L'Europa è un labirinto di gabbie, per questo nasce ADIF

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Associazione Diritti e FrontiereStefano Galieni, ADIF
28 ottobre 2015

Quanto segue è un testo realizzato collettivamente che sancisce la nascita di uno strumento che vorremmo venisse utilizzato da chi non si rassegna. Da chi vuole lavorare, imparare, insegnare, promuovere la possibilità di vivere in un continente senza muri e frontiere, culturalmente plurale e frutto di incontro e mescolanza.

Un continente di pace e diritti. Siamo sognatori forse, ma questo sapere, questa consapevolezza la si deve costruire collettivamente. ADIF (Associazione Diritti e Frontiere), lo strumento, è un piccolo gruppo affiatato, interdisciplinare, di persone che partono dalle provenienze e dalle biografie diverse per rispettarsi ed essere complementari. Un gruppo che intende operare seriamente senza prendersi troppo sul serio, intenzionato a porsi con la logica della ricerca continua, del rimettere in discussione le proprie ragioni e le proprie opinioni partendo da un elemento semplice ma essenziale.

Il mondo, così come è, con i suoi assurdi confini e diseguaglianze non ci piace e, nel nostro piccolo, vogliamo mettere insieme strumenti per cambiarlo. I contributi che troverete sul nostro sito sono a disposizione, così come le sentenze, la biblioteca virtuale e quanto ancora riusciremo a produrre.
Buona Lettura


Proviamo a immaginare l’Europa vista dall’alto, per mezzo di uno di quei potenti satelliti in grado di intercettare un singolo individuo, anche se non di attivare i soccorsi per una nave che affonda. È un territorio piccolo, paragonato al continente africano o al gigante asiatico, che diviene quasi insignificante se si riduce la visuale ai soli stati che formano l’Unione Europea. Riuscendo a distinguere gli edifici, i veicoli in movimento, l’incessante flusso di persone, vedremmo un organismo pulsante. Un organismo aggressivo, perennemente all’erta, dotato di confini, barriere, muri, reticolati, uomini armati e navi militari che ne pattugliano le acque.

Un organismo dotato di un apparato dispendioso e ipertrofico che, con cortocircuiti e falle, pretenderebbe di selezionare i pochi che possono entrare o rimanere, e respingere i molti la cui presenza è considerata un peso e un disordine, quando non una concreta minaccia. Tutto attorno vedremmo un brulichio di esistenze che cercano di passare attraverso le maglie fitte di questo sistema immunitario in perenne stato di allerta, pronto a sconfiggere o a isolare il nuovo arrivato, o comunque lo straniero, il “diverso” o presunto tale, così da impedirgli la libera circolazione.

Ventisei anni dopo l’abbattimento del muro di Berlino, settant’anni dopo lo smantellamento di un sistema concentrazionario burocratico e criminale, l’Europa si è dotata di un labirinto di gabbie fisiche e simboliche – fatte di muratura, di dispositivi legali, ma anche di categorie mediatiche dell’esclusione, di linguaggio d’odio, di semina del sospetto – che definiscono a priori chi viene da fuori come nemico e che usurano la libertà di tutti, di chi sta fuori come di chi sta dentro.

E questo sistema di gabbie, di muri e di frontiere colpisce non solo chi sta arrivando adesso, ma anche chi da tempo si è insediato nel Continente: gli immigrati lungo-residenti, le minoranze rom e sinte, le cosiddette “seconde generazioni” rinchiuse ed escluse nelle banlieues delle grandi metropoli, i figli e le figlie dei migranti cui non è riconosciuta la cittadinanza, sono solo alcuni esempi di una progressiva costruzione simbolica e sociale di un “nemico interno”, parallelo e complementare rispetto al nemico “esterno” (il profugo, il richiedente asilo, il rifugiato).

Dunque, un continente di morte e sbarre, cani lupo e manganelli, agenzie di controllo e strumenti di discriminazione che – mentre respinge e condanna – allunga i propri tentacoli a depredare i paesi, a destabilizzare i governi, a bombardare le città di quelle stesse persone di cui non vuol farsi carico, quasi scorie, residui biologici delle sue politiche di disseminazione di caos e rapina.

Ma la lunga e incessante marcia degli uomini, delle donne e dei minori che vengono dall’altra sponda del Mediterraneo come sulla “Balkan Route”, incontenibile malgrado le tante vittime, dimostra giorno dopo giorno che il futuro sarà – a dispetto della xenofobia delle destre populiste e nazionaliste e degli economicismi di comodo delle politiche più moderate – uno scambio, un mescolamento, una nuova forma di appartenenza basata sull’evidenza che le frontiere sono destinate a essere messe strutturalmente in discussione. Non solo merci e capitali ma saperi, percezioni del mondo, prospettive di futuro, arti, culture, affetti che viaggiano avendo pochi ed effimeri impedimenti alla loro circolazione.

Benché i nazionalismi radicali, che oggi incontrano tanto successo elettorale, provino – fuori tempo, fuori sincrono – a definire nuove “piccole patrie” per separare il “noi” dal “loro” in un ritorno a un passato in buona parte artificiale, e benché le politiche europee provino a stringere accordi con i cosiddetti paesi terzi per impedire le partenze e affidare ad altri, oltre il mare, politiche di respingimento sempre più incuranti del rispetto dei diritti umani, non è più possibile recintare le persone.

ADIF, Associazione Diritti e Frontiere, nasce per intolleranza di muri e confini, barriere e ostacoli messi alla pacifica convivenza di uomini e donne che pretendono un avvenire in un paese-mondo in cui le risorse disponibili in eccesso (come mai prima d’ora nella storia dell’umanità) non siano bottino di pochi. ADIF nasce come strumento di ricerca, formazione, inchiesta e azione per facilitare e mettere in rete il proliferare di progetti alternativi di società basate sui diritti degli individui e sulla solidarietà. Vuole rivolgersi alle persone, ai movimenti, alle forze politiche e sociali, ai mezzi di informazione, alle università e ai centri di cultura, alle aggregazioni meticce che si vanno formando in Europa, per imparare e costruire insieme, mettendo a disposizione le proprie diversificate competenze.

ADIF baserà il proprio lavoro sulla consapevolezza che le migrazioni e i grandi temi oggi in campo – guerre, crisi economiche e sociali, disastri ambientali, distruzione di contesti culturali, sorveglianza di massa – sono strettamente interconnessi. Di tutto questo la migrazione è – anche – un sintomo. Ma la migrazione è prima di tutto progetto, risignificazione delle culture e delle politiche, ripensamento degli scenari comuni. Questo implica vedere l’incontro, l’accoglienza e la lotta per i diritti come pratiche di resistenza per tutti.

Ultima modifica il Mercoledì, 28 Ottobre 2015 09:37
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