"Morire di tumore e di fame" nella Sicilia dello Sblocca Italia

Trivelle in SiciliaPeppe Croce, Zeroviolenza
25 giugno 2015

Lo "Sblocca Italia" ha avuto effetti immediati sull'industria petrolifera in Sicilia. Un nome per tutti: Vega B, la nuova piattaforma di Edison autorizzata il 16 aprile dal Ministero dell'Ambiente "VISTO l'art. 38 del decreto legge 11 settembre 2014, n. 133, convertito in legge 11 novembre 2014, n. 164".

La Vega B sorgerà accanto alla già esistente Vega A (classe 1986, giovanotta) a meno di 12 miglia dalle coste ragusane, quindi sarebbe rientrata nel blocco previsto dal decreto Prestigiacomo del 2010 se non fosse nel frattempo spuntata la sanatoria dello "Sblocca Italia".

Neanche il “Decreto Sviluppo” di Monti e Passera era riuscito a “sbloccare” quel progetto.

L'autorizzazione ambientale alla Vega B è un messaggio chiaro ed esplicito ai siciliani: la Sicilia era, è ancora e resterà a lungo terra (e mare) di trivelle. Se i calcoli geologici di Edison sono giusti, infatti, dalla nuova struttura uscirà petrolio per altri 15-20 anni in base ai ritmi di estrazione. D'altronde la nave cisterna che raccoglie il petrolio della attuale Vega A e della futura B, la Leonis FSO, è stata inaugurata nel 2010 e ancora si deve ripagare. E' costata 34 milioni di euro.

Ma, a dirla tutta, non bisogna andare a Roma e scomodare Renzi per trovare politici e politiche favorevoli alle trivelle siciliane. Palermo ne è piena: Bruno Marziano (PD, presidente della Commissione Attività produttive dell'Assemblea regionale) è stato il primo a brindare alla VIA per la Vega B. Lo stesso presidente della Regione, Rosario Crocetta (PD, ex sindaco di Gela, ex dipendente ENI), è stato più volte bacchettato da Greenpeace per aver promesso molto e mantenuto niente in fatto di petrolio off-shore. Va detto, però, che in mare l'autonomia speciale siciliana non arriva e le decisioni si prendono tutte a Roma. Sentito il parere...

Lo stesso Crocetta, però, il 4 giugno 2014 ha firmato il protocollo d'intesa tra Regione Siciliana, Assomineraria, EniMed Spa, Edison Idrocarburi Sicilia Srl e Irminio Srl che punta a «l’utilizzo razionale delle risorse di gas e petrolio, intensificando gli strumenti dedicati alla sicurezza e al rispetto dell’ambiente». Prendete e trivellatene tutti...

La lunga storia petrolifera siciliana, iniziata nel 1949 con il pozzo “Ragusa 01”, è quindi ben lontana dal termine: il petrolio e il gas ci sono, anche se di pessima qualità, i politici o sono espressamente favorevoli o dormono, gli uffici degli assessorati competenti non perdono mai una carta quando si tratta di questi progetti. Anzi, sbrigano tutto in perfetto orario. Ciliegina sulla torta: i sindacati siciliani (tranne qualche sparuto dirigente regionale CGIL, sapientemente isolato) sono tutti favorevoli alle attività energetiche fossili.

Nel frattempo, però, dal quarantanove ad oggi sono spuntati centinaia di altri pozzi, tre raffinerie belle grandi (Gela, Milazzo, Augusta-Priolo-Melilli, tutte in crisi per la concorrenza estera), una piccolina (il Centro Oli di Ragusa, in crisi pure lui), una rete di oleodotti e metanodotti che ogni tanto si bucano e, dulcis in fundo, un etilenodotto che attraversa mezza Sicilia orientale. A tutto questo si aggiungono due gasdotti internazionali: il Transmed (che collega l'Algeria con Mazara del Vallo, Trapani) e il Greenstream (dalla Libia a Gela, Caltanissetta). Dai due tubi entrano fiumi di gas metano destinati alle centrali elettriche e alle caldaie del riscaldamento di mezza Italia. Fino alla crisi politica in Libia, che ha praticamente bloccato le attività legate al Greenstream, quasi il 30% del gas consumato in Italia entrava dalla Sicilia. Il che conferma che le attività energetiche siciliane sono tutte “export oriented” e solo il lavoro (sempre di meno) e i guai ambientali (sempre di più) restano nell'isola.

Danni ambientali, dicevamo. A parte qualche buco in qualche tubo, cose che possono capitare, a parte il processo nei confronti di Edison accusata di aver iniettato fanghi di trivellazione inquinanti nei pozzi esausti della Vega A senza l'autorizzazione del Ministero dell'Ambiente, a far paura è l'impatto dei grandi impianti di raffinazione costiera di Gela, Augusta-Priolo-Melilli e Milazzo. In tutti e tre i siti pochi, empirici e coraggiosi studi statistici di medici e pediatri del luogo mettono in luce come le percentuali di tumori, leucemie e malformazioni neonatali siano completamente anomale e superiori rispetto al resto della Sicilia e dell'Italia.

Senza scomodare i medici, però, sono le stesse future mamme a scappare da quei tre comuni per timore di ripercussioni sanitarie serie sui nascituri. A due passi dal petrolchimico siracusano, invece, stanno male pure i pesci: da anni, ormai, Mara Nicotra (biologa marina, da qualche tempo attivista M5S e da pochissime settimane assessore del Comune di Melilli) colleziona pesci malformati provenienti dalla rada di Augusta, proprio di fronte il petrolchimico. Spine bifide, lische a Y, lische a Z, nel freezer della Nicotra c'è un piccolo museo degli orrori ittici.

Fino a quando il petrolio dava lavoro, in una terra che il lavoro lo cerca più dell'acqua, tutti facevano finta di non accorgersi delle ricadute dell'industria energetica sull'ambiente e la salute. Meglio morire di tumore che di fame, questo è stato per decenni il motto dei siciliani. Ora che il lavoro se ne sta andando e i danni ambientali e sanitari stanno esplodendo anche i siciliani iniziano a rendersi conto che il sogno petrolifero è finito. C'è un altro sogno che alcuni iniziano a fare, di cui si inizia a parlare: quello delle bonifiche. Chiudiamo gli impianti e ripuliamo tutto quel che si può ripulire, spendendo decine di miliardi di fondi privati, pubblici ed europei e dando lavoro e pane per almeno vent'anni. Questo sogno, però, il decreto legge 11 settembre 2014, n. 133, convertito in legge 11 novembre 2014, n. 164 non lo ha ancora sbloccato.

Ultima modifica il Sabato, 27 Giugno 2015 07:48
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