"Valentino T." e gli altri: i mostri che ci deresponsabilizzano

Analisi Hiv AidsMassimo Oldrini, Zeroviolenza*
4 febbraio 2016

Dal 1° dicembre l'informazione sull'Hiv è stata dominata dal racconto di casi di persone con Hiv accusate di aver trasmesso consapevolmente il virus ai partner. Ma concentrare l'attenzione sui "mostri" non aiuta a prevenire la diffusione dell'infezione.
Perché la prevenzione richiede la responsabilità di ciascuno.

«Ho donato il sangue, ho precisato di non essere malata e di non avere avuto rapporti a rischio. A sorpresa invece ho ricevuto la lettera in cui, effettuate le analisi sui miei campioni, veniva attestata la sieropositività. Il mio sangue non poteva essere donato. È stato un incubo. Poi a dicembre ho letto il caso dell'arresto di Valentino T., e ho avuto i brividi quando ho capito che si trattava dello stesso ragazzo con il quale nell'autunno del 2008 avevo avuto una breve storia».
«Era galante, cortese. Un ragazzo distinto, perbene».
«Amava il sesso naturale, senza precauzioni. E visto che eravamo giovani e senza vizi mi sembrava bello così».

Sono alcune delle testimonianze - così come sono state riportate da molti media - di donne che hanno avuto una relazione con "Valentino T.", trentenne romano, accusato di aver trasmesso consapevolmente il virus a diverse donne e il cui caso è stato reso pubblico dalla trasmissione "Chi l'ha visto" il 2 dicembre, proprio il giorno successivo alla giornata mondiale dedicata alla lotta contro l'Aids. Dalle affermazioni riportate emerge come l'aspetto curato e il comportamento gentile di una persona possano rappresentare – nella percezione comune - garanzie per intrattenere un rapporto sessuale non protetto.

Come LILA rileviamo con preoccupazione come questa percezione del rischio Hiv, molto lontana dalla realtà, rappresenti un grande ostacolo alla lotta al virus. Per questo chiediamo alla vostra trasmissione di fornire ulteriori informazioni sul rischio di contrarre l'Hiv oggi, anche con la lettura delle informazioni contenute in questa lettera e/o con la sua pubblicazione.

Secondo un recente studio, oggi in circa il 50% dei casi, la trasmissione dell’Hiv avviene da parte di persone che hanno contratto il virus di recente (1 anno) e che non sanno di essere portatrici del virus. Si tratta di persone che, pur avendo una carica virale altissima si percepiscono “sane” e non si sentono perciò in dovere di avvertire il partner che non hanno fatto un test per l’Hiv da almeno un anno, o ancor peggio che non lo hanno mai fatto.

Se le donne e gli uomini che non conoscono il loro stato sierologico, facessero sesso protetto avremmo il 50% in meno di nuove infezioni. Di Hiv oggi si parla poco - nonostante il tema riguardi tutte le persone sessualmente attive – e lo si affronta prevalentemente partendo da “casi limite”, che non aiutano a prevenire la diffusione del virus. Alimentando l’immaginario collettivo che associa l’Hiv alla colpa e alla trasgressione, in particolare associando la persona con Hiv al termine "untore", significa alimentare i pregiudizi, che favoriscono la diffusione del virus: è noto infatti che molte persone che hanno avuto rapporti sessuali a rischio evitano di fare il test perchè terrorizzate dalla solitudine e dalla discriminazione sociale che seguirebbe un eventuale esito positivo.

Dalla narrazione delle vicende di “Valentino T.” emerge l’idea che la prevenzione sia un “onere” a esclusivo carico delle persone con Hiv: sono loro a essere responsabili, a dover comunicare al partner la loro infezione. Tutti gli altri – anche coloro che non conoscono il proprio stato sierologico - sembrano poter restare tranquilli. Questa idea è fuorviante e pericolosa perchè, come sottolinea anche l'ultimo bollettino dell'Iss, il 53,4% delle nuove diagnosi da Hiv oggi avviene in persone che si trovano in fase avanzata della propria infezione e hanno avuto diversi anni per trasmettere il virus a molte altre.

Dall’altra parte, la stragrande maggioranza delle persone che sanno di avere l'Hiv sono in trattamento antiretrovirale: il 92,6% in Italia secondo l'Istituto Superiore di Sanità (Iss) che evidenzia come l'85,4% di chi è in cura ha una carica virale non rilevabile, ovvero una probabilità di trasmettere il virus vicina allo zero. Dai dati emerge che è più pericoloso chi non dice di non essersi mai fatto il test (o di non averlo fatto nell’ultimo anno), rispetto a chi non comunica la sua sieropositività all’Hiv essendo in terapia e con carica virale non rilevabile.

Oggi i progressi della medicina hanno trasformato l’Hiv in una patologia cronica – con la quale si può convivere e avere relazioni affettive normali e diventare genitori - ma l’immagine delle persone che vivono con il virus resta legata al terrore che era stato suscitato negli anni ’80, favorendo lo stigma verso chi ha il virus Hiv senza rendersi conto che l’epidemia oggi è alimentata da chi si crede negativo.

La Lila ha realizzato per il sito “Parlare Civile” la una sezione “Hiv Aids” per una più corretta informazione sul tema.

* Questa lettera con contenuti simili è stata inviata dalla Lila alla trasmissione "Chi l'ha visto?" per chiedere una maggiore sensibilizzazione nella trattazione del tema dell'Aids da parte dei mass media
Ultima modifica il Venerdì, 05 Febbraio 2016 10:43
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