Le sfide delle famiglie palestinesi in diaspora

Etichettato sotto
Famiglia PalestinaPina Sodano, Zeroviolenza
6 ottobre 2015

Scrivere della questione palestinese, del dramma che migliaia di persone, nate sulla propria terra ma sotto l'occupazione israeliana, dell'appropriazione indebita,
illegale, violenta dei terreni, delle acque, delle case del popolo palestinese, significa confrontarsi con un tema che intreccia etica, diritti, valori; un tema, come dire, che riguarda la complessità della nostra dimensione umana, da cui discende, come intendeva Vittorio (Arrigoni), la natura o meno della nostra umanità. Ciò vale anche quando l’approccio utilizzato è quello scientifico.

Esso, infatti, deve sapersi confrontare con le ingiustizie e contribuire, se vuole essere utile oltre le stanze polverose dei dipartimenti universitari, al loro superamento.

Non è necessario, per farlo, essere Marx, Engels o Gramsci. Anche un sociologo qualunque, un neo laureato, un ricercatore alle prime armi, e forse loro in primis, devono sentire sulle propria coscienza l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.

Per questa ragione non si può non decidere di confrontarsi col dramma palestinese, sentirlo proprio e agire di conseguenza. Un po’ come se fossimo noi stessi, oltre che ricercatori, in cammino come quelle decine di migliaia di persone che fuggono dalla terra di Palestina (e non solo) per arrivare in Europa.

Per questa ragione quando decisi di trattare, nell’ambito della collettanea Migranti e territori (Ediesse editore), la questione della diaspora palestinese (titolo del saggio: La famiglia palestinese in diaspora. Uno studio comparato tra Italia e Svezia), ho pensato che, insieme all’analisi dei flussi, oltre al confronto e rilevamento delle differenze tra la comunità palestinese italiana e quella svedese, oltre alla storia di entrambe le diaspore, dovevo in qualche modo rappresentare il dramma di un popolo che resiste alla violenza organizzata e al silenzio colpevole dell’Occidente.

Da qui nasce il nucleo fondativo del saggio. Non solo analizzare la famiglia palestinese in diaspora ma prendere parte al loro dramma. Anche per questo più volte sono andata nei Territori Occupati, ad intervistare profughi, cittadini, resistenti. Ciò che resta di quell’esperienza ha contributo a redigere il saggio e la sua riflessione e nel contempo a comprendere in profondità le ragione di una resistenza che dura nonostante le sofferenze e le discriminazioni.

Resta soprattutto la straordinaria capacità delle famiglie palestinesi di essere i registri della memoria del loro popolo, terra fertile per le future generazioni. Si trovino esse in Italia, Svezia o altrove, le famiglie palestinesi vivono in una dimensione costantemente rivolta alla loro terra.

Senza alcun dubbio la famiglia palestinese oltre a farsi carico di tutte le caratteristiche e contraddizioni tipiche di una famiglia in una società moderna, è caratterizzata da una complessità storica che comprende l’esperienza della diaspora. Essa, rispetto ad altre realtà islamiche, ha sempre portato con sé un elemento di laicità che ne ha determinato il carattere.

Una delle maggiori caratteristiche della famiglia palestinese in diaspora è rappresentata dalla sua capacità di conservare la memoria della tragedia, di socializzarla coi suoi membri e in particolare con le nuove generazioni, di rappresentarla attraverso un vasto materiale simbolico e relazioni sempre aperte con il resto della comunità nel paese di residenza, negli altri paesi e con la madre patria. Per questa ragione essa è in qualche misura transnazionale; il suo ruolo è inoltre sociale svolgendo all’interno del proprio quartiere, città o villaggio spesso attività politica caratterizzata etnicamente o culturalmente.

Esistono però anche differenze sostanziali tra alcune famiglie palestinesi in diaspora. Da qui nasce la riflessione proposta nel saggio. Quelle in Svezia ad esempio sono composte da rifugiati che vivono una profonda nostalgia legata alla madre patria dalla quale sono distanti da anni o che non hanno mai conosciuto e nella quale torneranno con grande difficoltà. Quelle in Italia invece sono caratterizzate da ragazzi/e che hanno scelto il nostro paese per studiare, diventare professionisti, soddisfacendo un’aspettativa di ascesa sociale derivante dal progetto migratorio familiare.

Essi sono i custodi e testimoni del desiderio delle loro famiglie di garantirgli il futuro che non possono permettersi in Palestina. Nel primo caso dunque vi è una nostalgia in qualche modo invincibile perché espressione della narrazione intrafamiliare della propria storia e di un paese mai conosciuto nei confronti del quale si avverte un profondo legame identitario e obiettive difficoltà a tornarvi.

Nel secondo caso vi è invece una nostalgia legata alla distanza determinata dalla scelta di emigrare per continuare i propri studi a cui si somma la motivazione legata alla realizzazione del progetto migratorio familiare. Nel primo caso si guarda l’orizzonte e s’immagina la Palestina pur nella consapevolezza che difficilmente si riuscirà ad attraversare quel mare. Nel secondo caso invece lo sguardo del palestinese è carico di aspettative legate alla propria formazione per l’entrata in una nuova classe sociale quale forma originale di resistenza ed emancipazione.

Resta comunque centrale in entrambe le famiglie l’impegno per la Palestina, per renderla libera e giusta. Un impegno che non si affievolisce nonostante le fatiche e le disillusioni. Un esempio che ci aiuta a riscoprire il valore attuale della memoria e della resistenza.

Ultima modifica il Giovedì, 15 Ottobre 2015 15:25
Altro in questa categoria: Cronaca di uno sbarco »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook