"Malaffare italiano, denaro europeo"

Corruzione e Grandi OpereLuca Manes, Zeroviolenza
18 giugno 2015

"Malaffare italiano, denaro europeo" è il titolo dell’ultima pubblicazione di Re:Common che ci accompagna in un viaggio nelle Grandi opere del Bel Paese finanziate dall'Unione Europea,  e spesso marchiate dalla corruzione e dalle infiltrazioni mafiose.

Corruzione, grande male dell'Italia. L'ultimo rapporto di Transparency International, divulgato lo scorso dicembre, ci piazza al 69esimo posto nella lista del disonore. Siamo i peggiori d'Europa, insieme alla Grecia. Dalle Alpi alla Sicilia circolerebbe un flusso di tangenti pari all'astronomica cifra di 60 miliardi di euro, almeno a dar credito alle stime eseguite dalla Corte dei Conti. Eppure c'è una grande istituzione europea che continua a “premiarci” con prestiti per miliardi di euro. Questa istituzione risponde al nome di Banca europea per gli investimenti (BEI), che a volte ha sostenuto economicamente alcuni grandi progetti quando gli scandali erano già scoppiati.

Per il 2014 il finanziamento all’Italia della BEI è stato di 10,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono 500 milioni provenienti dal Fondo europeo per gli investimenti. Un bel +4% rispetto al 2013. Dallo scoppio della crisi, nel 2008, la BEI ha fatto nuovi prestiti in Italia per 63 miliardi di euro.

La BEI ha erogato fondi in abbondanza per le opere che hanno costituito la pietra angolare del cosiddetto “sistema Veneto”. Come il Passante di Mestre, i 32 chilometri che collegano Dolo e Quarto d’Altino. Nel 2003 costava 750 milioni di euro, lievitati a 1,34 miliardi quando si è arrivati all’apertura. All’inizio doveva essere realizzata da un consorzio di società (tra cui Impregilo, Mantovani, Cmc e altre aziende note alla magistratura), poi subentra loro la Cav (Concessioni autostradali venete), partecipata di Anas e Regione Veneto. Nel 2011 la Corte dei Conti segnala un aumento dei costi sospetto e un’anomalia nella struttura societaria. Il commissario Silvano Vernizzi è anche amministratore delegato di Veneto Strade e uomo chiave dell’assessorato alle Infrastrutture. Vernizzi è indagato per turbativa d’asta legata ad un altro progetto. Eppure la BEI aiuta lo stesso la compagnia che sta realizzando il Passante con 350 milioni di euro, erogati nel 2013. A gennaio 2014 Re:Common, insieme al comitato cittadino Opzione Zero e alla rete europea CounterBalance, ha scritto all’Olaf, l’ufficio europeo anti-corruzione per segnalare le irregolarità.

La Bei insiste sulla sua linea. Il vice-presidente dell'istituzione Dario Scannapieco in un’audizione in commissione Politiche Ue del Senato il 16 aprile ha garantito che il Passante sarà sostenuto con un project bond emesso dalla Bei a partire dall’estate, con la quale la Banca garantirà finanziatori stranieri per l’opera. L'Anas nel passante di Mestre è committente ed esecutore dei lavori, controllore e controllato. E affida i subappalti per la realizzazione dell’opera, tra gli altri, alla Mantovani spa. La dirigenza nel febbraio del 2013 è in carcere per associazione a delinquere finalizzata alle false fatture, inchiesta che poi si svilupperà nel caso Mose e coinvolgerà il parlamentare Giancarlo Galan, che dal Consorzio riceveva uno stipendio. La Mantovani fa parte del Consorzio Venezia Nuova, entità appaltante. Una storia infinita, cominciata nel 1991 e che si auspica si possa chiuderà nel 2016. La spesa ha raggiunto i 5,49 miliardi di euro. Per completare il tutto serviranno almeno altri 220 milioni di euro, a cui si stima vada aggiunto un altro miliardo e mezzo per la manutenzione ordinaria, come ipotizzano Giorgio Barbieri e Francesco Giavazzi nel loro libro Corruzione a norma di legge. La Bei contribuisce con uno stanziamento record di ben 1,5 miliardi di euro.

E poi c'è il capitolo Iren. Tra i maggiori azionisti conta i Comuni di Parma, Torino, Genova e Reggio Emilia. La multiutility Iren spa possiede quote importanti del rigassificatore di Livorno e dell’inceneritore di Parma. Due opere la cui utilità è molto dubbia e per cui non mancano i problemi. Il privato sente puzza di bruciato, ma il pubblico dà lo stesso il suo sostegno. Così la Banca europea per gli investimenti non lesina fondi per l'Iren: 860 milioni di euro. Il bilancio fa acqua da tutte le parti: l’esposizione debitoria della multiutility è di 2,525 miliardi di dollari. Per invertire questo trend negativo, la società si ricapitalizza in borsa, attraverso uno strumento chiamato dividend lending e per i dividendi agli azionisti si affida alla generosità delle istituzioni amiche, come la BEI. Una mossa quasi inutile. Il debito è stato ridotto solo di 30 milioni e nel contempo la magistratura di Parma (era il 2013) accusa Luigi Giuseppe Villani, vicepresidente di Iren e di Iren Mercato, e l’ex sindaco di Parma Pietro Vignali di essersi appropriati di fondi del Comune di Parma, utilizzandoli per spese elettorali e per effettuare assunzioni pilotate nelle strutture pubbliche. Con i soldi dell’Iren. Anche la Commissione europea nel 2010 ha aperto un’indagine per vederci chiaro. I costi dell’impianto sarebbero 180 milioni nelle stime del progetto, e 265 milioni di euro nella richiesta alla BEI. Perché? A Livorno, invece, in questi anni non si è mosso nulla: il rigassificatore costruito con i fondi Bei giace inutilizzato in mezzo al mare.

La BEI ha immesso denaro anche nella madre di tutte le opere incompiute italiane, i 440 chilometri della Salerno-Reggio Calabria. I lavori cominciarono nel 1964, la data d’inaugurazione dovrebbe essere il 2018: 54 anni dopo. L’Europa paga da tempo immemore: la BEI 530 miliardi di lire nel 1998, Bruxelles con fondi strutturali da 400 milioni di euro. Ma non basta. Servono altri 2,9 miliardi di euro e 1,1 sarà di provenienza Bei con il Piano Juncker. Eppure persino l’Olaf, nel 2011 ha dimostrato un’irregolarità nella gestione dei fondi e ha chiesto alla Regione Calabria di restituire 381,9 milioni di euro, ovvero i fondi attribuiti alla regione Calabria tra il 1994 e il 2006 per un’autostrada mai terminata. La ‘ndrangheta quei soldi li ha già incassati: lo sostengono le inchieste Tamburo (2002-2013), Arca (2007) e Cosa Mia (2010). A mettere le mani sull’autostrada, le cosche Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano e Bruzzise-Parrello.

Forse la BEI dovrebbe partire proprio dal caso della Salerno-Reggio Calabria per imparare la lezione e smetterla di mettere a rischio i soldi dei contribuenti europei.
Ultima modifica il Giovedì, 18 Giugno 2015 08:02
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