Migranti, agricoltura, mafie e schiavitù. Intervista a Francesco Carchedi

Migranti e schiavitù in agricolturaMarco Omizzolo, Zeroviolenza
18 dicembre 2015

Professor Carchedi, lei è il coordinatore scientifico e uno dei curatori del Rapporto Agromafie e caporalato della Flai CGIL. Ci può dire in sintesi quali sono ad oggi le condizioni di lavoro dei migranti di origine straniera impiegati nelle nostre campagne?

Occorre dire che i lavoratori migranti rappresentano circa il 30% dei lavoratori dipendenti occupati in agricoltura, percentuale che in alcuni distretti agro-alimentari raggiunge anche il 40%; essi rappresentano un'inestimabile risorsa economica ma anche sociale e culturale poiché portatori di saperi e conoscenze di alto livello professionale.

Detto questo, in presenza di un’alta professionalità le condizioni di lavoro sono da considerarsi mediamente buone, contribuendo in maniera diretta alla qualità dei nostri prodotti. Ma non mancano – e questo è denunciato costantemente dalle organizzazioni sindacali e del volontariato sociale – le condizioni di lavoro indecenti e caratterizzate da grave sfruttamento. Le stime sindacali parlano di 100 mila lavoratori coinvolti in maniera para-schiavistica.

Quali sono allora a suo dire le ragioni che hanno determinato condizioni di sfruttamento di tale natura nelle nostre campagne?
Le condizioni di lavoro nelle nostre campagne nell’ultimo decennio per significativi segmenti di braccianti stranieri non sono molto cambiate, poiché si registrano da almeno venti anni (tutti si ricordano di Villa Literno e della morte di Jerry Masloo); è cambiata invece la sua estensione quantitativa sia a causa della perdurante crisi (l’agricoltura è un settore-rifugio dove confluiscono componenti di stranieri espulsi da altri settori produttivi) non solo italiana, ma anche marocchina, romena, bulgara etc, sia a causa dei recenti flussi di richiedenti asilo causati dalla guerra medio-orientale. Questi ultimi si riversano in parte nel settore agricolo specialmente nei mesi della raccolta. Non ultimo la mancanza incisiva di controlli da parte degli Ispettorati del lavoro provinciali e di una seria volontà politico-istituzionale di invertire tale processo.

Esiste una declinazione di genere dello sfruttamento lavorativo e riduzione in schiavitù dei braccianti stranieri? O meglio, le risultano violenze sistematiche nei riguardi delle braccianti straniere in Italia così da scontare una sorta di doppio sfruttamento, prima lavorativo e poi anche sessuale?
Certo che esiste. Le cronache hanno più volte registrato questa doppia forma di sfruttamento (si pensi alle campagne del ragusano ma anche a quelle della Piana di Sibari o della Bassa mantovana). Le donne straniere occupate in agricoltura sono pagate meno degli uomini (e questo accade anche tra gli occupati di origine italiana) e questo già è da considerarsi un vantaggio per i datori di lavoro che le ingaggiano. Lavorano con più costanza e intensità, e questo è un secondo vantaggio. Quando hanno figli – e magari sono sole – tendono ad aumentare la loro resilienza alla fatica, e lavorare ancora più intensamente.

Inoltre, se arrivano per le raccolte stagionali, tornano a fine lavoro nei rispettivi paesi proprio per accudire i figli. Quindi accettano qualsiasi condizione lavorativa, in quanto a termine. Tale disponibilità è spesso ricambiata, appunto, oltre che con un salario più basso, anche con ricatti e difficoltà di diversa natura che i datori senza scrupoli pongono in essere strumentalmente per poi far finta di superarli in cambio di prestazioni sessuali. Tali pratiche sono diffuse laddove l’occupazione femminile è più intensiva: sia nei distretti agro-alimentari meridionali che in quelli centrali e settentrionali. Ne approfittano sia gli imprenditori senza scrupoli e sia i caporali più aggressivi e violenti che le ingaggiano per lavorare. Alcuni caporali, d’altra parte, sfruttano sessualmente altre donne facendole prostituire anche nei campi.

Quali sono secondo lei le risposte necessarie da mettere in campo per sconfiggere una degenerazione così grave delle relazioni di genere, sociali e lavorative?
Intanto considerare che, ad esempio, il caporale – nelle sue diverse sfaccettature, cioè tra quelli meno pericolosi a quelli collusi con la delinquenza criminalità locale – è sempre un mandatario dell’imprenditore. Il caporale senza un imprenditore che gli da mandato di reclutare personale per lo svolgimento del lavoro nell’azienda dello stesso imprenditore non esiste. L’uno senza l’altro non hanno ragione di esistere, poiché si tratta di intermediazione illegale di manodopera. Ne consegue che entrambi compiono un reato, poiché l’uno è il mandante e l’altro è l’esecutore del mandato.

Tutto si potrebbe progressivamente affievolire con il potenziamento dei servizi territoriali per il lavoro rendendo trasparente l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Il ricorso al caporalato è progressivamente aumentato con il declinare della funzione dei centri per l’impiego e del loro snaturamento finalizzato a de-regolare parti importanti del mercato del lavoro. Ciò ha prodotto diffusamente la figura del caporale, non solo nel Meridione ma anche dei distretti agricoli centro-settentrionali. Qui il caporale singolarmente inteso è meno appariscente, quasi mimetizzato, mentre una funzione similare la svolgono le cooperative senza terra, le false cooperative a cui gli viene esternalizzata l’intera gestione della raccolta e sovente anche quella delle fasi produttive che la precedono.

Se potesse ora rivolgersi a tutte le lavoratrici, braccianti e straniere e non solo, che ogni giorno subiscono sfruttamento lavorativo e ricatto sessuale, cosa si sentirebbe di dire loro?
Di denunciare alla magistratura ogni abuso subito, ogni minaccia e ogni ricatto. I luoghi di denuncia o di richiesta di aiuto sono sicuramente i carabinieri e la Polizia di Stato. Ma anche gli sportelli delle organizzazioni sindacali e le associazioni di volontariato e le cooperative che svolgono attività in favore dei cittadini stranieri. Inoltre, non secondariamente, basta solo telefonare, per le forme di sfruttamento sessuale e per grave sfruttamento lavorativo e fruire di programmi di aiuto specializzato da parte di servizi territoriali, chiamando il Numero verde anti-tratta 800290290 (è gratuito) gestito dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio.

Ultima modifica il Venerdì, 18 Dicembre 2015 12:33
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