"Mafia Capitale era nell’aria". Intervista a Federico Bonadonna

Federico BonadonnaMonica Pepe, Zeroviolenza
2 luglio 2015

Un antropologo, ex dirigente delle politiche sociali del Comune di Roma, scrive un romanzo sulla macchina del potere dell'amministrazione capitolina. "La cognizione del potere" (Castelvecchi) irrompe dal passato e ci spiega il presente.
Crudo, disinvolto e ironico, il noir scritto cinque anni fa da Federico Bonadonna ricostruisce l'antefatto di Mafia Capitale. Solo a maggio scorso è arrivato nelle librerie.

Il Commissario Colacchi, personaggio principale del romanzo, è un umanissimo antieroe che vive una profonda crisi esistenziale sul lavoro e con la propria moglie, figura che rimane sempre sullo sfondo del romanzo. Come nasce il personaggio di Colacchi?
"Colacchi ha 54 anni, un passato da militante in un collettivo politico di sinistra che ha poi dovuto infiltrare quando è stato costretto a entrare in polizia alla morte del padre per sfamare la famiglia. Questo ha determinato in lui un trauma profondo, tanto da portarlo agli psicofarmaci. La moglie Anna, di 12 anni più giovane, ha una funzione narrativa specifica perché è lei che cerca di convincere il marito a riprendere gli psicofarmaci vista la sua enorme insoddisfazione. E questo determina un conflitto che scatenerà una serie di reazioni fondamentali per la spinta narrativa".

Federico Bonadonna, lei ha lavorato per 11 anni fino al 2008 come dirigente delle politiche sociali del Comune di Roma in uno schieramento di sinistra. La cosa più bella e quella più brutta di questa esperienza.
"Tranne che per un breve periodo, io ho sempre lavorato per la parte tecnico-amministrativa e non per quella politica. Complessivamente ho avuto funzioni dirigenziali per circa 4 anni. La cosa più bella è stata quando abbiamo creato un circuito di accoglienza per i senza tetto della Capitale. È stato un modello imitato e richiesto da tutte le grandi città italiane. Con un servizio, quello della SOS, la sala operativa sociale, che ha vinto il premio innovazione del Forum della Pubblica Amministrazione. La più brutta quando questo modello è stato distrutto dalla logica dell’emergenza sociale e dall’avvio degli sgomberi a tappeto degli insediamenti e delle occupazioni abusive".

Sin dalle prime pagine si entra nel vaso di Pandora dei mali della politica: corruzione, meschinità, culto del narcisismo, pratica ossessiva del potere come autolegittimazione. Cosa è la "cognizione del potere", perché questa evocazione gaddiana?
È quando capisci cosa c’è esattamente sulla punta della forchetta, come diceva Kerouac spiegando il significato del titolo Il Pasto Nudo di Burroughs.
"La Cognizione del dolore poi è il fantastico titolo dell’ultimo romanzo di Gadda ambientato in un paesino sperduto delle Ande che ricorda da vicino l’Italia fascista. Per superare la censura del regime, Gadda decide quell’ambientazione esotica.
Oggi la censura agisce in modo diverso, ma è sempre molto attiva. Il mio romanzo è ambientato in una Roma ipotetica diventata Città-Regione, una regione a statuto speciale come la Sicilia o la Val D’Aosta. Volendo pescare nel torbido dell’album di famiglia della sinistra, cioè della mia parte politica, io ho scritto un romanzo distopico nel tentativo di sviscerare il rapporto tra sinistra e potere. E la sinistra dimostra del mio racconto dimostra di non poter più ambire alla supremazia morale perché esercita il potere come tutti gli altri, ovvero in modo consociativo e clientelare".

Lei ha dedicato il libro agli operatori sociali e ha scelto una figura molto particolare di operatore per parlarne. Chi è Roberto Damieni?
"È un operatore sociale alla fine della sua vita. Un giovane malato di cancro quasi terminale che decide di uccidere un uomo di potere come il sindaco di Roma Città Regione. Un omicidio come atto politico dunque. Al contrario del macchinista della Locomotiva di Guccini – non a caso la canzone simbolo della nostra sinistra impotente in cui trionfa il fallito attentato di un anarchico e si esalta il gesto suicida che però l’autore non ha il coraggio di portare alle conseguenze estreme dell’omicidio – l’operatore sociale Roberto Damieni ritiene che la riscossa passi attraverso l’eliminazione di un simbolo. Alla fine scoprirà tragicamente di essere stato manipolato da un potere superiore. Da notare che il suo nome è l’italianizzazione del primo regicida della storia".

Perchè il potere predilige settori come il sociale o la sanità dove il mandato è quello di proteggere o curare chi non ha voce?
"Potere e malaffare non sono la stessa cosa. La criminalità si è accorta che anche la cenerentola delle deleghe assessorili, cioè le politiche sociali, potevano essere redditizie. Quindi ha operato un calcolo razionale e si è buttata sul business dell’emergenza (ma anche del verde). Rubare agli immigrati o depredare il territorio richiedono sempre lo stesso passaggio burocratico: la tangente. Senza un pubblico ufficiale connivente, il meccanismo non funzionerebbe. Ad aggravare la situazione, c’è poi la crisi economica, oggi il funzionario si vende per relativamente poco: è sufficiente uno smartphone, una vacanza o una cena al ristorante, un televisore al plasma".

Quando si sono diffusi i germi di Mafia capitale secondo lei e in quali circostanze?
"Il malaffare ha due facce, una attiva e l’altra passiva. Nella prima gli attori (funzionari pubblici, politici e imprenditori privati) si impegnano a lucrare in modo criminoso coinvolgendo quanti più anelli nella catena della corruzione. La leva della seconda è invece l’omertà e la complicità dei livelli intermedi così come dell’assessore non vuole vedere ma che avrebbe come compito il controllo oltre all’indirizzo che evita di approfondire (una norma post Tangentopoli ha inteso separare la funzione politica di indirizzo e controllo da quella amministrativa esecutiva per allontare, come si dice in gergo, il politico “dal barattolo di marmellata”), oppure del sindaco che usa le istituzioni come un trampolino per la propria carriera e non vuole problemi per cui nasconde la polvere sotto il tappeto anziché risolvere i problemi…
È da qui, da questi comportamenti che si diffondono quelli che lei chiama germi".

Perchè non è possibile fermare l'ingranaggio dall'interno della macchina pubblica e bisogna sempre aspettare la magistratura?
"Perché si tratta di un sistema complesso. Un sistema che affonda le radici nella cultura della pubblica amministrazione italiana. E nella mancanza di un’etica del lavoro e di senso civico. In ultima istanza in uno Stato che non è mai riuscito a diventare tale. Ora si dà la colpa della disfunzine della PA alle Bassanini, dimenticando che Tangentopoli esplode molto prima. Inoltre in questa fase, a livello macro, si innesta la crisi della democrazia e dello stato di diritto. Oggi la politica è sempre più orientata dall’alto, dai tecnocrati, pittosto che dal basso, ha perso il suo primato e il suo contatto con gli elettori.

I partiti sono simulacri e non rappresentano più nulla a parte se stessi. Le classi dirigenti in generale, anche quelle europee, hanno come interesse principale la propria riproduzione. Sono eversive: basta ascoltare le fandonie che raccontano sul fenomeno immigrazione. Puntano a galleggiare, a tirare avanti, non intendendono minimamente affrontare la situzione per risolverla. Nemmeno la magistratura è al di fuori di questo schema, così come non lo è il quarto potere. Forse siamo a una fase di cambio di regime come avvenne vent’anni fa ai tempi di Mani Pulite. Anche quel cambiamento fu indotto dalla magistratura. Anche se non credo a una riscossa della politica perché ha perso la sua sovranità".

Torniamo al Commissario Colacchi. Nell'intento di risolvere il caso più intricato che gli sia mai capitato, inciampa in un affair. E' un espediente narrativo, uno stereotipo o che altro?
"Dal punto di vista narrativo, il tentativo umanissimo del commissario Colacchi di risolvere una crisi esistenziale (matrimoniale, lavorativa, di età…) con una nuova relazione che all’inizio è fresca e dinamica, mi serviva per far uscire letteralmente Colacchi di casa e farlo dormire all’interno del campo Rom Riva Romana. Poi volevo che si concentrasse l’attenzione positiva sulla giovane donna con cui Colacchi ha l’affair. Questo mi serviva a preparare una svolta improvvisa nella trama e per rinforzare il messaggio morale che fa da sfondo al romanzo: niente è come sembra".

La trama del libro è una miscela esplosiva di intrighi e colpi di scena, quasi da set cinematografico. Lei in passato ha scritto solo saggi, da dove ha attinto l'ispirazione per una scrittura più adatta ad un noir?
"Ugo Gregoretti, con cui ho avuto la fortuna di presentare il mio libro, ha detto che La Cognizione del Potere ha la caratteristica di essere un non-genere. Io penso che del genere noir questo lavoro ha un elemento caratteristico: non si salva nessuno, l’orizzonte è nero, il clima cupo, il ritmo serrato per generare ansia e alimentare angoscia. L’ispirazione è quindi venuta dall’esperienza decennale nella pubblica amministrazione capitolina durante gli anni del centro sinistra. Il clima che io vivevo, ancorché all’apparenza festoso ed esaltante, era in realtà plumbeo. Io vedevo nero, mentre intorno a me tutti mi dicevano che era fantastico, una sorta di disneyficazione della realtà. Quando il sipario è calato si è visto che lo sfondo era di cartapesta e che i pifferai magici avevano fatto vedere un mondo che non esisteva".

Il libro è anche uno spaccato di crudeltà e abusi sui bambini dei campi rom a opera di politici e colletti bianchi. La città di sotto è quell'inferno che descrive?
"Poche settimane fa a Roma è stato arrestato un prete che andava con dei ragazzini rumeni nei vagoni della stazione. Qualche anno fa c’è stata un’inchiesta, Fiori nel Fango, sulla pedofilia nei campi Rom della Capitale. Io penso che i campi siano la zona grigia dove si riproduce un patto perverso: chi ci vive non può esigere diritti e a cui nessuno può chiedere loro di rispettare i doveri. In questo senso, ritengo che siano una costruzione mostruosa con cui occorre fare i conti. Attenzione, non limitarsi a smantellarli (anche se vorrei capire come, con quali mezzi e per fare concretamente cosa), ma capire perché si è voluto relegare circa diecimila persone in quella terra di mezzo. A chi serve? Dall’inchiesta Mondo di Mezzo emerge qualche risposta ed è davvero inquietante pensare che un’emergenza sociale sia stata alimentata ad arte per diventare occasione di lucro".

Siamo alle battute finali del libro. Il Ministro Spinosa spiega a Colacchi: "Ora c'è una sorta di oligarchia democratica. Non abbiamo un potere più forte di un altro, solo gruppi d'interesse che si contrastano, ma che sanno accordarsi quando è necessario". Alla fine vince sempre il potere?
"Una forma di potere deve sempre vincere. Tutte le società si fondano sull’esercizio del potere. Inoltre nessuno può dirsi alieno dalla seduzione esercitata dal potere. Il potere, anche quello micro, è tendenzialmente totalizzante e può dare effetti psicotropi. C’è un detto popolare molto esplicito sul tema. Proprio per non esserne travolti, è importante non negare questa seduzione. Detto questo, la frase che lei riporta ha che fare con il realismo politico che è solo una delle tante forme, e nemmeno la più raffinata, in cui il potere può essere esercitato.

Nel romanzo, il protagonista è anzi fortunato rispetto a molti altri perché alla fine ha una possibilità di scelta. Colacchi troverà una via di uscita dalla sua gabbia anche se poi si ricaccerà in una nuova. In questo senso non è affatto un antieroe come diceva lei all’inizio. Al contrario è un uomo, un italiano, molto comune che approffitta della pubblica amministrazione. Nel gergo del comune di Roma la PA viene chiamata “la vigna de’ zio”, dove cioè tutti possono arraffare tutto ciò che è in loro potere prendere: i dipendenti infedeli che, durante l’orario di lavoro, vanno a fare la spesa oppure svolgono un proprio lavoro autonomo con la copertura di sindacati collusi o che vendono bigiotteria in ufficio, eccetera".

Lei vive e lavora come antropologo in Etiopia dal 2008. Tornerebbe a lavorare nelle politiche sociali di una amministrazione pubblica?
"Nel 2008 sono andato in Libano e nel 2011 in Etiopia dove non faccio solo l’antropologo: tengo un corso di cucina italiana per dilettanti, scrivo reportage, faccio documentari. Nella mia testa l’esperienza nella amministrazione pubblica è chiusa. Anche se vissuta dalla parte tecnica come nel mio caso, la politica è una malattia compulsiva difficile da guarire. Quindi tendenzialmente ne starei lontano. Detto questo l’idea di elaborare un altro modello di accoglienza in una fase così delicata, sarebbe una sfida eccezionale. Purtroppo mi sono convinto che nessun amministratore locale abbia intenzione di risolvere i problemi. Gli amministratori si dedicano sostanzialmente alla comunicazione che è esattamente il modo per occultare i problemi".

Il libro "La cognizione del potere" sarà presentato lunedì 6 luglio, alle ore 18.30 alla Festa dell'Altra Estate a Casetta Rossa (Via Magnaghi, 14).
Giorgio Zanchini dialogherà con l'autore (qui l'evento facebook)




Ultima modifica il Venerdì, 03 Luglio 2015 10:31
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