Aborto clandestino, le donne pagano due volte

Consultori laici liberi gratuitiMaria (Milli) Virgilio, Zeroviolenza
15 febbraio 2016

La recentissima depenalizzazione per la donna nel delitto di aborto volontario entro i primi novanta giorni non toglie l'afflittività della sanzione, anzi la aggrava pecuniariamente.
Finora commetteva un delitto punito con la multa fino a 51 euro la donna che interrompeva volontariamente la gravidanza dalle modalità consentite, cioè senza rivolgersi al medico per il certificato oppure praticando l'interruzione fuori dalle strutture ospedaliere pubbliche o convenzionate.

Chi eseguiva l’interruzione nelle suddette condizioni era ed è punito con la reclusione fino a tre anni.

Ora il decreto legislativo 15 gennaio 2016 n. 8 ha depenalizzato la  condotta della donna, ma non totalmente, giacché la donna sarà punita con una sanzione amministrativa pecuniaria (dunque non più penale) che però è stata notevolmente elevata di importo: non più “fino a 51 euro”, ma “da 5.000 euro a 10.000 euro”.

La modifica rientra in una previsione più generale, volta a depenalizzare tutti i reati (delitti o contravvenzioni) puniti con la sola pena pecuniaria (multa per i delitti o ammenda per le contravvenzioni). Dunque solo quella limitata ipotesi è rientrata nei più ampi obiettivi deflattivi della giustizia penale. Del resto, già nel 1981, quando la legge aveva operato una depenalizzazione a portata generale, ne erano state espressamente escluse tutte le ipotesi di reato della legge n. 194/1978.

Tutto il restante apparato sanzionatorio del 1978 è rimasto confermato. Pertanto l’interruzione di gravidanza dopo i primi 90 giorni, se praticata illegalmente, resta un delitto, tuttora punibile con la reclusione: fino a sei mesi per la donna e da uno a quattro anni per chi la pratica.

Non era invece punibile già nella legge del 1978 la donna minore o interdetta che interrompa volontariamente la gravidanza senza seguire le procedure prescritte.
Erano anche previste delle ipotesi aggravate, anch’esse non investite dalla modifica.

Ovviamente immutato è la punizione dell’interruzione non volontaria, quella cioè per colpa o senza il consenso della donna.

Purtroppo l’intervento normativo dimostra un’attenzione solo apparente al complesso fenomeno dell’aborto clandestino, che così non è per nulla affrontato. La scelta di politica legislativa è contraddittoria. Ora quella ipotesi non è più un delitto, ma resta pur sempre sanzionata in via amministrativa e l’aumento monetario della sanzione non è certo lo strumento legislativo adatto a prevenirlo, visto che le donne, prima del 1978, ricorrevano ampiamente all’aborto clandestino anche rischiando la ben più pesante severità delle pene detentive secondo il codice del 1930. Semmai, oggi, l’aggravamento pecuniario potrebbe ricadere sulla salute delle donne, rendendole più esitanti ad agire e a rivolgersi ai sanitari qualora dovessero insorgere complicazioni.
    
Ma è tutta la problematica dell’aborto a essere oggi occultata e negata: basta leggere le relazioni governative annuali sullo stato di applicazione della legge 194/78, che minimizzano i dati sia sulla clandestinità (pretendendola costante negli ultimi dieci anni) sia sulla dilagante obiezione di coscienza (di cui si sostiene l’irrilevanza pretendendo di compensare l’aumento degli obiettori con la diminuzione delle interruzioni).

Inoltre la media nazionale degli obiettori che conteggia solo il 70% dei ginecologi è ben superiore perché non tiene conto dell’obiezione di struttura: nella relazione al parlamento del 2015 la ministra riferisce che il 35% delle strutture ospedaliere non applica la legge. E’ evidente che i ginecologi che lavorano in queste strutture non hanno bisogno di sollevare obiezione di coscienza e risultano non obiettori, pur non praticando, di fatto, interruzioni di gravidanza.

Certamente la modifica del solo aspetto sanzionatorio (riforma a costo zero!), non coglie la peculiarità dell’oggi e non incide sull’odierna clandestinità, che oggi è più facilmente praticabile anche grazie all’agevole reperimento - o sul mercato clandestino o via internet - di sostanze che possono indurre l’aborto con metodi “fai da te”, che non dovrebbero essere sottovalutati e che anzi, possono riflettersi patologicamente sulla salute delle donne.

Infine (è interessante riprendere la storia passata) questa contraddittoria modifica ha ben poco a che vedere con la depenalizzazione che tanto ripetutamente quanto vanamente molte donne hanno chiesto.

Era richiesta - a suo tempo - la “depenalizzazione” totale dell’aborto volontario sia per la donna sia per gli operatori. Inizialmente consisteva nell’abrogazione delle norme penali punitive dell’aborto nel codice 1930; poi, dopo il 1978, comportava il superamento di una legge limitativa, che comunque criminalizzava l’aborto fuori dalle condizioni permittenti rigorosamente previste. Infatti, anche se l’affievolimento della sanzione penale per la donna e la risibile monetizzazione a pochi euro di multa rendevano quella regola quantomeno non credibile, tuttavia la donna  che agiva fuori dalla legge (che - ricordiamolo - non riconosce “il diritto” all’aborto), era comunque minacciata (simbolicamente) di una condanna penale e collocata nella clandestinità.

Certo la depenalizzazione avrebbe dovuto essere accompagnata dalle articolazioni istituzionali e amministrative necessarie a tutelare la salute della donna (secondo lo slogan “aborto libero, gratuito e assistito”!!!).

Alla depenalizzazione (come forma di degiuridificazione) veniva opposta la legalizzazione e regolamentazione con le garanzie dell’assistenza sanitaria pubblica.

Oggi, nell’effettività, quella legge è vanificata dall’obiezione di coscienza e dunque necessità di interventi - organizzativi, ancor prima che legislativi - di segno ben diverso da quello appena attuato.

Ultima modifica il Giovedì, 18 Febbraio 2016 08:29
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