Ius soli, il bicchiere è mezzo vuoto

Ius soliStefano Galieni, Zeroviolenza
1 ottobre 2015

La metafora più usata per definire quello che è il testo di legge che da lunedì 28 settembre è giunto in aula della Camera relativo alla riforma della legge sulla cittadinanza è quella del "bicchiere". E utilizziamola allora fino in fondo per definire quanto è accaduto finora e quanto potrebbe succedere di qui a un mese.

Si era ancora nel 2011 quando una ventina di associazioni laiche e cattoliche, sindacati, amministrazioni locali, appoggiati da forze politiche e da intellettuali lanciavano la raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare, una per estendere il diritto di voto amministrativo ai cittadini stranieri residenti da almeno 5 anni e l’altra per ridurre a 5 anni i tempi di residenza necessari per poter ottenere la cittadinanza italiana (invece degli attuali 10 a cui si sommano gli almeno 4 anni di arbitrio burocratico) e per introdurre lo ius soli (se nasci in Italia sei italiano) al posto dello ius sanguinis vigente (sei italiano solo se lo è almeno uno dei due genitori).

Se si fosse giunti a questo risultato avremmo potuto dire che due grandi bicchieri, che so due boccali, sarebbero stati degnamente riempiti. Dopo quattro anni e nonostante 200 mila firme e una sensibilità della società civile più significativa di quanto si registri comunemente, il risultato è molto diverso. Uno dei due “bicchieri” quello del diritto di voto, non è stato neanche preso in esame, nonostante si tratti di ratificare soltanto il capitolo C della Convenzione di Strasburgo del 1992.

Curiosamente mentre in Europa si decideva che chi risiede stabilmente in un paese U.E. ha diritto di elettorato attivo e passivo, alle elezioni amministrative, in Italia si introduceva la legge restrittiva che oggi si prova a cambiare. Resta il bicchiere della cittadinanza.

Partendo dalla proposta di legge di iniziativa popolare e dai diversi disegni di legge presentati in materia, la Camera dei deputati ha alla fine licenziato a maggioranza un testo che in teoria dovrebbe essere considerato “blindato”. Esclusi gli adulti a cui è negata una accelerazione dei tempi per la cosiddetta “naturalizzazione”. Si resta stranieri per 10 anni e poi ci si affida alla clemenza del Presidente della Repubblica che, dopo attenti, lunghi e reiterati esami definiti in sede del Ministero dell’Interno, decide se si è degni o meno di ricevere tale ambito riconoscimento. E il bicchiere già in parte si svuota.

Nella proposta di iniziativa popolare, si mirava ad ottenere uno ius soli comunque temperato. Chi nasce in Italia doveva avere almeno uno dei due genitori regolarmente residente da almeno un anno. Nel testo quasi definitivo, relatrice Marilena Fabbri (Pd) il termine è salito a 5 anni (altra riduzione) nel testo definitivo, “grazie” ad un emendamento della parlamentare ora Ncd Dorina Bianchi, sarà necessario anche il Permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, un tempo Carta di soggiorno. Altra restrizione, il permesso in questione non è alla portata di tutti. Prevalgono le discrezionalità delle questure ma, soprattutto, prevale il fatto che bisogna sottostare a determinati requisiti (reddito, residenza, conoscenza della lingua). Insomma si torna ad una fase pre 1865 la cittadinanza per censo. E il bicchiere si dimezza ancora.

Questo senza pensare ai tanti minori, specialmente rom, che pur essendo in base al paese di nascita italiani anche di terza generazione, hanno genitori che non corrispondono a tali requisiti mentre il paese da cui provengono nonni o bisnonni non esiste più e quindi per loro non esiste altra cittadinanza possibile se non lo status di apolide. È vero che una parte di questi problemi sono attenuati dallo “ius culturae” ovvero la possibilità di divenire cittadini per chi o è giunto prima del compimento dei 12 anni di età o dei 18 e, sulla base di diversi criteri abbia frequentato un ciclo scolastico di almeno 5 anni. Un tema non ancora risolto che rischia di svuotare ancora di più l’ormai famoso bicchiere è quello relativo al valore retroattivo della legge.

Come comportarsi con chi, pur avendo i requisiti necessari per ottenere la cittadinanza è nato già in Italia o ha frequentato anche più cicli scolastici ma prima di quella che sarà la data di entrata in vigore della legge? Nella conferenza stampa che si è tenuta il 29 settembre alla Camera, organizzata da esponenti della Campagna l’Italia sono anch’io sono giunte in tal senso rassicurazioni che andranno però poi misurate nel dibattito politico. Si proporrà di considerare valida la legge a chi non ha ancora compiuto i 18 anni in Italia, pur essendoci nato e rispondendo alle suddette caratteristiche, a chi era in tempo per chiederla con le precedenti norme (dai 18 ai 20 anni) e a chi da meno di 3 anni non rientra in tali parametri. Quindi in teoria un ventiquattrenne potrebbe essere discriminato rispetto a chi ha un solo anno di meno.

E resta l’amaro in bocca ai coraggiosi ragazzi e ragazze della Rete G2 che da tanti anni si battono per vedersi riconosciuto un diritto e che, in gran parte arriveranno a vedere la legge approvata quando loro stessi non rientreranno nei rigidi criteri stabiliti. Alcuni aspetti della proposta andranno poi rivisti perché, la sua formulazione non considera le condizioni diverse fra cittadini comunitari e non e, paradossalmente, equiparando due condizioni di partenza diverse, finirebbe col penalizzare i figli di cittadini comunitari che, in quanto tali, non hanno bisogno della carta per lungo soggiornanti. Insomma alla fine, sperando che il testo non subisca ulteriori modifiche restrittive, si arriverà ad una legge che riguarderà non più del 50% dei minorenni attualmente residenti in Italia (in totale sono 900.000), resterebbero più gli esclusi che gli inclusi.

Il bicchiere quindi non solo è mezzo vuoto ma da boccale si è trasformato in tazzina, riservata a pochi e che non permetterà di ridurre il numero di persone “inutilmente” ritenute straniere. L’assenza di coraggio della maggioranza di governo condizionata tanto da un Pd timido quanto da un Ncd che pur contando meno del 2% detta i limiti, rappresenta in pieno il quadro desolante in tale materia.

E se c’è da plaudire alle spinte di alcuni rappresentanti di Sel, in particolare della rappresentante in Commissione Affari Costituzionali, Celeste Costantino, che presenterà ancora in aula 5 emendamenti, il numero massimo possibile per il suo gruppo, non si possono non notare altre due gravi storture. Quella del M5S che continua a considerare tale materia non prioritaria e quindi a non esporsi se non in base ad approcci individuali e quelli della Lega Nord che, con una pregiudiziale di costituzionalità chiedono di impedire che tale proposta di legge venga approvata.

Ad avviso di questa nuova specie di costituzionalisti, capaci di rifarsi ad una interpretazione del nostro dettato, al diritto romano e ad altre mirabili fonti, l’approvazione di tale legge comporterebbe: «ad avviso dei presentatori i reati di alto tradimento e attentato alla costituzione». Che triste fine per i padri costituenti. Ed in aula codesti rappresentanti del popolo daranno battaglia; sarà soprattutto dalla destra che arriveranno gli strali più avvelenati per impedire anche questa piccola riforma in quanto da sinistra, fatte le dovute eccezioni, si ritiene questo già il miglior risultato conseguibile. Quante gocce resteranno nel bicchiere?

Ultima modifica il Sabato, 03 Ottobre 2015 08:18
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