Il messaggio di Francesco: "Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo"

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Habemus papamFranco Berardi "Bifo", Zeroviolenza
19 giugno 2015

Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere

In Habemus Papam (il suo film più grande) Nanni Moretti ha messo in scena l'impotenza degli esseri umani di fronte all’immensità della sofferenza del mondo. Dio non c'è, in quel film, e il nuovo Papa appena eletto (Michel Piccoli) si sente incapace di esprimere con le parole la complessità inimmaginabili della realtà in assenza di Dio.

Il genio di Nanni Moretti in questo ha presentito un dramma che investì davvero la Chiesa di Roma solo pochi mesi dopo la distribuzione del film. Nel febbraio 2013 Joseph Ratzinger, il Papa tedesco che aveva affermato l’indiscutibile superiorità della Verità contro ogni relativismo, decise di ritirarsi, riconoscendo la sua debolezza fisica e spirituale. Fu un atto di coraggio e di umiltà senza precedenti che dovremmo interpretare in termini filosofici come un’ammissione dell’impotenza politica della ragione etica.

Non sono un teologo e non pretendo di comprendere il significato e le intenzioni di quell’atto, che mi appare enorme, ma mi pare di poter dire dal punto di vista di una filosofia secolare, che l’abbandono di Benedetto XVI segna il fallimento del tentativo storico di governare e sottomettersi le scatenate forze del male materializzate dagli istinti animali del capitalismo globale. Sopraffatto dalla sua debolezza Benedetto si ritirò nel silenzio e abbassò la testa. Ammettere la sua impotenza fu a mio parere il segno più grande della sua forza.

Poi accadde qualcosa di nuovo. In un tempo in cui violenza settaria arroganza conservatrice e avarizia economica hanno preso il sopravvento quasi dovunque, alla finestra di Pietro apparve un uomo che salutò le folle del mondo semplicemente dicendo “Buonasera”.  Io non sono credente e il mio ateismo rende difficile per me accettare l’idea che lo Spirito Santo abbia illuminato quel gruppo di alti prelati che si incontrarono nel Conclave del Marzo 2013. La saggezza umana comunque li condusse all’elezione di un papa che sembra stare - da solo - contro la violenza etnica, l’oppressione politica e lo sfruttamento economico.

Non pretendo di interpretare adeguatamente le implicazioni teologiche della predicazione di Francesco. Non posso e non voglio farlo. Tuttavia voglio comprendere dal punto di vista storico le implicazioni filosofiche dei suoi atti e delle sue parole. La convocazione del Giubileo dedicato alla Misericordia è il segno più esplicito di una ridefinizione del rapporto tra verità e compassione. Il concetto centrale espresso nel testo di convocazione del Giubileo è la superiorità della compassione rispetto alla verità. Possiamo tradurre la parola compassione con la parola empatia, e anche con la parola solidarietà.

In un’intervista con Padre Antonio Spataro pubblicata da “Civiltà Cattolica”, il Papa che viene dalla fine del mondo dice qualcosa di impressionante sulla missione della Chiesa.
«Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio.  Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».

Nella stessa intervista Francesco dichiara che la Chiesa deve essere vista come un ospedale da campo: “Io vedo con chiarezza — prosegue — che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti. Si devono curare  le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso”.

Quel che è impressionante in queste parole è il coraggio intellettuale di abbandonare il discorso sulla speranza, o comunque lasciarlo sullo sfondo. In questo modo interpreta il sentimento prevalente del nostro tempo, non lo contrasta, lo accetta, si mette dal punto di vista punk: la percezione senza speranza del futuro. Eppure Francesco traduce questa assenza di speranza in termini di misericordia, compassione e amicizia.

Senza fede la speranza è impossibile, in termini Cristiani. E la fede sembra essere finita, almeno da quando, alla fine del secolo passato comunismo, democrazia e dialettica progressiva sono crollati. Solo il capitalismo sopravvive. Ma anche la fede nel capitalismo è collassata durante gli anni dell’arroganza finanziaria e del lavoro precario Negli anni ’90 il capitalismo apparve come il modello universale e definitivo della vita sociale e conquistò la mente di molti intellettuali di sinistra di scarso spessore. Ora solo venti anni più tardi, il capitalismo ha perduto quasi del tutto la sua credibilità, e domina come una inarrestabile macchina automatica. Non sta più vincendo per forza di consenso, ma sta sottomettendo con la forza le anime e i corpi. La fede è scomparsa.

Io non sono credente, non credo in Dio e non credo in alcuna ideologia, quindi non penso che la fine della fede sia una cosa cattiva. Al contrario penso che quando finalmente ci liberiamo della fede possiamo cogliere la tendenza reale, e possiamo cogliere le possibilità più interessanti che la tendenza porta con sé. Ma per poter cogliere il possibile e per dispiegarlo quel che ci occorre è l’amicizia, la solidarietà, la felicità e il piacere della relazione tra i corpi. Questo è quel che ci manca oggi. Non la speranza, non la fede, ma l’amicizia è quel che ci manca. Questa è la ragione per cui l’umanità sta precipitando nell’abisso della guerra e del suicidio.

La II parte è stata pubblicata sabato 20 giugno


Ultima modifica il Sabato, 20 Giugno 2015 08:20
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