Le banche possono uccidere?

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Salva Banche e truffaMarco Omizzolo e Roberto Lessio, Zeroviolenza
22 dicembre 2015

Piuttosto che un suicidio dovrebbe essere considerato un "delitto di Stato" la morte di Luigino D'Angelo, il 68enne che si è tolto la vita dopo aver perso i suoi risparmi nel crack della banca dell'Etruria e del Lazio:
la "mitica" banca della quale si serviva Licio Gelli per gestire le iscrizioni alla loggia P2, inclusa la tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi, attraverso il conto "Protezione".

Grazie al nuovo provvedimento pro-banche dell’ex rottamatore Renzi (adottato con un Consiglio dei Ministri convocato di domenica pomeriggio), il pensionato di Civitavecchia si è trovato completamente solo davanti al muro di gomma che circonda il mondo della finanza internazionale e che lo ha letteralmente schiacciato con il suo peso fatto di ricchezza creata dal nulla e miseria etica.

Ricchezza cartacea che in questo caso ha assunto le sembianze delle obbligazioni subordinate: un perverso meccanismo in base al quale, in ultima analisi, è il cliente a dover garantire la solvibilità della banca con la quale ha effettuato un investimento.

Questo è accaduto e continua ad accadere malgrado l’articolo 21 del Testo Unico della Finanza (D. Lgs. N. 58/1998) e il Regolamento della Consob prevedano a carico degli intermediari finanziari, quali sono le banche, l’osservanza di rigide regole di trasparenza e correttezza in favore dei loro clienti. Queste norme esistono ormai da quasi 18 anni, ma sempre più spesso emergono situazioni in cui gli intermediari consigliano ai propri clienti l’acquisto di prodotti finanziari spacciati per sicuri e molto redditizi, ma che in realtà sono ad altissimo rischio: il caso in questione è uno di questi.

Quelle norme sono state introdotte proprio per evitare che l’intermediatore, approfittando dell’enorme divario di competenze e conoscenze esistente tra lui e il cliente, inducesse quest’ultimo a firmare atti vincolanti per ambo le parti sulla base di informazioni false. Tali atti sono quasi sempre “irrevocabili” e in tal senso il provvedimento “Salva banche” fa capire benissimo da che parte sta il governo. Con la scusa delle norme europee che entreranno in vigore dal prossimo primo gennaio, si è semplicemente deciso che i clienti, pur se totalmente all’oscuro dei rischi insiti in quegli atti firmati in buona fede, saranno chiamati a salvare la banca che li ha truffati.

È da questo autentico capolavoro politico-finanziario, fatto di raggiri legalizzati, che il cosiddetto “obbligazionista subordinato” di Civitavecchia è rimasto incastrato. C’è ben altro su cui indagare quindi, rispetto alla istigazione al suicidio.

Anche perché c’è un ulteriore fondamentale aspetto legato alla scomparsa di Luigino D’Angelo che rischia di passare sotto silenzio: è il fatto che esiste in realtà la pistola fumante del delitto. Le altre tre banche salvate insieme alla Banca dell’Etruria e del Lazio, infatti, cioè Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Ca.Ri. Chieti, sono tutt’oggi azioniste del loro “controllore”; proprio quella Banca d’Italia che definisce eufemisticamente “partecipanti” al suo capitale sociale gli istituti che dovrebbe controllare.

Già lo scorso mese di febbraio il decreto “renziano” imponeva alle banche popolari di trasformarsi in SpA (in società a fini di lucro) quando nella loro essenza questi istituti non erano nati per tale scopo. Guarda caso anche in quell’occasione c’erano di mezzo la Banca dell’Etruria e del Lazio, dove è stato, come oramai noto a tutti, Vicepresidente del CdA Pier Luigi Boschi (padre della Ministra Maria Elena) e le medesime banche popolari che a loro volta erano azioniste di Bankitalia.

E se il quadro non fosse già sufficientemente fosco, nell’intera vicenda s’inserisce anche la recente inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Spoleto nei confronti del Governatore Ignazio Visco. Le cronache riferiscono che si stanno ipotizzando reati molto gravi e in concorso con altre persone: corruzione, infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, truffa e abuso d’ufficio. Spetta alla Magistratura stabilire i confini legali della vicenda.

A noi però rimane il dovere di indicare l’ennesima coincidenza di questa storia: anche la Banca Popolare di Spoleto coinvolta dall’inchiesta, è azionista (“partecipante”) del capitale sociale della Banca d’Italia.

E la Banca d’Italia è azionista della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, oltre che inserita nel Sistema Bancario dell’Europa Comunitaria, dove hanno fortissimi interessi anche Banche centrali, tipo quella dell’Inghilterra. Un’altra storia tutta da raccontare che indica sotto quale forza è finita l’esistenza del povero Luigino D’Angelo.

Ultima modifica il Mercoledì, 23 Dicembre 2015 14:35
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