenti, contenuta nell’art. 9 della legge 194, in regola di prevalenza del diritto di obiezione, che fa propria la concezione morale e religiosa dominante a scapito di una minoranza (le donne, ma per diversi profili pure il personale sanitario non obiettore) e del principio di laicità dello Stato.

Tali estensioni dell’ambito di applicazione del diritto di obiettare sono, per di più, da escludersi ai sensi dell’art. 10 della Carta di Nizza, che al secondo comma riconosce il diritto all’obiezione di coscienza “secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”, imponendone un’interpretazione restrittiva.

Una corretta applicazione dell’art. 9 della legge 194/1978, pertanto, comporta attualmente la necessità di ripensare il meccanismo dell’obiezione di coscienza, che se era plausibile  nell’immediata emanazione della legge sull’IVG, appare quantomeno discutibile a 37 anni dalla sua emanazione, in considerazione del fatto che il personale medico e paramedico neoassunto che decide di specializzarsi in ostetricia e ginecologia è da subito consapevole della possibilità di trovarsi in conflitto di coscienza a causa degli interventi abortivi, per cui può anticipatamente optare per altra specializzazione sanitaria, così tutelando la propria libertà religiosa e di pensiero, senza ledere l’autodeterminazione e la salute delle donne.

In effetti l’obiezione - oggi come oggi - è prima di tutto un problema di organizzazione sanitaria nel suo complesso e questa prospettiva è davvero imprescindibile per arginare la diffusione dell’obiezione stessa, pratica che spesso è frutto di una scelta forzata dei sanitari dovuta all’eccessivo carico di lavoro o, anche, a un vero e proprio mobbing/bossing interno agli ospedali.

Ultima modifica il Giovedì, 18 Giugno 2015 12:00
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