Emergenza immigrazione a Roma: a chi serve? (parte II)

Migranti a BaobabGiuliana Visco*, Zeroviolenza
17 luglio 2015

A Roma nelle ultime settimane é effettivamente successo qualcosa. C'é chi lo ha chiamato, un'ennesima volta, emergenza immigrazione.
Sarebbe più adeguato pensare che dopo aver assistito agli ultimi naufragi e dopo l'imposizione della Comunità Internazionale di confezionare delle soluzioni che limitino in futuro queste morti strazianti, il Governo Italiano abbia avuto bisogno di un “aiutino” per riaprire i negoziati con gli altri paesi europei sul già citato e annoso problema della redistribuzione delle quote, che di fatto come sappiamo ha solo ridato piena legittimità alla crudeltà dei “rimpatri”.

Cosa c’è di meglio di un’ “emergenza profughi”, con tanto di pericolo scabbia, messa al bando e tutto ciò cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, come fosse un revival grottesco della peste del 1348?

Il tempestivo sgombero manu militari ad opera del Comune di Roma (dopo 10 anni di esistenza) del Borghetto di Via delle Messi d’Oro in zona Ponte Mammolo, senza preavviso e nei giorni dell’esplosione della seconda bolla di Mafia Capitale (la tranche legata all’ Arci Confraternita e La Cascina questa volta), pur provocando malumori –inascoltati- nell’UNHCR, ha generato il rapido affollamento di un centro di accoglienza già al collasso e inviso allo stesso Comune di Roma per diversi contenziosi sulla proprietà, l’affitto e la gestione: il centro Baobab in via Cupa, situato, in modo strategicamente perfetto tra la stazione Tiburtina, l’Università La Sapienza e il quartiere di San Lorenzo. Impossibile non bucare gli schermi. Se poi si considera la contingenza con la chiusura della frontiera tedesca e i respingimenti francesi il quadro è completo.

Cosa è avvenuto a Roma in queste settimane? Cosa è in gioco?
In pochi giorni la -non emergenza- è rientrata ma ha riservato anche delle sorprese.

I migranti che affollavano la Tiburtina sono stati smistati tra Baobab e una tendopoli allestita dalla Croce Rossa con il sostegno del Comune di Roma. L’Assessorato alle Politiche Sociali ha portato a casa una trattativa con Ferrovie dello Stato per l’acquisizione di FerrHotel di Via Masaniello da destinare a 250 persone, mentre a Ponte Mammolo resistono circa 40 persone in condizioni molto precarie, che attendono, lo sgombero da un giorno all’altro.

Dunque i numeri rimangono esigui. Ciò che invece è stata imponente è stata la solidarietà attiva di centinaia di persone che hanno portato cibo e beni di prima necessità, direttamente nei luoghi di presenza di migranti o nei punti di raccolta per la maggior parte non istituzionali come rivendica il Comune, ma messi in piedi dal tessuto associativo e autogestito delle zone limitrofe.

L’intento non è quello di sottolineare questa onda solidale per autocompiacersi ma perché è fondamentale in questo momento anteporre l’arma della solidarietà e del mutualismo in una città come Roma sempre più barbara, violenta e vittima di chi fomenta odio e razzismo e alimenta guerre tra poveri, come arma politica di difesa e di proposta.

Altro elemento di novità è il riconoscimento e la legittimazione dei diritti dei “transitanti” a essere rifocillati, accolti e non identificati, per permettere loro di proseguire il viaggio. Questa sembra essere la principale funzione della “tendopoli” di Tiburtina, gestita dalla Croce Rossa, dalla solidarietà dei singoli e delle associazioni ma fortemente voluta dalle istituzioni.

Si tratta, in verità, di un passaggio fondamentale, che chi lotta per i diritti dei migranti, per la libera circolazione in Europa auspica da anni contro il Sistema Dublino. Si tratta di una presa di parola in termini di diritti e dignità che non può essere lasciata ai negoziati di Renzi in sede di Agenda Europea. Costituisce, di fatto, la legittimazione di un’azione di solidarietà dal basso che si perpetra da anni, senza tornaconti e solo per poter affermare ostinatamente il diritto di scelta del posto in cui vivere e ricostruire il proprio futuro.

Il sistema di accoglienza a Roma va riscritto, ma ciò non può essere fatto, almeno questa volta, almeno dopo la vergogna degli ultimi anni, seguendo unicamente i ritmi di un’emergenza spesso fittizia, senza dare ascolto e dignità a chi si fa concretamente carico, da anni, di sostituire le istituzioni nell’offerta dei servizi fondamentali che mirano proprio a non debellare quel diritto d’asilo così prezioso per le migliaia di corpi in fuga e che in generale lottano strenuamente per il semplice, dovuto, rispetto dei diritti umani di uomini, donne e bambini.

Non basta chiamare a raccolta le grandi associazioni che hanno schivato il sistema di Buzzi e ricominciare da dove si era lasciato. Non basta un bando trasparente per la gestione del FerrHotel a cancellare anni di mala gestione e disastri sulla pelle dei migranti e dei giovani lavoratori precari spremuti e sfruttati fino all’inevitabile burn out. Serve un lavoro di riscoperta e valorizzazione di un humus solidale, privo di risorse, che agisce in sordina per convinzione politica o semplice solidarietà civile.

Come si diceva all’inizio, l’ “emergenza immigrazione a Roma” non può essere letta in chiave esclusivamente locale e intrappolata tra Mafia Capitale, la retorica del decoro e l’offensiva razzista. E’ necessario un lavoro di monitoraggio capillare, non solo delle quote di migranti da “piazzare”, ma delle situazioni dei paesi di provenienza, delle associazioni - al di fuori dei riflettori - che lavorano quotidianamente nei territori per garantire una rinnovata capacità di vivere comune che spazzi via le spirali di odio e costruisca opportunità di crescita, sussistenza, conoscenza reciproca per italiani, migranti, transitanti, per lo più giovani o giovanissimi.

* Resistenze Meticce

La I parte è stata pubblicata giovedì 16 luglio
Ultima modifica il Venerdì, 24 Luglio 2015 14:45
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