La violenza è sempre una prova di debolezza

Famiglia a tavolaMonica Pepe, Zeroviolenza
13 ottobre 2015

Qualche giorno fa un'altra donna, una ragazza, è stata uccisa dal suo ex compagno. Lei venti anni, lui ventiquattro, una bambina di 4 anni rimane di fatto senza genitori.
Oggi possiamo parlare di violenza sulle donne ma non ancora indagare le radici ancestrali del fenomeno, premessa necessaria alla costruzione di una società più libera per donne e per uomini.

La rappresentazione che ancora se ne fa come di qualcosa che esplode all'improvviso senza avere nulla dietro di sè non ci fa fare nessun passo in avanti, al contrario ogni relazione tra persone e ogni coppia ha una sua dinamica.

Come ci insegna la storia del sociale non credo che la violenza, e così la violenza sulle donne che è una delle forme, potrà mai essere debellata come condizione originaria dell'esistenza umana, ma una società civile può e deve significare alla radice il fenomeno per contrastarlo.

La violenza è una prova di debolezza
Occorre sempre sgomberare il campo da un equivoco, e ripetere che l'atteggiamento violento non dimostra la forza di una persona, all'esatto opposto è la dimostrazione di una personalità debole che commette una violenza nei confronti di una persona che si trova in una condizione di maggiore debolezza.

Ogni violenza pur non avendo giustificazioni morali ha delle cause, segue un processo mentale, e se non ci occuperemo di questo sia nella relazione uomo/donna che nelle relazioni tra persone non andremo lontano.

Va indagata con maggiore coraggio la dinamica di coppia vittima/carnefice e la sua origine, dal momento che non si nasce nè l'uno nè l'altro. Altrimenti non metteremo in condizione altre donne di avere un livello di autodeterminazione tale da scegliere il meglio per sè nella loro vita, diritto/dovere che peraltro hanno anche gli uomini nei confronti di se stessi.

Il dovere delle Istituzioni
Tutti gli attori in campo, enti locali, forze dell'ordine, magistratura devono garantire meccanismi di protezione e economici che aiutino le donne a denunciare e che aiutino le donne che denunciano a essere concretamente tutelate.

Se così non sarà la violenza in ambito affettivo e passionale sarà confermata come una responsabilità esclusiva della donna in quanto tale. Il fatto che la donna sia unanimamente, da uomini e donne, considerata la depositaria della sfera affettiva e passionale è un meccanismo ancestrale che non va negato, ma approndito.

La questione culturale
I dati della violenza sulle donne sono in leggero calo, c'è da chiedersi se sono davvero il segno di un miglioramento, della paura di denunciare (per ogni donna che muore dopo aver denunciato, quante altre non lo faranno?) o di un appiattimento della relazione tra i sessi.

Non possiamo dire che viviamo in una società meno violenta, le forme al contrario sono più pervasive e molteplici. Il fenomeno della violenza sulle donne oggi riscuote un'attenzione pubblica come mai in passato.

E proprio per la dialettica tra i sessi, a fronte di un obiettivo avanzamento della libertà delle donne è lecito ipotizzare che la società italiana sia ancora di stampo maschilista, matriarcale, eternamente impaurita dall'omosessualità e dalla sessualità "buona" quella profonda e trasformativa, dove ci sono due individui a rapportarsi e non una matassa di bisogni e fragilità irrisolte.

La fame di pornografia, la tendenza alla morbosità, la crescente domanda di servizi sessuali sono una discreta cartina di tornasole.

C
osa manca?
Manca una cultura della prevenzione della violenza, l'importanza della relazione tra adulti/bambini al fine di prevenire la violenza.

Chi ha avuto la fortuna di crescere in un contesto familiare buono in cui ha fatto l'esperienza di essere amato e rispettato come individuo sin da piccolo o da piccola, una volta diventato adulto non può che restituire questo tesoro a sè e agli altri.

Chi ha avuto la fortuna di crescere in un contesto in cui il conflitto viene gestito con intelligenza e non soppresso o scaricato sui più deboli, può permettersi da adulto di gestire alla pari le situazioni di conflitto con l'altro.

Mancano gli spazi intermedi che hanno da sempre contribuito a trasformare i vissuti dei ragazzi e delle ragazze, aiutandoli a crescere e a esprimere al meglio le proprie potenzialità. Sono stati soppiantati da varie forme di dipendenze compulsive, antiche e nuove, ormai largamente diffuse per interessi economici astronomici e per tenere a bada le nuove generazioni, come se la società della precarietà non fosse già abbastanza per loro.

La famiglia italiana
Siamo in tempo di Sinodo della famiglia, non possiamo certo chiedere al Papa una disamina senza veli della famiglia italiana.
In Italia la struttura sacrale e materialista della famiglia non consente una messa in discussione del suo funzionamento, del significato più profondo di cosa voglia dire diventare adulti, di chi possa mettere le basi per una buona crescita dei bambini e delle bambine, di quali sono i loro veri bisogni.

Nella realtà spesso la famiglia italiana è una sorta di associazione a delinquere in cui sono i figli a essere una risorsa per gli adulti e non il contrario, in cui la dipendenza dei figli dai genitori viene protratta all'infinito, e in cui la sepoltura degli abusi e delle nevrosi degli adulti ricorda le formazioni nevose perenni.

Non sono tutte così le famiglie italiane, tra tutte le sfumature possibili ce ne sono di mediocri, terribili e belle. Vale la pena ricordare l'incipit di Anna Karenina di Tolstoj: "Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo".

Fatto sta che la famiglia in Italia è un tema delicato e un nervo scoperto, caratterizzato da spinte moralistiche e autoassolutorie. Mantenerla come una entità intoccabile in una società tanto più problematica del passato è un errore da non prolungare nel tempo per le nuove generazioni.

Manca una cultura della salute mentale
Chi ha vissuto esperienze traumatiche o carenze affettive gravi all'interno del contesto familiare deve avere la possibilità di prendersi cura di sè e di costruire per sè la migliore vita possibile. Serve una cultura della dignità del malessere psicologico. 

La società non accoglie il disagio di chi ha lo straordinario coraggio politico di chiedere aiuto. A riprova dobbiamo registrare che i servizi di assistenza psicologica all'interno del sistema sanitario nazionale sono stati tagliati in quasi tutta Italia.
La salute mentale e i tagli alla sanità. Ecco perché si rischia il naufragio di un intero settore
Milano offre psicologi a chi non può permetterseli

Manca una cultura della coppia, e questo merita un discorso a parte.

Ultima modifica il Giovedì, 15 Ottobre 2015 15:24
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook