La condanna sociale della malattia mentale*

Manicomio discriminazioneRuggero Piperno, Zeroviolenza
10 ottobre 2015

Lo stigma è un atto profondamente religioso: che si chiami scomunica nella religione cattolica, quando il malleus maleficarum (martello delle streghe)
professato dagli inquisitori domenicani, complice papa Innocenzo III, bruciava vive povere donne spacciandole per streghe, o cherem, nella religione ebraica, a cui è andato incontro il mite Baruch Spinoza, o fatwa nell'islam, che recentemente ha colpito Salman Rushdie, per i suoi versetti satanici, limita la libertà della persona e infligge punizioni crudeli.

E' il segno di una paura diffusa che la trasgressione possa intaccare le regole dell'appartenenza, che danno ad ognuno di noi la sicurezza dei cerimoniali quotidiani condivisi. Forse un etologo potrebbe definire lo stigma la difesa sottile del territorio culturale di appartenenza, qualcosa segnato nei nostri geni prima ancora di prendere le forme specifiche delle singole culture laiche o religiose che siano, qualcosa di radicalmente e trasversalmente pervasivo nella mente umana.

La follia si presta bene ad incarnare il simbolo della trasgressione, sia nella sua accezione positiva, genio e sregolatezza, che nella ben più pericolosa accezione negativa, che si fonda sul pregiudizio. Il pregiudizio è di fatto una sofisticata costruzione culturale che si basa su fatti reali e su particolari predisposizioni degli esseri umani, è utile perché acqueta gli animi dei facinorosi, come un osso può acquietare un cane che vuole mordere, li irreggimenta, li rende acquiescenti e succubi di un capo, trasforma le vittime in capri espiatori che possono calamitare rabbie e frustrazioni diffuse di una classe che non vuole perdere i propri privilegi.

Innescare un pregiudizio, attivare uno stigma è un meccanismo ben conosciuto dai conduttori di anime, laici o religiosi che siano, sanno che possono contare su una sorta di effetto domino sociale, nel senso che le specifiche libertà di pensiero individuale cadono progressivamente come le tessere di questo gioco apparentemente banale.

Credo che sia molto difficile capire fino in fondo la logica dei pregiudizi, ma per quanto riguarda la follia è molto facile vederne gli effetti: i manicomi. Per parlare solo di quello che conosco mi riferisco ai manicomi in Italia prima del 1968. Difficile per chi non li ha visti comprenderli bene perché erano un'esperienza essenzialmente sensoriale, la vista di poveri corpi che si muovevano con le fasce ai polsi per potere essere riassicurati con meno fatica al letto o a qualche termosifone di turno, che mandavano un intenso odore di stallatico, che urlavano e mugugnavano cercando aiuto e presenza umana che veniva negata.

Il problema è che tutto questo si chiamava "cura". Chi all'epoca si confrontava con la professione di curatore della mente era dunque costretto a scindersi in una sorta di schizofrenia fra i salotti paludati della psicoanalisi e i miseri assembramenti umani manicomiali. I manicomi avevano superato i limiti del sadismo umano legalizzato e un uomo come Franco Basaglia aveva avuto la capacità di renderlo di dominio pubblico. Ma le persone, anche quelle armate di buoni propositi, differiscono per le strategie di riparazione.

La parola stigma riecheggiava frequentemente nei lavori scientifici o pseudo scientifici nelle conferenze accademiche o nelle discussioni sociopolitiche. Ma che cosa esattamente volesse dire stigma, nonostante la diffusione della parola, rimane a mio avviso misterioso. La chiusura dei manicomi significava riammettere nella società chi era stato, con la scusa della cura, emarginato, ma la politica buonista della sinistra faceva misteriosamente appello all'etica, come se questa fosse appannaggio di una libera scelta.

I "matti" con i loro comportamenti incongrui non mettono tanto paura, può succedere ma è rarissimo, contrariamente a quanto è frequente fra le persone normali, sono  a volte ripetitivi, incongrui, centrati su loro stessi, implicano una dedizione che difficilmente una famiglia è in grado di sostenere La legge 68, l'inizio del servizio sanitario nazionale, ha dato alla psichiatria opportunità mai viste fino allora, più che i pazienti aveva riabilitato le istituzioni.

Ora, come nel film del 1984 diretto da Wolfgang Petersen "La storia infinita", il vuoto sotto forma di pietra invade e distrugge tutto ciò che è vitale nei servizi psichiatrici. Allora il pregiudizio sui matti diventa anche il segno di una cattiva gestione del welfare sociosanitario più che di una cattiva coscienza.

* il 10 ottobre è la Giornata mondiale per la salute mentale
Ultima modifica il Giovedì, 15 Ottobre 2015 15:25
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook