Come cambia la paura dell'Altro

Anima, MunchRuggero Piperno, Zeroviolenza
18 febbraio 2016

Dare un nome alle cose è rassicurante, contribuisce a definirle, a conoscerle, a dare loro dei confini semantici per averne, in definitiva, un controllo.
I confini hanno il potere di "contenere", di non far debordare, di distinguere un interno da un esterno, sia che si tratti di persone, cellule, idee, o nazioni.

In genere le persone si muovono a loro agio all’interno di una variabilità limitata, hanno bisogno di mescolare il simile rassicurante, ma a lungo andare noioso, con il dissimile inquietante e attraente allo stesso tempo. La diversità è una ricchezza ma solo fin quando non innesca la paura concreta o immaginaria di una possibile, per quanto confusa, minaccia.

Oggi lo scenario geo socio politico sta rapidamente cambiando, alterando quella tenue filigrana, basata sulle consuetudini di storie in qualche modo comuni, che ci aiutava a gestire le relazioni con i nostri vicini.

Abbiamo  appena finito di accettare la trasformazione dei ruoli maschili e femminili di casa nostra, di stupirci nel vedere una donna taxista, militare o manager, o una coppia omosessuale baciarsi, che subito ci troviamo di fronte un compito ancora più arduo: comprendere, identificarci e sintonizzarci con il vicino di casa che viene dalla Cina o dal Bangladesh, con il passeggero dalla pelle più scura a cui sediamo accanto in autobus, con coloro che incontriamo per strada che parlano al cellulare una lingua incomprensibile.

Le migrazioni forzate di migliaia di persone ci suscitano sconforto, pena e impotenza, fin quando non prevale la sotterranea paura di un mondo sempre più multietnico e il timore che qualcosa possa alterare i nostri equilibri e i nostri privilegi.

I fenomeni di terrorismo diffuso ci lasciano un senso di sgomento e di confusione più che per la paura della cosa in sé, per la memoria traumatica delle atrocità del passato, che riattualizzandosi ci mostrano un triste destino degli esseri umani costretti a riproporre una profonda, contagiosa e trasversale perdita di umanità e di compassione verso “l’altro” inerme.

 Paradossalmente la mancanza di umanità non ha molto a che vedere con le nostre origini animali, con la rabbia, l’aggressività, la lotta per il territorio o per il rango, ci troviamo di fronte a una disumanizzazione che può nascere solo dalla nostra umanità, dal livello evoluzionistico che abbiamo raggiunto.

Mentre vediamo le immagini o leggiamo la cronaca quotidiana, tentiamo di controllare la situazione attraverso una sorta di scissione magica del pensiero che ci dice: “Un conto sono io, un conto sono loro. Io non sono quelle migliaia di disperati che affogano in un guscio di noce, tantomeno quei torturatori sadici che sgozzano le persone esigendo una diretta televisiva, quelli che impunemente palpeggiano le donne e neanche quegli integralisti che in nome di Dio compiono crimini efferati, sicuri di essere martiri che agiscono per il bene.”

Noi non siamo loro, ma loro sono, viceversa, uno specchio delle nostre immagini interne.

C’è un unico filo che lega l’Isis al nazismo, il Ruanda a Vukovar, Abu Ghraib a Sabra e Shatila: la perdita di umanità nel trattare un altro che non ci ha aggredito, che non si può difendere, che in quel momento è smisuratamente più debole di noi. Un misto fra mancanza di empatia, pietà, onnipotenza, disprezzo nei confronti di un “altro” al quale, per difenderci, abbiamo tolto l’essenza dell’umanità.

Ma sarebbe fuorviante, per quanto rassicurante, pensare alla motivazione di un folle, ai meccanismi inceppati di una malattia, qui si tratta di persone “normali”, di gruppi cospicui, di intere nazioni che agiscono spinti da una sciagurata, quanto paranoica, idea del bene. Evidentemente non c’è solo una “Banalità del male”, come scriveva Hannah Arendt nel processo ad Otto Adolf Eichmann a Gerusalemme, ma c’è di una trasversale, diffusa, contagiosa generalità del male che come un fiume carsico, riemerge puntualmente in ognuno di noi sfruttando le contingenti situazioni socio-politiche.
 
Le mura per delimitare un dentro da un fuori diventano inefficaci quando sono le nostre parti interne ad entrare in collisione, quando non riusciamo a metterci minimamente in discussione perché i vetri da cui potremmo sbirciare noi stessi sono troppo opachi. Per questo le immagini che vediamo sono il riflesso del nostro mondo interno, per questo ci mettono tanta paura, per questo le misure preventive di intelligence o repressive, di polizia o militari da sole saranno insufficienti.

Forse la scuola, che rappresenta il luogo privilegiato dell’incontro di tante etnie diverse, dovrà interrogarsi su come trasformare i suoi strumenti nella direzione di una laica educazione emotiva a vantaggio di tutti. Ma di questo parlerei nel prossimo post.

Ultima modifica il Venerdì, 19 Febbraio 2016 08:10
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