"La Radio è partecipazione, dà voce alla Comunità". Intervista a Marino Sinibaldi*

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Marino SinibaldiLorenza F. Pellegrini, Zeroviolenza
30 giugno 2015

2 luglio 1897. Guglielmo Marconi, 23 anni, ottiene dal Patent Office di Londra il brevetto n. 12039: "Perfezionamenti nella trasmissione degli impulsi e dei segnali elettrici e negli apparecchi relativi". Così nasce la radio. Oggi ha più di cento anni, ma è ancora molto amata, ascoltata, attuale.

È stata in grado di resistere alla rivoluzione digitale, anzi, di trarre vantaggio dalle nuove tecnologie e di cogliere le molte opportunità offerte dalla Rete.

Ne parliamo con Marino Sinibaldi, direttore di Radio3, per capire come questo mezzo di comunicazione tradizionale sia riuscito a non invecchiare, a cambiar pelle.

Quali anticorpi ha sviluppato la radio per garantirsi la sopravvivenza?
“Più che agli anticorpi questo si deve al ‘corpo’ della radio, che è per sua natura flessibile. Ha una storia più che secolare e nel corso di questi cento anni si è molto trasformata, adattandosi abilmente ai tempi, ai linguaggi, alle forme: cento anni fa era un mobile al centro della casa, oggi invece è qualcosa che sta all’interno di tutti i nostri terminali ma nemmeno si vede. La radio è fatta di voce e di suono ed è questa sua leggerezza tecnica che la rende pronta alla metamorfosi, all’incontro, alla contaminazione felice con altri mezzi di comunicazione. Una leggerezza che non esclude la profondità”.

Oltre a flessibilità e leggerezza, ci sono altre caratteristiche che la distinguono dagli altri media e che la rendono tuttora moderna?
“Oggi prediligiamo oggetti portatili, pieni di contenuti ma allo stesso tempo superflui. La radio è anche questo. Ci accompagna, ma non ci obbliga, non richiede molta energia, è wireless da sempre. Ha preceduto la Rete nell’offrire libertà d’accesso e connessione. Questa è la ragione che la rende più moderna anche di altri mezzi di comunicazione nati dopo”.

Come la televisione…
“Sì, perché la tv prevede l’immobilità. Per guardarla devi stare fermo, seduto, non puoi fare altro. Questo è comune a tutti i linguaggi video. La radio invece non è così autoritaria, per sua natura si infiltra nei tuoi spazi di vita, nei vari ambienti, non predetermina i tuoi comportamenti. E in questo è postmoderna”.

Non è autoritaria oggi, ma lo è stata.
“Quando la radio è nata era il mezzo più autoritario che c’era. Chi parlava (ai microfoni, ndr) riusciva ad arrivare ovunque, anche dove non arrivava la distribuzione dei libri o dei giornali. Anche dove non c’erano le competenze alfabetiche, tra i ‘dispersi’, tra i contadini. Aveva un’enorme autorità, tant’è che è stata usata dai regimi totalitari. Ma anche dalle democrazie”.

Come strumento di propaganda, per allargare e consolidare il consenso.
“Consenso e consumo. La radio ha immesso il consumismo nella cultura del Novecento, e questa non è un’operazione meno invasiva, meno dannosa. Anche se è meglio essere consumatori che dittatori, non ho dubbi”.

Dalla propaganda alla partecipazione (in)diretta degli ascoltatori, la radio è molto cambiata. Quando è successo? A cosa si deve questo mutamento?
“Ha perso questa natura autoritaria più o meno con l’arrivo della televisione. Poi è diventata più orizzontale. Questo non a caso accade dopo il ’68: c’era una società che chiedeva partecipazione e la otteneva con un mezzo apparentemente molto semplice, la telefonata in onda. È stato facile, è bastato aprire i microfoni. È stata una rivoluzione. Ha anticipato Facebook, e la Rete in generale, proprio per la facilità e la libertà della comunicazione”.

E chi partecipava riusciva a farsi sentire? Il conduttore non occupava comunque una posizione dominante?
“La radio è fatta di voce, e la voce a distanza ha lo stesso potere di quella in studio. La tv invece è fatta di immagine e l’asimmetria di potere è forte”.

Libertà e partecipazione, in radio come su Facebook. Il tipo di scambio che si ha in Rete ha molti aspetti positivi. Ma non mancano quelli negativi. Umberto Eco, ad esempio, ha detto che i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli. È d’accordo? Vale anche per la radio?
“Eco ha giustamente dato un allarme. È un problema che c’è da anni, la Rete lo ha reso solo più evidente. A me sembra però che il mezzo più ‘stupido’ continui a essere la televisione, in cui chi urla ha più ascolto, dove tutte le idee vengono semplificate. Vedo talkshow accreditati in cui persone di grande seguito, a volte anche politico, dicono delle cose che è difficile che qualcuno scriva in Rete. In tv c’è stato lo sdoganamento della rissa da bar, prevale il culto per l’idea rozza, uguale da trasmissione a trasmissione. La stessa banalità ripetuta con la stessa ferocia. Uno spettacolo allucinante. In Rete c’è il rischio che possa prevalere la mediocrità, lo capisco, ma a difesa della Rete (e della radio) c’è la pluralità. La pluralità è sempre una garanzia, impedisce che poche idee abbiamo troppo potere. E va difesa”.

Quindi il rischio più grande per la Rete non è la mediocrità, ma la compressione della libertà d’espressione?
“La sua natura quasi anarchica di fondo, il meccanismo di continua ricerca che questo mezzo prevede, si scontra con le grandi forme di controllo che, per ragioni economiche, vogliono innalzare muri e perimetrarne il consumo”.

La radio, come la Rete, promuove la biodiversità culturale. È da considerarsi (ancora oggi) uno strumento di inclusione sociale?
“Sì, ma deve cambiare. È stata uno strumento di inclusione, di alfabetizzazione, che ha contribuito alla crescita culturale del Paese. Quello che è avvenuto a partire dagli anni Sessanta con le telefonate in diretta potrebbe accadere oggi con le web radio. Moltiplicando gli accessi si potrebbe riempire la Rete di suoni. Moltiplicando le voci non si ridurrebbero tante verità a un unico slogan. Questa possibilità di prender la parola è ancora sottoutilizzata, ma se ho un’utopia è quella di una radio che attraverso la Rete diventi un grande canale di conversazione collettiva”.

Anche per abbattere le barriere tra culture diverse, arginando, almeno in parte, razzismo e xenofobia?
“Questo dipende dall’uso che se ne fa. Ma, diciamoci la verità, le voci dei migranti le senti per radio? No. E questo vuol dire che la stiamo usando poco per farne un mezzo di racconto della realtà, di inclusione. Inclusione non è una parola assoluta, cambia continuamente. Nel Novecento hanno preso la parola gli operai, i giovani, le donne. Adesso dovrebbero farlo gli ‘stranieri’. Già negli anni Trenta uno studioso tedesco (Rudolf Arnheim, ndr) diceva che la radio favorisce tutto quello che è comunità e rompe tutto quello che è isolamento. Il pubblico radiofonico è un pubblico connesso, si sente parte di una comunità. Ora questa comunità deve essere allargata”.

* Marino Sinibladi è Direttore di Rai Radio 3


Ultima modifica il Domenica, 05 Luglio 2015 08:29
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