Per una nuova resistenza culturale

Nuova Rivista LetterariaLuca Cardin, Zeroviolenza
26 febbraio 2016

Per vivere il presente e prepararsi al futuro è necessario confrontarsi con il passato. Sembra una considerazione banale ma, troppo spesso, c’è la tendenza a dimenticarsene.

Sicuramente non se ne sono dimenticati gli autori degli articoli - o meglio “saggi in miniatura” per l'intensità di informazioni - inseriti nel n. 2 della nuova serie della Nuova Rivista letteraria (edita da Edizioni Alegre, p. 102, euro 10) che si occupa di nazionalismi, populismi di destra e razzismi.

L'intento del progetto editoriale, che raccoglie l'eredità di Stefano Tassinari, è proporre una “resistenza culturale” attraverso la narrazione e una letteratura sociale che cerchi di riportare nel campo parole che si sono perse, soprattutto una: la lotta, nelle varie declinazioni, lotta di classe, lotta di genere, lotta di idee.

Perché abbiamo l'impressione che la destra avanzi nel discorso politico comune? Una prima risposta è semplice: perché la sinistra ha perso le parole non solo per opporsi alle destre ma anche per parlare alle persone al suo interno.
Parole come solidarietà, mutuo soccorso, fratellanza non compaiono più nel discorso politico se non ad eccezione degli spazi sociali che nelle città d'Europa riescono a far emergere ancora discorsi “dal basso”. E' di questo che si racconta, per esempio, nel pezzo di Fulvio Massarelli sulla lotta dell'occupazione dell'Ex Telecom di Bologna (Da “Prima gli italiani!” a “Prima i poveri”).

Ma torniamo alle parole.
Wu Ming 1 nella sua introduzione (La rinazionalizzazione delle masse), parte da Petrolio di Pasolini che, in tutta la sua produzione, si è continuamente scagliato contro il consumismo identificato come il nuovo fascismo. Ora però appare chiaro che anche questo non basta, è stato superato dalla realtà e ci troviamo di fronte a una “ri-nazionalizzazione delle masse”. Come mai?

Perché le destre sono passate, nell'arco di 20 anni, dal mito della globalzzazione, del turbo-capitalismo, del liberismo più sfrenato all'involuzione del “piccolo è bello”, dei confini, dei muri. E tutto questo prendendo a prestito le parole d'ordine che prima erano della sinistra: opposizione al capitalismo, al libero mercato, alla globalizzazione.
 
I vari Salvini, Le Pen, Orban questo stanno dicendo e con questo fanno presa sulle “masse”, prima di borghesi, ora sempre più di proletari e sotto proletari.

E' però una finta opposizione che, in realtà, non fa altro che essere serva e strumentale al mantenimento dello status quo o meglio che segue le trasformazioni e l'evoluzione del capitalismo con l'unico scopo del mantenimento del potere. A dimostrarlo ci sono le esperienze governative come, ad esempio, quella della Lega che prima (e ora...) sbraitava contro l'Europa, l'euro ecc. ecc. e una volta al governo non fu capace di nulla.

Sono idee che viaggiano in Europa e assumono forme diverse ma uguali nei vari Paesi e che sono rimaste affascinate da una figura che hanno eletto a loro dux, vero o presunto tale: Valdimir Putin, che viene analizzato nella sua fenomenologia da Valerio Renzi in Fascist love Putin.

Putin è colui che li aiuta a portare avanti le loro nostalgiche parole d'ordine facendole sembrare nuove: è un po' lo stesso meccanismo che abbiamo avuto in Italia con i vent'anni di Berlusconi. Qui però la cosa assume dimensione europea e ben più pericolosa, come l'intervento della Russia in Siria ci sta dimostrando.

In questi giorni abbiamo davanti agli occhi lo smantellamento dell'Europa di Schengen, si tirano su muri sempre più alti, si richiudono le frontiere, si torna all'Europa delle nazioni.

Questo può funzionare da pericolosissimo humus per la crescita dei movimenti di destra, xenofobi e razzisti che stanno alzando la testa sempre di più (si veda la convention di qualche settimana fa a Milano con Salvini e Le Pen o le manifestazione di Pegida – e Wolf Bukowski ce lo racconta bene con il suo articolo Non finira mai! – o l'assalto dei fascisti in Svezia). Tutto questo, nell'era di internet e della comunicazione istantanea, viaggia ancor di più con le parole.

Tornando all'Italia dei giorni nostri lo vediamo bene con la campagna elettorale imminente che su Roma – con le dichiarazioni di Marchini e quelle di Bertolaso –, su Milano e nelle altre città chiamate al voto si vede già che sarà incentrata sull'antinomia di due parole, degrado/decoro, che in realtà, come spiegano ottimamente Maysa Moroni, Andrea Natella e Giuliano Santoro nel loro Il nemico della città, è un modo di usare il linguaggio tutto al servizio degli interessi politici ed economici di gruppi di potere, soprattutto immobiliari interessati ad ottenere nuove cubature da sottrarre allo spazio pubblico.

Gli articoli della Nuova Rivista questo ci raccontano, ci mostrano (ad esempio con gli articoli di Piero Purini, Il mito di Venezia nell'immaginario nazionalista italiano, e di Alberto Sebastiani, Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista o, ancora, quello di Wu Ming 1 Il mito di Roma nell'immaginario vittimista italiano) come le parole nel passato sono servite a creare consenso, a creare opinione, a creare falsi miti per guerre combattute nel nome di difesa della patria che, in realtà, nella maggior parte dei casi era difesa di interessi economici di piccole classi di potere.

In fondo in fondo stiamo tornando all'inizio: le buone pratiche che cercano di opporsi a tutto questi ci sono: gli spazi sociali, gli esempi di resistenbza, di auto-mutuo aiuto, le mille esperienze in Europa di “Welcome Refugees”. E poi c'è l'arte, l'innovazione creativa, ci sono anche i Muri (im)portanti dell'articolo di Cristina Muccioli, che non hanno sempre diviso ma sono sempre serviti ad esprimere il dissenso, le lotte, le idee soprattutto delle nuove generazioni che, non sempre sono le prime ad intercettare il malessere ma sicuramente sono quelle che sperimentano le nuove forme di espressione critica e creativa.

Però, per fortuna, sappiamo che non nasciamo razzisti ma lo diventiamo. Il saggio del pediatra Franco Foschi (Perché i bambini non sono razzisti?) è illuminante da questo punto di vista ed è per questo che è ancora più importante informare, informarsi, educare per resistere.

L'insegnamento delle parole di Antonio Gramsci - “Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza” - è dunque più vivo che mai e il progetto della Nuova Rivista Letteraria non può che essere un esempio da seguire e sostenere.

Ultima modifica il Sabato, 27 Febbraio 2016 10:15
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