Il volto spietato della Turchia di Erdogan

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Democrazia in TurchiaMarco Omizzolo, Zeroviolenza
5 novembre 2015

La Turchia è tra i paesi più esposti a svolte autoritarie del mondo, la cui definitiva conversione verso un truce autoritarismo, peraltro in corso da anni, determinerebbe conseguenze gravissime per la sua popolazione e gli equilibri già precari dell'intera area.

Per questo centinaia di giornalisti, emittenti e attivisti provenienti da tutto il mondo hanno cercato di raccontare ciò che sta accadendo nel paese e le sue recenti elezioni. Ne è emerso un quadro allarmante per le pressioni imposte dal governo turno alla sua popolazione, le repressioni nei confronti della stampa, le intimidazioni nei riguardi degli oppositori.

Insomma la democrazia turca è stata presa per il collo da Erdogan e le conseguenze per la sua popolazione sono sempre più drammatiche.

Le recenti elezioni turche sono state l'espressione di un regime muscolare, che usa senza remore l'esercito, che intimidisce la sua popolazione allo scopo di condizionarne il voto e che ha potuto espandere la sua politica repressiva con il complice silenzio di un'Europa ancora una volta attenta ai decimali del Pil ma indifferente ai diritti umani e alle regole fondamentali della democrazia. Erdogan vince le elezioni, viene rieletto, forse governerà ancora a lungo. L'establishment europeo, Merkel in testa, ha vinto la sua battaglia. Il popolo poteva senza dubbio cambiare il volto della Turchia. Si è invece perduta una grande occasione.

Tornano alla mente gli eventi del Gezi Park dell’estate del 2013 e i procedimenti giudiziari del dicembre dello stesso anno. Eventi che hanno mostrato il volto spietato di un evidente autoritarismo politico-militare che ha soffocato lo slancio democratico di un popolo, e soprattutto dei suoi giovani, che ambiva a costruire un altro paese, laico, democratico, più civile e egualitario rispetto all'Erdogan State attuale.

Il prezzo pagato dalla Turchia per la sopravvivenza politica del suo leader indiscusso, come afferma anche uno studio dell'Ispi di Carlo Frappi, è elevato. Viene affermato, e come contestarlo, che “la strategia politica di Erdogan è stata una combinazione di autoritaritarismo e populismo: di verticalizzazione del potere e marginalizzazione degli avversari politico-istituzionali, da un lato, e di ricorso a una retorica nazionalista e complottista dai tratti belligeranti, dall’altro. Una ricetta di razionalizzazione dell’apparato istituzionale e di aggregazione populistica del consenso che gli ha assicurato l’agevole vittoria nelle elezioni presidenziali dell’estate dello scorso anno.

Una strategia politica che, mutatis mutandis, è valsa la vittoria all’Akp, partito con il quale ormai Erdogan s’identifica totalmente, anche nella tornata elettorale appena conclusa”.  Insomma un teppista della democrazia che con facilità ha imposto una svolta autoritaria, determinato l'imbarbarimento delle relazioni di potere e del potere costituito di cui egli ne è l'incarnazione, a tutto vantaggio dell'autorità e a svantaggio del popolo e delle sue legittime aspettative democratica e libertarie.

L'On. Franco Bordo, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, è stato in Turchia come osservatore internazionale con lo scopo di monitorare la regolarità di quelle elezioni. I suoi resoconti hanno restituito il clima pesante nel quale esse si sono svolte, coi militari fuori la porta dei seggi, i carri armati minacciosi, militari con il fucile sempre in bella vista. Bordo scrive espressamente di “sconfitta della democrazia” e ricorda che “dopo la bomba di Ankara è scattato il divieto di iniziative pubbliche di campagna elettorale, c’era polizia in borghese appostata sulla porta di ogni sezione elettorale, militari armati che entravano a loro piacimento, tank militari posizionati all’ingresso delle scuole sede di seggio con tanto di mitragliatrici che ruotavano in direzione degli elettori, ritrovamenti di schede votate nei cassonetti o bruciate”.

Non basta infatti l'esercizio formale del voto per avere libere elezioni. È necessario che agli elettori venga garantita libertà di informazione sulle elezioni e relativi programmi politici, che non si faccia uso di alcun genere di intimidazione, che si evitino ricatti di sorta. Il voto deve essere l'espressione di una volontà libera per eccellenza. Non c'è invece libertà sulla punta del fucile, soprattutto quando il fucile lo detiene il potere e in questo caso Erdogan. Basterebbe ricordare che sotto il capo turco, come ancora afferma Bordo, “più di mille esponenti politici dei partiti di opposizione sono stati incarcerati”.

Di queste tragedie sarebbe importante parlarne in Occidente, partendo ad esempio dall'omicidio di Haci Lokman Birlik, avvenuto a Sirnak. Haci è stato ucciso a distanza ravvicinata perché protestava contro l'impedimento alla cognata Leyla Birlik, deputata dell’HDP, a svolgere la sua campagna elettorale. Il suo corpo è stato trascinato per le strade della città da un blindato delle “forze di sicurezza”. Tutto questo ricorda il fascismo, espressione di un fanatismo autoritario e violento che cancella la democrazia e impone la volontà unica del duce di turno.

L'Akp non è più, evidentemente, un partito riformista e il suo leader tradisce le speranze del suo popolo. La politica erdoganiana è muscolare e competitiva, indifferente alle tragedie che la circondano, responsabile della chiusura di giornali, radio e televisioni. La questione curda è esplosa proprio in conseguenza di questo nuovo autoritarismo turco, direttamente espressione di un leaderismo che pare in voga anche in Europa e che lascia sul campo sempre più spesso, morti, speranze e aspirazioni.

E ora? Ora l'Europa prenderà accordi con Erdogan, si scambieranno strette di mano e sorrisi ampi, si faranno affari d'oro. Tutto questo mentre il parlamento turco sarà sottoposto alla volontà di una maggioranza monocolore, la popolazione piegata ai suoi diktat e la democrazia prenderà la via dell'espatrio.

Ultima modifica il Venerdì, 06 Novembre 2015 08:29
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