Il modello Bollate: sbarre aperte per futuri reporter

Carcere di BollatePaolo Aleotti, Zeroviolenza
14 ottobre 2015

Il Laboratorio "Teleradioreporter" si è aperto lo scorso autunno con un obiettivo ambizioso: raccontare, attraverso gli occhi dei detenuti, la vita di un carcere "particolare".
Filmare le luci e le contraddizioni della seconda Casa di Reclusione di Milano, Bollate, che è già diventata un modello, purtroppo ancora poco diffuso, per un penitenziario a misura d'uomo: con il suo disegno sperimentale di custodia attenuata, con il recupero graduale dell’identità del recluso, con la condivisione dell’organizzazione, con la riconquista del senso originario della detenzione, intesa da un lato come limitazione della libertà, ma dall’altro come guida al reinserimento dei detenuti nel tessuto societario.

Bollate, forse non tutti ne hanno conoscenza, è uno dei pochi istituti penitenziari che applica una legge della Repubblica italiana, nata nel 1975, secondo la quale le porte delle celle, durante il giorno, possono restare aperte. A Bollate non ci sono solo sbarre; c'è la possibilità di studiare, di lavorare dentro e fuori dal carcere. C'è una studio di musica. C'è un maneggio, un campo da pallone, un laboratorio teatrale, ci sono letture di poesia, incontri letterari, una radio, due giornali…

Un solo dato è sufficiente per valutare la bontà di un esperimento iniziato nel dicembre del 2000 sotto la direzione di Lucia Castellano e che continua sulle stesse linee portanti con l’attuale direttore, Massimo Parisi: negli oltre 200 carceri d’Italia il tasso di recidiva (cioè, chi ci ricade e torna rapidamente in carcere una volta rilasciato) è del 70%. A Bollate, la cifra scende vorticosamente al 17%.

Scoprire come funziona questa “isola felice” e capire se e come il modello Bollate possa essere esportato nel resto degli Istituti carcerari italiani è stato lo scopo principale del Laboratorio da me condotto, che si è concluso con la realizzazione di un documentario televisivo* interamente realizzato da un gruppo di 20 detenute e detenuti, integrato da 8 studentesse e studenti dell’Università Cattolica di Milano.
 











Il Laboratorio, nato come “Radioreporter” nel 2012, sotto l'egida dell’Associazione politico-culturale Antigone. Il suo scopo, avvicinare i detenuti, o parte di loro, all’uso dei mezzi di comunicazione di massa, come radio e televisione.

Ogni anno, da tre anni, l’appuntamento è: due giorni a settimana, per alcuni mesi, nella Redazione del giornale del carcere “Carte Bollate”. Tre, quattro, cinque ore ogni volta (in carcere gli orari diventano molto meno rigidi) per ragionare, leggere, discutere, far pratica. Coordinatori, volontari, detenuti, studenti, tutti insieme appassionatamente in un faccia a faccia non facile, alla conquista della conoscenza reciproca e di strumenti nuovi per tutti, come la radio e la tv.

Prima i temi ed i metodi. Poi l’uso di telecamere e microfono e infine le regole del montaggio radio-televisivo.
Incontri intensi, nei quali si annidano e serpeggiano sentimenti ed umori contrastanti e profondi.
Discussioni su titoli da trovare, riprese ed interviste da fare, che si intrecciano con la coscienza collettiva di esistenze diversissime tra loro.

A darmi manforte quest’anno, per dipanare grovigli burocratici (ce ne sono infiniti) tecnici e umani, Susanna Ripamonti, direttrice del periodico Carte Bollate; Maria Itri, che coordina il lavoro di Radio Bollate; Paola Nessi, brava filmaker, indispensabile nel passaggio dallo strumento radiofonico a quello televisivo; Federica Annecchino e Sara Franceschini assistenti della Facoltà di Lettere e Filosofia (indirizzo Linguaggi dei media) dell’Università Cattolica di Milano.

Al termine degli incontri preparatori, il metodo di lavoro scelto si è determinato così: alcuni detenuti si sono raccontati di fronte all’occhio della telecamera, impersonando ognuno una tappa del percorso che abbiamo deciso di illustrare: dall’ingresso in carcere sino all’uscita nel mondo esterno (con l’art.21, in affidamento o in libertà definitiva). Dalla spoliazione di indumenti ed identità, alla restituzione del tutto, in un percorso di recupero tra le mura del carcere.

Altri detenuti, si sono aggirati invece con telecamere e microfoni, sotto il “dolce” regime di sorveglianza “diffusa” (non si vede ma c’è), per le cucine, al maneggio, tra i campi sportivi, negli orti, nelle serre, nel teatro, nella biblioteca, nella sede delle Commissioni Riunite (una sorta di sindacato dei detenuti).
La Direzione del carcere ormai guarda di buon occhio l’esperimento, anche se non dimentica mai di ricordarci i limiti entro cui muoverci.

Ad esempio dalle riprese sono esclusi, sempre e comunque, gli interni delle celle nonché le alte mura di cinta esterne.

Ma in compenso abbiamo ottenuto qualche ora speciale per poter riprendere gli amori nati dietro le sbarre, come quello di Maurizio e Celeste, siciliana lei, siciliano lui. Entrambi destinati ad una lunga detenzione: eppure sui loro volti, mentre si abbracciano o passeggiano nel prato verde destinato ai colloqui con i familiari, si leggono gioia e bellezza; impensabili di solito in una realtà di reclusione come quella in cui vivono, e assai rari, a pensarci bene, anche nel mondo parallelo in cui viviamo noi, persone “libere”.

Di perle come queste è ricco il documentario. Che parte però da una preoccupazione dei detenuti. Non creare malintesi! Un carcere è un carcere. La privazione della libertà è dura da sopportare, anche a Bollate. E per chi ha commesso un errore e viene confinato dietro le sbarre può essere a volte più semplice chiudersi in sé, nel fondo di una cella, ed evitare il doloroso confronto con gli altri e con la propria coscienza.

Ma per chi supera le paure, Bollate rappresenta una grande possibilità.

E il documentario pensato e realizzato dai detenuti di Bollate auspica che questa possibilità di rinascita contagi, quanto prima, tutto l’universo carcerario italiano.

* "Il cielo dietro le sbarre" è film documentario a cura dei detenuti del carcere di Bollate in collaborazione con gli studenti dell'università Cattolica di Milano. Tutor, Paolo Aleotti e Paola Nessi

Ultima modifica il Giovedì, 15 Ottobre 2015 15:23
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