L'Europa nel ripostiglio di Buckower Damm

Migranti nel palazzetto di Buckower Damm a BerlinoJanika Gelinek, Zeroviolenza
23 dicembre 2015

Buckow è un sobborgo dell’estrema periferia est di Berlino, lontano dal centro, e nessuna persona della Berlino chic ci metterebbe mai piede.
Nel palazzetto dello sport di Buckower Damm però sono stati temporaneamente alloggiati 282 rifugiati, un po’ come in tutta Berlino, e più in generale in tutta la Germania, dove in centri di accoglienza e palestre sono appese lunghe liste a pennarello di vestiti e oggetti di uso quotidiano di cui c'è bisogno.

Da una mailing list mi arriva una richiesta urgente di aiuto nel ripostiglio della Buckower Damm, dove ogni giorno pantaloni, giacche e maglioni devono essere selezionati e consegnati ai rifugiati. Su internet è stato impostato un calendario Doodle per registrarsi e dare le disponibilità di volontariato: 25 persone si sono già impegnate ad aiutare. Penso a quando e come posso andare a Buckower Damm per aiutare, e mentre penso passano 24 ore. Quando il giorno dopo ri-apro il Doodle si sono registrate 80 persone. E mi domando stupita: 80 persone a Buckower Damm? A mettere ordine in un ripostiglio di vestiti? Niente di eroico, nulla di cui andare in giro a vantarsi, nulla di multimediale.

Questo avveniva più di un mese fa, un momento che automaticamente viene da definire come "prima di Parigi". Ma Parigi è un terribile amplificatore che rende ben chiara la discrepanza nel dibattito pubblico sui rifugiati. Da una parte lo stupefacente "Possiamo farcela" (ad accoglierli tutti) della Merkel, ormai sempre più rattrappito sotto pressione degli alleati di partito, e soprattutto le migliaia di volontari che in tutto il paese si sono mobilitati per assicurare l’accoglienza e le prime necessità dei rifugiati, d'altra parte, i collegamenti sempre più istintivi tra terrorismo e religione,  tra terrorismo e immigrazione, un business del terrore gestito in Germania dalla nuova emergente destra del partito antieuropeista AfD, che anima le manifestazioni a Dresda “contro l’islamizzazione dell’Occidente” (PEGIDA), ma anche dai popoulismi del padre-padrone della Democrazia Cristiana bavarese Horst Seehofer, che tiene sotto costante ricatto l’intera coalizione governativa.

Solo il Presidente dell'Unione europea, Martin Schulz, ha subito spiegato gli attentati di Parigi come una chiara giustificazione dei rifugiati: "Sono proprio questi figuri quelli da cui la gente fugge. I rifugiati sono le prime vittime dello Stato islamico ".

Gente che fugge dal terrore. Come Khaldoun e Salam, musulmani di Aleppo che sono arrivati un anno fa in Germania col loro figlio piccolo Tarek. Loro mi hanno insegnato a non chiamarlo "Stato islamico", ma "Daish", una parola priva di significato in arabo, ma che si fa beffa della pretesa “statale” dei terroristi. Mi hanno raccontato di avere inizialmente pagato 20.000 euro a un trafficante, per raggiungere la Danimarca, ma il trafficante è scomparso con i loro risparmi. Mi hanno raccontato come Salam ad Aleppo ha perduto il suo bambino perché in ospedale non c’erano più medici e infermieri.

Mi hanno raccontato che si sono messi in viaggio una seconda volta, dopo aver venduto tutte quello che avevano, casa, automobile e quant’altro, passando per la Turchia e la Grecia, dove i trafficanti li hanno classificati su base razziale: Salam e Tarek che hanno gli occhi azzurri, sono arrivati a Berlino in aereo, con un passaporto europeo. Più tardi Reem, 22 anni, sorella di Khaldoun, e suo nipote Husam, 12 anni, che hanno gli occhi e i capelli neri, sono dovuti venire a piedi attraverso la rotta balcanica. "Non abbiamo più niente in Siria", ha detto Khaldoun, "dobbiamo farcela qui in Germania".

La Germania, per farla breve, è spaccata tra quelli che capiscono questa determinazione, il dobbiamo farcela come un'opportunità, e chi ne ha paura. Il governo oscilla tra le due anime in modo schizofrenico, istituendo corsi di tedesco, e al tempo stesso decretando blocchi temporanei delle frontiere e le cosiddette "zone di transito". In questo modo rende ben visibile il grande vuoto che domina non solo la politica tedesca, ma anche quella europea in materia di politica d'asilo. Un vuoto collegato a inquietanti e aggressiva riflessi di difesa e di preclusione, un vuoto che fa molto più paura degli attentati terroristici del Daish.

"Noi siamo i nuovi!", titolava qualche settimana fa il settimanale progressista Die Zeit, mostrando una galleria di foto di profughi appena arrivati in Germania. Questa è la realtà che la Germania e l'Europa devono capire, tanto nel ripostiglio di Buckow che nella cancelleria federale.

Traduzione di Sergio Baffoni
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Die Kleiderkammer am Buckower Damm liegt in Europa

Buckow liegt im äußersten Südosten von Berlin, weit weg vom Zentrum, und niemand, der sich zur hippen Hauptstadtelite zählt, würde einen Fuß dorthin setzen. Doch auch dort sind in der Sporthalle am Buckower Damm 282 Flüchtlinge untergebracht worden, so wie überall in Berlin, wo an Aufnahmezentren und Turnhallen lange Listen hängen, auf denen mit Edding aufgeführt ist, welche Dinge des täglichen Lebens benötigt werden.  

Über einen Mailverteiler erreicht mich der dringende Aufruf, in der Kleiderkammer am Buckower Damm zu helfen, wo täglich Hosen, Jacken, Pullover sortiert und an die Flüchtlinge ausgegeben werden müssen. Ein Doodle ist eingerichtet, in dem man sich eintragen kann, 25 Leute haben schon ihre Hilfe zugesagt. Ich überlege, wann und wie ich zum Buckower Damm fahren könnte, darüber vergehen 24 Stunden, doch als ich am anderen Tag den Doodle wieder öffne, haben sich bereits 80 Leute eingetragen. Ich wiederhole: Buckower Damm in der Peripherie Berlins, Kleiderkammer, nichts mit heldenhaftem Einsatz, nichts, was irgendwie medientauglich wäre.

Das war vor über drei Wochen, einer Zeit also, zu der man nun automatisch „vor Paris“ ergänzt, doch Paris ist nur der schreckliche Druckerhöher oder Brandbeschleuniger, der die Diskrepanz der öffentlichen Diskussion über Flüchtlinge besonders deutlich macht. Auf der einen Seite Merkels erstaunliches, unter parteiinternem Druck nun mehr und mehr eingeschränktes „Wir schaffen das“ und die vielen tausend Freiwilligen im Land, die sich um die Aufnahme und Erstversorgung der Flüchtlinge kümmern, auf der anderen Seite die mittlerweile üblichen reflexhaften Verknüpfungen von Terror und Religion, von Terror und Zuwanderung, die in Deutschland von der beständig Zulauf gewinnenden rechten Partei AfD und der Bürgerversammlung PEGIDA in Dresden polemisch betrieben wird, mit der aber auch der CSU-Chef Horst Seehofer die Koalition mit der CDU effektiv zu belasten weiß.

Nur der Kommissionspräsident der Europäischen Union, Martin Schulz, reagierte am Tag nach den Anschlägen dahingehend, dass er den Terror von Paris als Bestätigung der Flüchtlinge auffasste: „Es sind genau diese Typen, vor denen die Leute fliehen. Sie sind die Opfer des Islamischen Staats.“

So wie Khaldoun und Salam, Muslime aus Aleppo, die vor einem Jahr mit ihrem kleinen Sohn Tarek nach Deutschland kamen. Sie haben mir beigebracht, nicht „Islamischer Staat“ zu sagen, sondern „Daish“, ein im Arabischen sinnloses Wort, das die Staatsansprüche der Terroristen lächerlich aussehen lässt. Sie erzählten mir, wie sie erst 20.000 Euro an einen Schlepper zahlten, der sie nach Dänemark bringen wollte und dann mit ihrem Geld verschwand. Sie erzählten mir, wie Salam im Krankenhaus in Aleppo ihr Baby verlor, weil keine Ärzte und Krankenschwestern mehr da waren. Sie erzählten mir, wie sie sich danach ein zweites  Mal auf den Weg machten und in Griechenland von den Schleppern rassisch klassifiziert wurden: weil Salam und Tarek blaue Augen haben, kamen sie mit einem gefälschen europäischen Pass mit dem Flugzeug nach Berlin. Reem, hingegen, 22jährige Schwester Khaldouns, und sein Neffe Husam, 12 Jahre, haben schwarze Augen und schwarze Haare, deswegen mussten sie zu Fuß über die Balkanroute kommen.  „Wir haben nichts mehr in Syrien“, sagt Khaldoun, „wir müssen es in Deutschland schaffen“.

Deutschland ist, verkürzt gesagt, gespalten zwischen denen, die diese Entschlossenheit als Chance begreifen, und jenen, die sich davor fürchten. Die Regierung laviert dazwischen mit zahllosen neuen Deutschkursen auf der einen Seite und temporären Grenzschließungen und sogenannten „Transitzonen“ auf der anderen Seite und macht damit das große Vakuum nur allzu sichtbar, das nicht nur die deutsche, sondern auch die europäische Politik hinsichtlich der Flüchtlingspolitik beherrscht. Dieses Vakuum ist es, verbunden mit den hässlichen Reflexen von Abwehr und Abschottung, was weit mehr Angst macht als die Anschläge von Daish.

„Wir sind die Neuen!“ titelte vor einigen Wochen die liberale Wochenzeitung DIE ZEIT und zeigte dazu eine Bildergalerie von neu in Deutschland angekommenen Flüchtlingen. Das ist die Realität, der sich Deutschland und Europa stellen müssen, in der Kleiderkammer von Buckow genau wie im Kanzleramt.

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Gennaio 2016 11:18
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