C'è una via d'uscita dalla guerra civile globale? (parte II)

Bansky CapitalismoFranco Berardi "Bifo", Zeroviolenza
15 dicembre 2015

La prospettiva europea
Ricordate la Yugoslavia? Era una federazione abbastanza benestante di 25 milioni di persone. Diverse comunità etniche e religiose vivevano insieme in modo più o meno pacifico, le fabbriche erano gestite dagli operai, quasi tutti avevano un'abitazione privata e nessuno soffriva la fame.

Poi venne Il Fondo Monetario Internazionale, il Papa Polacco che spinse i Croati alla guerra religiosa contro i serbi ortodossi, e la Germania che fornì armi alle organizzazioni fasciste degli Ustasha.

L’Occidente spinse la Yugoslavia alla guerra. Nel 1990 gli Stati Uniti tagliano ogni forma di credito alla Federazione e minacciò di non riaprire il credito se nel termine di sei mesi non si tenevano elezioni separate in ciascuno stato della federazione. Di conseguenza la Yugoslavia fu costretta alla bancarotta e questo rafforzò le tendenze separatiste. Inoltre gli Stati Uniti finanziarono partiti e movimenti per promuovere la divisione.

La Germania mandò armi in Slovenia, Croazia e Bosnia. Nel marzo del 1991 organizzazioni fasciste dimostrarono in Croazia chiedendo il rovesciamento del governo socialista e l’espulsione di tutti i serbi dalla Croazia. Il 5 marzo attaccarono l’armata federale a Gospic. Così cominciò la guerra civile.

In Croazia prese il potere il partito che usava bandiere emblemi e slogan del partito Ustasha filo-nazista ai tempi della guerra. Solo ai cittadini croati vennero riconosciuti cittadinanza, diritti di proprietà benefici pensionistici e passaporti. Trecentomila serbi che si sentivano minacciati presero le armi e l’interminabile serie di orrori, sevizie ebbe inizio. Le guerre etnico-religiose causarono circa 170.000 morti , e la pulizia etnica venne promossa in ogni area della Federazione. La distruzione della Yugoslavia ha segnato il ritorno di Hitler sulla scena del mondo.

Dopo sette anni di violenza emerse un nuovo ordine fondato su un paradigma di identificazione etnico-religiosa dei nuovi piccoli stati, un principio che avevamo considerato estinto dopo la fine della seconda guerra mondiale e dopo la sconfitta del nazismo.
Venti anni dopo la guerra nazi-liberista in tutti quei piccoli stati (eccettuata forse la Slovenia) la disoccupazione è alle stelle, la gente è impoverita, le scuole privatizzate, le strutture pubbliche decadono e la cultura penosamente regredita.

La Yugoslavia degli anni ’90 rischia di prefigurare il percorso dei prossimi anni europei: l’ordo-liberismo tedesco ha impoverito la vita sociale, ha ridimensionato i servizi pubblici in tutto il continente, l’umiliazione inflitta a Syria durante l’estate greca dell’amarezza ha distrutto il nucleo della solidarietà europea. In seguito l’incapacità di gestire la nuova onda di migranti dall’est ha mostrato la fragilità politica dell’Unione, e sta alimentando una nuova esplosione di paura, di razzismo di vergogna e cattiva coscienza.

Nel 1939 una inchiesta Gallup rivelò che solo il 4% degli americani era favorevole ad accogliere i rifugiati ebrei della Germania. Gli altri volevano cacciarli via. Lo stesso sta accadendo in Europa: gente che vuole fuggire dalla guerra siriana e cerca rifugio viene respinta dalla fortezza europea: dieci milioni di persone si stanno ammassando alla frontiera che corre dai Balcani alla Grecia e dalla Libia al Marocco rischiano di diventare gli attori di una nuova ondata di terrorismo e/o le vittime di un nuovo Olocausto.

La sola via d’uscita
Poi, dopo gli attacchi nel centro di Parigi la sera del 13 Novembre un nervoso presidente Francese ha dichiarato: “Il patto di sicurezza ha precedenza rispetto al patto di stabilità. La Francia è in guerra.”

Il sogno di bin Laden si è realizzato. Un piccolo gruppo di fanatici ha provocato una guerra civile di dimensioni mondiali. Si può fermarla? Possiamo uscire da questo incubo?
Nelle condizioni attuali di stagnazione economica di lungo periodo, mentre i mercati emergenti crollano e l’Unione Europea è paralizzata e la ripresa promessa non arriva, è difficile attendersi un rapido risveglio dall’incubo.
La sola via di uscita dall’inferno è la fine del capitalismo finanziario, ma non sembra che sia a portata di mano.

Il globalismo ha prodotto la cancellazione dell’universalismo moderno: i capitali si spostano liberamente dovunque e il mercato del lavoro è unificato globalmente, ma questo non comporta la libera circolazione di donne e di uomini, né l’affermazione della ragione universale nel mondo. Piuttosto il contrario: poiché le energie intellettuali della società sono catturate dalla rete di astrazione finanziaria, nel momento in cui il lavoro cognitivo è sottomesso all’astratta legge del valore, e la comunicazione umana è trasformata in interazione astratta tra agenti digitali disincarnati, il corpo sociale si stacca dall’intelletto generale. La sussunzione dell’intelletto generale da parte del regno dell’astrazione semiotica priva la comunità vivente di intelligenza, comprensione e capacità emozionale.

E il corpo decerebrato reagisce: da un lato un’onda enorme di sofferenza mentale, dall’altro lato la ben pubblicizzata cura per la depressione: fanatismo, fascismo e guerra. E alla fine il suicidio.

* La prima parte di questo articolo è stata pubblicata marted' 15 dicembre

Ultima modifica il Venerdì, 18 Dicembre 2015 12:33
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook