×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

"Morti in sala parto" e salute riproduttiva

Etichettato sotto
Klimt, NascitaAnna Pompili, Zeroviolenza
7 gennaio 2016

Si torna a parlare di sicurezza in sala parto, dopo le morti degli ultimi giorni. Come sempre quando si parla di salute riproduttiva, i toni si sono fatti subito accesi,
la ministra ha inviato gli ispettori negli ospedali interessati, i media hanno alzato un polverone che confonde e incrementa la paura e le scelte non ragionate.

Ad alimentare questo polverone mediatico contribuisce purtroppo un’intervista alla professoressa Rosalba Paesano, persona autorevole e competente in materia, apparsa sulle pagine di Repubblica il 3 gennaio 2016, nella quale si afferma che “un semplice test genetico potrebbe salvare decine di vite”.

La gravidanza è di per se’ una condizione che aumenta il rischio di trombosi e di tromboembolie; in alcune persone, portatrici di alterazioni genetiche dei fattori della coagulazione, il rischio di sviluppare una trombosi è superiore rispetto a quello della popolazione generale,  e diventa drammaticamente alto in gravidanza e soprattutto in puerperio, condizioni nelle quali è indicato un trattamento profilattico, di solito con eparina a basso peso molecolare.

Delle 15 alterazioni citate nell’intervista, solo alcune (deficit di antitrombina III, di proteina C e proteina S e polimorfismi dei fattori II e V, o fattore V di Leyden) sono correlate con un reale aumento del rischio tromboembolico, mentre il significato delle altre è molto controverso. 

Va comunque sottolineato che non tutte le persone portatrici di queste alterazioni  svilupperanno trombosi:  per questo motivo la loro presenza assume significato nella pratica clinica solo nei casi in cui la donna abbia già avuto trombosi o tromboembolie, o  nei casi in cui vi sia una storia familiare di  tromboembolismi (eventi tromboembolici in parenti di primo grado in giovane età).

E’ questo il motivo per cui le raccomandazioni delle principali società scientifiche internazionali e dell’AOGOI (Associazione Ostetrici  e Ginecologi Italiani) “in assenza di una documentata storia personale o familiare di tromboembolismo venoso” non prevedono l’esecuzione di questi esami come tests di screening.

Non si tratta di cinismo economicista,  non si vuole risparmiare  sulla pelle delle donne: trattare come malate persone che in realtà non lo sono è agire in nome di una medicina difensiva che troppo spesso mortifica le competenze e calpesta  la unicità del rapporto medico-paziente; in quest’ottica, chi  prescrive più esami rischia meno, esattamente come i molti ginecologi che oggi richiedono, a mio avviso impropriamente, questi test, prima di una gravidanza o anche prima di prescrivere un contraccettivo estroprogestinico, impegnando pesantemente le casse del nostro sistema sanitario nazionale e sottraendo risorse che potrebbero essere utilizzate realmente a tutela della salute delle donne.

Una donna che non abbia storia personale o familiare di tromboembolie, ma che risulti  positiva ai tests genetici caldeggiati nell’intervista, verrà molto probabilmente sottoposta ad una profilassi eparinica durante la gravidanza (con incremento, seppur basso, del rischio emorragico, che è un’altra importante causa di morte in sala parto!); questa donna, cui sarà negata la possibilità di scegliere un contraccettivo estroprogestinico, sarà maggiormente esposta al rischio di gravidanze indesiderate, e al maggior pericolo di trombosi che la gravidanza comporta.
Pensiamo davvero che questa sia una buona pratica clinica?

La morte di una donna in attesa di un figlio è un’esperienza terribile, che segna profondamente la vita dei suoi cari ma anche le vite e le coscienze dei medici, delle ostetriche, di tutto il personale che vi assiste.

Quando una donna muore in sala parto, dobbiamo cercare di capire cosa è successo, umilmente. Dobbiamo cercare di capire come migliorare la nostra pratica clinica, come azzerare o ridurre al minimo gli errori. A questo serve il mettere in comune le esperienze, a questo serve l’analisi della letteratura scientifica e clinica, a questo servono gli audit, le conferenze di consenso, le raccomandazioni e le linee guida.

A questo dovrebbe guardare la politica, quando fa la scelta di chiudere punti nascita in mancanza di una vera programmazione, o quando orienta la sanità pubblica alla gestione della patologia, dimenticando prevenzione e fisiologia.

Non sappiamo ancora il perchè delle morti di questi ultimi giorni, ma sostenere, senza conoscerne le cause, che erano “evitabili” è inaccettabile, offende il lavoro silenzioso, prezioso ed ostinato di chi cerca di capire le cause della mortalità materna nel nostro Paese, offende la professionalità di chi si dedica con passione alla promozione della salute riproduttiva, e offende le donne, alle quali si guarda sempre più come malate bisognose di tutela e sempre meno come persone titolate a decidere  del proprio corpo.

Ultima modifica il Sabato, 09 Gennaio 2016 06:56
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook