L'appropriatezza del Ministero della Salute e la legge 194

Frida Kahlo yogaAnna Pompili, Zeroviolenza
22 ottobre 2015

E’ di pochi giorni fa la pubblicazione del decreto del Ministero della Salute in tema di appropriatezza prescrittiva. Guardando alle scelte di questo governo, impegnato in tagli che umiliano e mortificano sempre più il già troppo sfilacciato rapporto tra medico e paziente, anziché investire in competenze e innovazione,
si capisce come la salute delle cittadine e dei cittadini del nostro Paese sia considerata esclusivamente come una spesa, più che come una ricchezza da promuovere e sostenere.

Ma la situazione è grave, ci dice la Ministra Lorenzin, ed evitando le prescrizioni inappropriate si potranno risparmiare ben 13 miliardi di euro. Stupisce dunque che la Ministra non abbia preso in considerazione una grossolana inappropriatezza, che pesa significativamente sulle casse del  nostro Sistema Sanitario Nazionale, e che riguarda l’applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Come la Ministra certamente sa, teoricamente nel nostro paese dopo il 2009 è possibile interrompere una gravidanza indesiderata con metodo farmacologico entro la settima settimana di amenorrea. Il metodo farmacologico è sicuro, e negli altri paesi del mondo le pillole abortive vengono dispensate in regime ambulatoriale, in strutture analoghe ai nostri consultori o addirittura dai medici di medicina generale.
In Italia no.

Nel 2010 il Consiglio Superiore di Sanità, su richiesta del Ministero della Salute e in assoluta discordanza con i dati di evidenza scientifica, ha suggerito che l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico dovesse essere eseguita in regime di ricovero ordinario, fino all’avvenuta espulsione del prodotto del concepimento.Tale raccomandazione è stata accolta da tutte le regioni italiane e ancora oggi l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico viene eseguita in regime di ricovero ordinario. In parole povere: nella stragrande maggioranza delle regioni italiane, ancora oggi,  una donna per assumere due farmaci deve essere ricoverata in media tre giorni.

Il  Consiglio Superiore di Sanità e il Ministero hanno più volte affermato che tale scelta deriva dalla volontà di non lasciare sola la donna e di fare fronte alle eventuali complicazioni dell’aborto farmacologico, soprattutto di carattere emorragico; un po’ come obbligare al ricovero tutti quelli che fanno una terapia col cortisone o con l’aspirina, perché potrebbero avere un’emorragia gastrica.
E’ questa l’appropriatezza a cui ci richiama la Ministra?

In questi anni i dati sull’ivg  farmacologica riportati dallo stesso Ministero ci confermano come si tratti di una procedura sicura, al pari di quella chirurgica. Le donne che vi si sono sottoposte  hanno scelto nella stragrande maggioranza di uscire dall’ospedale volontariamente, rifiutando di fatto il ricovero ordinario. Tali dati, contenuti nella relazione al parlamento sullo stato di applicazione della legge 194, sono praticamente sovrapponibili a quelli del resto del mondo, dove, proprio per quella appropriatezza a cui la Ministra ci chiama, l’ivg farmacologica viene eseguita per la gran parte dei casi in regime ambulatoriale.

Perché dunque in Italia dobbiamo ancora occupare letti ospedalieri per dispensare pillole?

Forse perché mettere la scelta nelle mani delle donne, rendere reale quell’”empowerment” di cui tutti parlano, fa paura; forse anche perché, migliorando le possibilità di accesso all’ivg farmacologica, si teme di ridurre, addirittura minimizzare, il peso che ha oggi l’obiezione di coscienza sulla reale applicazione della legge 194, vanificando gli sforzi fatti finora contro il diritto alle scelte riproduttive.

Insomma , la situazione è grave, bisogna risparmiare, anche a costo di trasformare i  medici in impiegati schiavi di un tariffario e la professione medica in una pura pratica amministrativa. Ma nel campo della salute riproduttiva non si bada a spese, pur di obbedire ai diktat di una visione etica dominante che parla di difesa della vita e che invece la vita offende, togliendole dignità e autonomia.

La realtà drammatica dello stato di applicazione della legge 194 e il  conseguente riaprirsi di sacche di clandestinità, come denunciato da più parti,  impone oggi alla Ministra e al dicastero da lei diretto un reale  impegno per facilitare l’accesso alla interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico, permettendone l’attuazione nei consultori e nei poliambulatori, come previsto dall’articolo 8 della legge 194.

Non fosse altro per quell’appropriatezza che le sta tanto a cuore.

Ultima modifica il Venerdì, 23 Ottobre 2015 08:17
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