"Il cinema è civile se non rifiuta la complessità del reale". Intervista a Daniele Vicari

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Daniele VicariMonica Pepe, Zeroviolenza
27 ottobre 2015

Da "La nave dolce" film documentario sullo sbarco a Bari di ventimila albanesi al crollo del regime nel 1991, alle immagini di ogni giorno dell'esodo dei migranti verso l'Europa. Dal cinema alla rete, dal rapporto che ha storicamente il potere con l'immagine al dovere di chi guarda.

D. Daniele Vicari, cosa pensi delle immagini dell'esodo dei migranti che vediamo ogni giorno? Differenze e analogie rispetto alle immagini di 25 anni fa che hai riportato alla luce dagli archivi Rai?
Ogni donna, ogni uomo, ogni essere umano che ha come unico bene la propria vita e che per difenderla deve fuggire, ha una sua specifica esistenza, una storia singolare e un destino singolare. Per questo penso che le immagini degli uomini e delle donne che in questi giorni maledetti stanno fuggendo dalle guerre e dalla povertà sono molto diverse da quelle degli uomini e delle donne che li hanno preceduti.

L’unica cosa che ritorna sono i meccanismi che, è vero, si somigliano, e ci fanno pensare che la storia si ripete. Ma stiamo attenti, perché non è vero. Direi invece che si rinnova. Bisogna stare attenti alla retorica della “memoria”, penso che il concetto di “rammemorazione” benjaminiano sia più adatto a comprendere certe fenomeni nella loro particolarità.

D. Che rapporto ha storicamente la politica con l'immagine?
Chiedo scusa ma la domanda è troppo generica, esiste politica e politica. Facciamo così, cerco di interpretarla: che rapporto ha il Potere (storicamente determinato) con le immagini? E’ un discorso lungo, ma il Potere, da sempre, utilizza le immagini per perpetuarsi e per essere sempre più pervasivo. E’ una attitudine del Potere, qualunque esso sia. Anche la Cultura fa parte del potere, non bisogna farsi illusioni, così come la comunicazione. Infatti la cultura viene finanziata dal potere, invece l’espressione artistica viene ostracizzata o, ancora più spesso, ignorata. Solo l’espressione artistica, di tanto in tanto, riesce a sottrarsi a quella attitudine.

Ma non passa giorno che qualcuno non dica: l’arte è morta. Questa è una grossa balla, è la retorica del Potere, che ha come unica nemica l’espressione artistica, che per sua natura non si sottomette a nessun potere, nemmeno a quello (spesso evanescente e ininfluente) dei cosiddetti movimenti, che con l’espressione artistica hanno quasi sempre un pessimo rapporto, perché come ogni forma di potere amano solo la propaganda, magari funzionale ad una giusta battaglia. Tuttavia funzionale.

D. Dalla strategia di produzione audiovisiva dell'Isis ai bombardamenti occidentali, alla terribile strage ad Ankara lo scorso 10 ottobre. E' cambiato qualcosa negli ultimi decenni nel rapporto tra potere, morte e terrore?
Certo, la storia cambia e quindi cambiano le forme di comunicazione e l’elaborazione culturale della violenza. Se la violenza, quale strumento e/o fine di una determinata forma di Potere è funzionale al mantenimento dello stesso, allora si fa linguaggio e anche estetica. L’Isis ha istituzionalizzato lo snuff-movie come forma di propaganda e usa le stesse armi della vecchia Hollywood (così come le cinematografie europee) che a ridosso di guerre o “missioni” produceva, e in parte produce ancora, violenti film di propaganda. Questa dinamica di propagande contrapposte fece dire a qualcuno che in guerra la prima a morire è la verità.

D. Cosa è un'immagine "civile"?
E’ una cosa che non ho mai capito, francamente. E’ una definizione oscura, o quantomeno fuorviante, perché dietro questa definizione c’è un forte presupposto ideologico. Bisogna stare attenti a certe definizioni proprio perché l’ideologia spesso fa velo alla comprensione della realtà storico-politica, e la retorica delle immagini può sfuggirci di mano. Un esempio in negativo lo fornisce un certo tipo di cinema di propaganda nazista come 'Süss l'ebreo'.

Questo film venne realizzato per dimostrare l’inferiorità degli ebrei, e né l’autore, né i suoi finanziatori ebbero la lucidità di pensare che dopo la seconda guerra mondiale sarebbe diventato un atto d’accusa nei confronti del nazismo stesso. A questa deriva non riesce a sottrarsi nemmeno la propaganda “buona” o “positiva”. Il cinema è “civile” se è un buon cinema e non rifiuta la stratificazione del senso, la complessità o poliedricità del reale.

D. Quindi esiste un modo di concepire l'immagine incarnando le contraddizioni del reale e decostruire le "verità" calate dall'alto...
Esiste un atteggiamento nei confronti del cinema, che può essere più o meno efficace per disvelare le contraddizioni del momento storico in cui viviamo. Poi esiste la sensibilità artistica dell’autore, che può essere più o meno marcata. Non esiste un metodo e nemmeno una categoria. Esiste invece la vitalità di un’opera che, anche al di là delle intenzioni razionali dell’autore può indicare un percorso di comprensione di un determinato fenomeno. In sintesi: esiste l’attitudine a interessarsi di fatti o questioni sociopolitiche, ma senza la sensibilità artistica non solo non ha alcuna efficacia, ma può essere persino deleteria.

D. Come ha modificato la rete il rapporto tra individuo e immagine?
E’ un argomento infinito… tagliando le cose con l’accetta, io ho una teoria molto personale: nella cosiddetta “rete” l’immagine è quasi sempre solo una forma di marketing della determinata verità che colui che la “posta” vuole costruire. La rete falsifica e decostruisce l’immagine, e spesso la restituisce sotto forma di sostanziale insignificanza. Per me la rete è un nuovo Potere (come lo è stata e lo è ancora la “vecchia” tv) e come ogni forma di potere ha delle crepe.

Ogni tanto qualche barlume di senso s’insinua in quelle crepe e finisce per sconvolgere provvisoriamente il mondo. Anche se fino ad ora il ritorno all’ordine è stato velocissimo, pensiamo alla famosa immagine del bimbo morto sulla spiaggia. Ha costretto l’Europa ad aprire gli occhi. Ma gli occhi, in men che non si dica, si sono richiusi, e quella foto, come in un quadro di Warhol, è diventata pura pubblicità, persino propaganda politica per partiti di governo.

D. E qual'è secondo te il dovere di uno spettatore rispetto a un'immagine?
Guardarla, poi chiudere gli occhi e chiedersi come si sente davvero. Se riaprendo gli occhi l’immagine persiste allora farla propria, divorarla e poi vomitarla. Se non adotta questa prescrizione, lo spettatore può solo accontentarsi dell’insignificanza non tanto dell’immagine, ma della propria in quanto essere pensante. Scherzo! ma non troppo.

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Ottobre 2015 08:56
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