Trattati di "libero mercato": perché minacciano democrazia e diritti

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Stop TTIPMatteo Bortolon, Zeroviolenza*
3 febbraio 2016

I trattati di libero mercato sono una materia ostica e terribilmente noiosa, anche per i più navigati attivisti che non esitano a gettarsi negli argomenti più impervi quali lo sfruttamento infantile, i cambiamenti climatici ecc.
Per ricondurli ad una dimensione di dibattito pubblico e interesse generale occorre ripartire dalla domanda: com'è successo?

Com'è successo che le regole del diritto commerciale internazionale sono passate dall'indifferenza generale che regnava sul vecchio GATT del 1947 alle infuocate battaglie di piazza come a Seattle nel 1999?

Perché tali negoziazioni erano durante l'epoca della Guerra Fredda una delle appendici più soporifere della politica estera degli Stati e nello scenario della globalizzazione degli anni Novanta sono divenute il fulcro delle strategie economiche di essi? Con i ministri del Commercio che promettono meraviglie di aumenti di PIL, posti di lavoro e benessere e – dalla parte opposta – oppositori che vi vedono la definitiva soppressione della democrazia?

Una prima risposta è che l'importanza del commercio internazionale è enormemente cresciuta, inglobando una porzione di ricchezza nazionale, lavoro e risorse molto grande; secondo la Banca mondiale l'Italia esporta per circa il 28% del proprio PIL.

Una seconda è che in tutto il mondo è cresciuto il peso dei servizi rispetto alle merci, tanto da costituire in diversi paesi oltre il 70% del PIL; e che anche essi fanno parte del commercio internazionale.

L'obiettivo dei trattati di libero mercato è lo stesso del vecchio GATT (che è l'acronimo di ''Accordo generale sulle tariffe e commercio''): impegnare gli Stati a non mettere tariffe e condizioni svantaggiose per un fornitore estero; in questo Eden liberista i commerci possono svilupparsi liberamente, espandersi, e aumentare il benessere generale. L'espansione di tale principio ad ambiti sempre più ampi ha assunto conseguenze allarmanti.

È cosí che col passaggio dall'antiquato e alla fine innocuo GATT al (tristemente) famoso WTO (Organizzazione mondiale del commercio) dopo le lunghissime negoziazioni durate dal 1986 al 1994 è stata sfornata sotto la compiaciuta ala del presidente USA Clinton una nuova potentissima istituzione di respiro planetario capace di interpretare (e realizzare!) il verbo della nuova utopia aziendale.

È in una delle sessioni negoziali del GATT, durante gli anni '60, che comparve il termine ''barriere non tariffarie''. Di che si tratta? Se impongo un tassa ad un prodotto estero è chiaro che intralcio la possibilità del venditore di piazzarlo. Ma se gli prescrivo un test di sicurezza ambientale o di non-nocività (si pensi alle materie plastiche dei giocattoli, al cibo, e simili) creo, senza una tariffa monetaria, una forma di ''barriera'' al commercio.

Dato che non c'è crimine peggiore agli occhi degli alfieri della Grande Utopia Aziendale, occorreva porre rimedio a tale efferata ingiustizia. In piena Guerra Fredda l'idea che le autorità nazionali dovessero rinunciare alla tutela della sicurezza pubblica per fare un piacere alle grandi aziende era davvero troppo perché riuscissero a farla passare. Trent'anni più tardi sotto Clinton i poteri dominanti col loro esercito di avvocati, lobbisti e alleati avevano raggiunto abbastanza forza da imporre i loro obiettivi all'agenda delle potenze mondiali.

Quindi, bacchettate sulle mani a politici e statisti che pensassero, similmente a quanto facevano Kennedy e De Gaulle (che idee bizzarre che si avevano in passato!) di dare, in quanto autorità elette dai cittadini, un orientamento all'assetto economico o più modestamente, di usare la potestà regolativa dello Stato per salvaguardare l'ambiente, la salute pubblica o i beni comuni. Ragione per cui essi vanno perdendo non solo quella capacità di intervento nell'economia che è tuttora prevista dalla Costituzione italiana, ma la stessa funzione che agli occhi di molti ne giustifica l'esistenza: tutelare i propri cittadini.

Sul piano pratico e operativo i governi hanno firmato degli impegni – minutamente descritti nei Trattati, appunto – che impongono di legiferare per smantellare le norme che impongono dazi e tariffe doganali e di modificare ogni forma di regolamentazione potenzialmente lesiva di interessi commerciali a favore dei principi del mercato e della concorrenza; con forme di sanzioni per i trasgressori.

Naturalmente non tutto è andato per il verso giusto.

Dato che anche il più decotto stato pro-mercato ha delle leggi potenzialmente lesive del commercio, e ciascuno cerca di abbattere quelle altrui ma di conservare le proprie, le negoziazioni sono diventate una sfiancante serie di trattative di complessità allucinante a suon di ricatti reciproci per piegare i più recalcitranti. Quando nel negoziato multilaterale sono entrate le cosiddette ''potenze emergenti'', in specie il Brasile, il WTO è entrato in crisi fino a uno stato di coma vigile da cui oggi nessuno si aspetta che possa riprendersi. È così che si è cercato di stipulare dei trattati con stati singoli, con cui il rapporto di forza fosse più favorevole.

A ciò si è aggiunta la mobilitazione di movimenti, gruppi e associazioni che in ogni parte del mondo si sono mobilitati per bloccare tali accordi. Così che fra le potenze emergenti e la pressione di piazza il WTO è bloccato e altri importanti accordi sono falliti.

L'ultima generazione di tali accordi è contestuale alla crisi economica: trattato fra USA e UE (TTIP), fra i paesi del Pacifico (TPP), e fra una cinquantina di paesi sui servizi (TISA). Contro i quali sta lottando l'ultima generazione di attivisti: coloro che non dimenticano il significato di dignità umana, diritti e sovranità democratico-costituzionale.

* Stop TTIP Firenze
Vedi la scheda del libro di Matteo Bortolon "La Gabbia dei Trattati"


Ultima modifica il Giovedì, 04 Febbraio 2016 09:19
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