La Rete Amica alla Ministra Lorenzin: "Per tagliare gli sprechi l'aborto farmacologico va fatto in ambulatorio"

Etichettato sotto
Ru486 e diritti delle donneEleonora Cirant, Zeroviolenza
10 dicembre 2015

Se "il taglio agli sprechi" è uno dei cavalli di battaglia del governo Renzi, la Ministra della salute Beatrice Lorenzin dovrebbe correggere le linee guida sulla somministrazione della Ru486, aborto farmacologico.
Varate nel 2010 dal Consiglio superiore di sanità e recepite da tutte le Regioni tranne Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Umbria, queste linee guida prevedono il ricovero ospedaliero ordinario per la somministrazione del farmaco che provoca l'aborto.

La riduzione dei ricoveri “ad alto rischio di inappropriatezza” è uno degli obiettivi proclamati dalla Ministra. Secondo i dati del Rapporto sui ricoveri ospedalieri 2014, un ricovero costa in media 471 euro per ogni giorno di degenza e nel 2014 i ricoveri sono diminuti del 3,2% rispetto al 2013.

A sfidare la ministra Lorenzin sul terreno dell’efficienza e dell’appropriatezza è Amica, l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, che si batte per il diritto di scelta in tutti i campi della salute riproduttiva, l’aborto ma anche la contraccezione, la gravidanza e il parto. Con una lettera aperta, Amica chiede alla Ministra di rendere accessibile la Ru486 in Day Hospital e, quando possibile, nei consultori e negli ambulatori.

Lo spiega Anna Pompili, presidente di Amica: “alla Ministra chiediamo di aprire un tavolo tecnico in cui analizzare i dati di evidenza scientifica come quelli forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità che ha inserito la Ru486 tra i farmaci essenziali che possono essere somministrati anche da personale non medico. E a cui invitare gli esperti, magari anche dalla Francia, dove l’aborto farmacologico è stato introdotto nel 1989 e dove si fa in ambulatorio. La nostra richiesta è di modificare le linee guida nazionali. Certo che anche le Regioni potrebbero avere più coraggio e imitare le quattro Regioni virtuose.”

Anche nelle Regioni che hanno adottato linee guida più rigide, la somministrazione in Day Hospital è scelta dal 76% delle donne che ricorrono all’aborto farmacologico. Ma potrebbero essere anche di più, visto che questo dato, l’ultimo disponibile, risale al 2010. La stessa indagine dimostrava che nel 96.9% dei casi non vi era stata nessuna complicazione immediata e che nel 95% dei casi le donne erano tornate al controllo nella stessa struttura. Le donne, dunque, evitano volentieri il ricovero ospedaliero firmando il foglio di dimissioni anticipate. Una soluzione “all’italiana”, da azzeccagarbugli.

Non si tratta solo di risparmiare, spiega Pompili. “Si tratta anche di ridurre il rischio di complicanze e quindi di promuovere la salute delle donne. È noto infatti che tanto più precoce è l’aborto, tanto minore è l’incidenza di eventuali complicanze. Il ricovero ospedaliero viceversa dilata i tempi, perché implica disponibilità di posti letto e vincola il personale a spalmare l’assistenza su almeno tre giorni. Somministrare l’aborto farmacologico in ambulatorio o in consultorio permetterebbe anche di aggirare l’ostacolo dell’obiezione di coscienza, che nei consultori è molto inferiore rispetto all’ospedale e che in molti casi ostacola le donne nella scelta di interrompere una gravidanza o nel metodo per farlo. Nelle Marche, ad esempio, non si fanno aborti farmacologici.”

Continuiamo a chiederci perché le utenti non denuncino medici e strutture per interruzione di pubblico servizio. In tutti gli altri settori i medici devono difendersi dal ricorso sempre più frequente dei pazienti ai tribunali, tanto che la “medicina difensiva”, pure molto costosa per il servizio sanitario nazionale, è diventato argomento di dibattito pubblico quotidiano. In tutti i settori i medici si premuniscono da possibili denunce legali. Non in questo. Nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza, le pazienti avrebbero motivi fondati fare ricorso contro uno di quei 40 ospedali su 100 che, secondo le rilevazioni dello stesso Ministero della salute, non offrono il servizio per interruzione volontaria di gravidanza pur avendo un reparto di ginecologia e ostetricia.

Potrebbero denunciarli per mancata possibilità di scegliere il metodo più efficace, come nel caso dell’aborto farmacologico. Eppure non lo fanno. “Esistono diritti buoni e diritti cattivi”, commenta Anna Pompili. “Il diritto ad avere un figlio è considerato un diritto buono, infatti la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che andava a ledere proprio questo diritto, è stata smontata grazie alle denunce delle persone. Il diritto di non avere un figlio invece è un diritto cattivo. L’aborto è considerato uno stigma. Persino alcuni colleghi e colleghe ginecologhe si sono rifiutati di aderire alla nostra Associazione perché contiene nel nome la parola ‘aborto’.”
Ultima modifica il Venerdì, 11 Dicembre 2015 12:33
Altro in questa categoria: Pareggio di bilancio sociale »
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook