Vita, morte e maternità di una donna

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28 gennaio 2016

La morte di una giovane donna in seguito ad una interruzione volontaria di gravidanza al Cardarelli di Napoli è avvenuta nei primi giorni del 2016, quando ancora non si era spento il clamore suscitato dai decessi in sala parto di altre sei donne a Verona, Torino, Bassano del Grappa, Foggia e Brescia.

Si è trattato in tutti i casi di mortalità materna, un fenomeno che riguarda i decessi avvenuti durante la gravidanza o entro 42 giorni dal suo esito - parto, aborto spontaneo, IVG, o gravidanza ectopica - per cause dirette, indirette o accidentali. Che siano avvenuti in tempi così ravvicinati è solo un caso, assicura la responsabile del Sistema Sorveglianza Mortalità Materna dell'Istituto Superiore di Sanità Serena Donati riferendosi in alle morti post parto d’inizio anno.

La mortalità materna in Italia è bassa (parliamo di un tasso di 10 morti su 100.000 nati vivi), non si può eliminare del tutto ma si può ridurre almeno del 50%. La stima è dell’Istituto superiore di sanità, che dal 2012 ha attivato un progetto pilota di Sorveglianza attiva della mortalità materna con l’obiettivo di ridurre al minimo questo fenomeno. Si è scoperto così che la prima causa di mortalità materna è l’emorraggia post-parto, per la quale sono state messe a punto delle linee guida. La stessa che ha portato alla morte la donna di Napoli.

“La mortalità legata alle complicazioni della gravidanza e al parto è significativamente superiore rispetto a quella legata alle procedure di IVG”. Lo sottolinea Anna Pompili, ginecologa e presidente di Amica (Ass. medici italiani contraccezione e aborto), sul forum di discussione “Cerchi”, dedicato alla salute perinatale. Come per il parto, “la mortalità legata alla gravidanza e alle procedure mediche e chirurgiche ad essa connesse deve essere minimizzata, ma non è eliminabile”.

Come per il parto, anche la mortalità legata all’IVG è legata ad alcuni fattori che possono e devono essere corretti. Come?

Per Anna Pompili in primo luogo dobbiamo puntare ad agire in epoche gestazionali il più precoci possibile. Questo significa allargare realmente a tutte le donne la possibilità di scegliere la metodica farmacologica, semplificandone l'accesso. Ciò comporterebbe in primo luogo una minimizzazione del peso che l'obiezione di coscienza ha sull'applicazione della legge, e porterebbe ad una riduzione delle ivg chirurgiche, che a questo punto potrebbero essere eseguite solo in strutture specializzate, con personale adeguatamente formato e preparato, che agisce conoscendo l'evidenza scientifica e le linee guida internazionali”.

Silvana Agatone, presidente di Laiga (Libera ass. italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) punta l’attenzione sull’isolamento dei medici non obiettori e sul disinteresse dei non obiettori: in casi di complicanze, scrive, “i medici non obiettori possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza”.  E inoltre, scrive Agatone nel comunicato già pubblicato da Zeroviolenza, “i reparti IVG in diversi ospedali sono dislocati al di fuori fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze”.

La prevenzione della mortalità materna (che sia di parto o di aborto) investe dunque l’intero sistema e riguarda da un lato l’organizzazione sanitaria, dall’altro la formazione dei medici. Ma anche la sensibilizzazione delle donne: le complicazioni correlate all’ipertensione in gravidanza sono la seconda causa dei decessi e solo un colloquio medico approfondito può rilevarne il rischio. Come è possibile garantire questa accuratezza quando la maggioranza dei medici italiani di fronte alla scelta della donna di abortire esercitano un “rifiuto di curare per motivi di coscienza”?

Ultima modifica il Domenica, 31 Gennaio 2016 08:44
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